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SONO USCITO PER FARE DEL BENE

   Carissimi fratelli e sorelle,
per qualche domenica prima dell’inizio della quaresima leggiamo con continuità il Vangelo di Marco. Lo abbiamo già fatto tante altre volte per cui almeno a grandi  linee ne conosciamo il progetto narrativo, cioè i contenuti che questo scrittore vuole comunicarci e il suo stile, le caratteristiche della sua lettura di fede e il suo mondo culturale… la proposta del cammino da percorrere per essere coinvolti dal Vangelo e non rimanere solo dei lettori ma diventare discepoli del Signore Gesù. Queste cose vanno tenute sempre presenti se vogliamo che il testo ci parli ancora e possa essere connesso con la realtà così diversa da allora in cui viviamo e con le nuove prospettive e i nuovi scenari che ci si aprono davanti.  
   Quello che Marco vuole farci scoprire passo dopo passo è che Gesù è il Cristo, non nel senso del messia atteso per fare risorgere un regno ebraico, ma di inauguratore del vero Regno di Dio, è il Figlio dell’uomo venuto per servire a dare la propria vita in riscatto dei peccati, è il Figlio di Dio che ha con Lui una relazione unica della quale vuole far partecipi tutti gli uomini. La sua attività principale è quella di evangelizzare (il racconto della sua azione evangelizzatrice verrà appunto chiamato “vangelo”), cioè non solo predicare una dottrina o insegnare dei precetti morali, ma rendere presente e operante la parola autorevole ed efficace del Padre. Chi vuole dargli fiducia deve dapprima conoscerne la vera identità, indicata man mano dalle sue parole e dalle sue opere e poi camminare dietro a lui assimilandone lo stile di vita, divenendo cioè discepolo e quindi evangelizzatore a propria volta.   
   Ascoltando allora, passo dopo passo, domenica dopo domenica, il Vangelo di Marco prenderemo dimestichezza con il modo particolare con cui egli vuole portarci alla conoscenza sempre più profonda di Gesù: non con il resoconto dettagliato della sua vita o dei suoi insegnamenti, ma piuttosto offrendoci degli “indizi”, suscitando degli “interrogativi”, dal segno nella sinagoga di Cafarnao, nella prima giornata di “azione”,  al terrore delle donne davanti alla tomba vuota… Chi è questa persona? Come mai ha una parola così autorevole? Come è possibile che si verifichino certe cose? Come mai muore così? Perché la tomba è vuota? Non esistono risposte logiche ed esaustive, dimostrazioni evidenti, sta alla fede, alla ricerca  personale, ad una lettura capace di tenere insieme il reale con dimensioni più profonde, trovare il modo di orientarsi, perché dal modo di “capire” Gesù dipenderà poi l’impostazione di tutta la propria vita.    
   Proviamo, dunque, a lasciarci guidare da Marco in questo percorso già da queste prime domeniche, terza, quarta e quinta, in cui leggiamo il racconto della prima giornata di “azione evangelizzatrice di Gesù” sulle rive del lago e nel villaggio di Cafarnao… una giornata completa, ricostruita magari su quanto vissuto quotidianamente in un lasso di tempo ben più ampio, che si apre con la chiamata dei primi discepoli, poi la preghiera in sinagoga, il pranzo in casa di Pietro, la cura dei malati dopo il tramonto, il riposo notturno e la preghiera all’alba, la partenza per l’evangelizzazione di altri villaggi… Tenendo presente che un conto è la riflessione domenicale, l’omelia, e un altro è lo studio e l’approfondimento completo di un testo, cerchiamo per il momento di soffermarci su qualche elemento su cui fondare il nostro cammino settimanale.
   Da notare, innanzitutto, come Marco avvia il racconto: l’azione evangelizzatrice di Gesù inizia in giorno di sabato, il giorno in cui Dio dovrebbe riposare e l’uomo con Lui, nella sinagoga, il luogo della proclamazione della Parola e dell’espressione comunitaria dell’adesione di fede… qui la parola di Gesù viene riconosciuta come autorevole e lascia addirittura sbalorditi il suo potere sugli “spiriti immondi” (secondo l’immaginifico linguaggio orientale)… più avanti impareremo a capire dove sta la novità del maestro nazareno: per lui l’amore per l’uomo è superiore al precetto del riposo sabatico e le parole di Dio non possono essere ridotte a prescrizioni legalistiche che se garantiscono la correttezza formale tuttavia non possono sostituirsi all’unica forma autentica di fede che è l’aprirsi totalmente all’azione dello Spirito. L’azione di Gesù inizia, dunque, laddove maggiore è la necessità di cambiamento e, cioè, il cuore stesso di una religiosità che svuota l’agire di Dio della sua forza innovatrice e imprigiona l’uomo all’interno di un sistema in cui l’obbedienza alle regole e ai detentori del potere sacro prende il sopravvento su un processo di liberazione e di promozione integrale della persona.
   In giorno di sabato Gesù fa cose che non andrebbero fatte: guarisce e libera dai demoni, due azioni probabilmente simili tra loro se non identiche, ma mentre la prima esprime una pienezza di umanità nel  prendersi cura dell’altro, la seconda esprime un azione propria di Dio: liberare l’uomo dai propri malesseri interiori e dalle proprie schiavitù. La suocera di Pietro che giace per la febbre, allo stesso modo in cui un morto giace nella tomba, viene presa per mano e rialzata da Gesù, allo stesso modo in cui si ridà vita a un morto, e la febbre se ne andò, allo stesso modo in cui davanti a lui si faranno indietro il tentatore e la stessa morte… La sera, dopo il tramonto (in quella lunga notte di dolore come dice Giobbe) ancora malati e indemoniati e ancora guarigione e liberazione: c’è aria di risurrezione, di vita nuova, di qualcosa di appena iniziato che non va gridato ai quattro venti, ma che bisogna lasciar agire lentamente e progressivamente, si è davvero solo ciò che si diventa ogni giorno di più, e solo quando una cosa arriva al suo compimento allora puoi apprezzare la grandezza anche di un umile inizio.
   E ancora, una delle rare “foto” di Gesù: all’alba, da solo, in un luogo deserto, su una collinetta o in riva al lago, in preghiera… c’è da commentare o da contemplare?… verrebbe da chiedere: conosci l’esperienza di un’alba di preghiera che rende luminoso e pieno di colori il nuovo giorno?       
   “Tutti ti cercano”, dicono a Gesù gli Apostoli non appena lo rintracciano… “Andiamo altrove… a predicare anche là… per questo sono uscito” la sua risposta, quasi a dire: non sono venuto per essere cercato, per essere ammirato, per avere uno stuolo di followers e ricevere una marea di like, come gli strafighi di oggi, ma per cercare, per incontrare, per coinvolgere, per fare del bene e poi  insieme andare ancora altrove, laddove ci sarà bisogno di noi. Un programma di missione a cui ai nostri giorni Papa Francesco cerca di renderci sempre più attenti e disponibili: non rimanere rintanati nelle nostre comunità, che possono trasformarsi in sinagoghe abitate dai demoni del narcisismo e dell’autocompiacimento, dell’accomodamento sulla poltrona del proprio prestigio e del proprio ruolo, della difesa delle proprie posizioni e della chiusura al nuovo o alle necessità degli altri… Andare altrove, non dove spingono le mode del momento o per la soddisfazione di un capriccio, ma la dove lo Spirito vuole condurci, pronti a uscire da noi stessi e pienamente disponibili secondo le nostre potenzialità a offrire quello che può essere di utilità al bene di tutti.
   Se la vita è un soffio, come dice Giobbe e come potremmo concludere anche noi per la consapevolezza della nostra precarietà, forte come non mai in questo tempo di pandemia, è anche vero che se ci chiudessimo in noi stessi senza aprirci al soffio dello Spirito essa si trasformerebbe in un vero e proprio guaio, quello, come dice Paolo, di non essere partecipi del Vangelo, cioè di quella gioia immensa che riempie il cuore quando ci si spende per il bene degli altri.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario.    
   
   

3 annoB 

   Carissimi fratelli e sorelle,
in questa terza domenica del tempo ordinario iniziamo la lettura del Vangelo di Marco da quel famoso versetto 15 del primo capitolo che ci racconta l’esordio nella predicazione di Gesù «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Con una straordinaria capacità di sintesi il redattore di questo Vangelo è capace di condensare in una sola frase, la prima messa in bocca a Gesù, e per questo assolutamente unica, tutto il senso della sua predicazione. Una frase che non essendo rivolta a dei destinatari particolari, proprio per questo è rivolta a tutti coloro che l’ascolteranno da quel giorno in poi, come a dire che c’è un’altra esistenza che comincia per chiunque avverta che è arrivato il tempo di lasciarsi sfiorare dal Dio vicino e cambiare di conseguenza mentalità e stile di vita.
   Domenica scorsa, avevamo letto il racconto del primo incontro con Gesù di un discepolo e dei due fratelli Andrea e Simone, nella rielaborazione di Giovanni, ambientato presso il fiume Giordano, dove già brilla la luce della Pasqua, della vita donata per gli altri (“ecco l’Agnello di Dio”) che motiva il mettersi al seguito del maestro di Nazareth. Oggi da Marco riascoltiamo lo stesso racconto in una versione probabilmente più vicina alla realtà storica: Gesù inizia in Galilea (terra di confine), a Cafarnao (villaggio di pescatori), sulle rive del mare (luogo di lavoro, ma anche di pericolo) a raccontare delle buone notizie su Dio: è venuto il momento dell’inizio del suo regno nel mondo, di cui potranno fare esperienza tutti coloro che hanno fiducia nelle parole di Gesù e vorranno mettersi in cammino dietro di Lui.
   Un Vangelo, come sappiamo, non è una biografia ne un romanzo, ma un racconto abbastanza articolato in cui parole, avvenimenti e testimonianze vengono elaborati in base ad un progetto letterario, per cui ogni vangelo ha un suo stile particolare, e ad un progetto teologico: rivelare l’identità e la missione di Gesù, perché l’ascoltatore possa ricomprendere la propria identità, aprirsi al discepolato e portare avanti la propria missione. Pertanto, pur seguendo lo sviluppo lineare del racconto e ritornando mano mano sui temi fondamentali, davanti ad ogni pagina ci sentiamo invitati a porre e a farci delle domande, ad approfondire e comprendere meglio come anche a rileggere e rielaborare secondo quelle che sono le nostre competenze e sensibilità… c’è un vangelo scritto è c’è un vangelo che stiamo scrivendo (un quinto vangelo, come nel romanzo di Mario Pomilio), parole dette da reinterpretare, parole non dette da scoprire, comunque, parole che contano per impostare il proprio modo di vivere. Cosa ci dice, dunque, il brano di oggi letto in questa prospettiva? 
   Gesù inizia la proclamazione del “Vangelo di Dio” sostenendo che il “tempo è compiuto”, è finito cioè il tempo dell’attesa, inizia quello della vicinanza e della presenza di Dio… questo tempo di Dio mette fine a quello precedente, sia se vissuto nell’attesa fedele sia se vissuto nel conseguimento dei propri interessi… non è più il caso di tenere in vita quanto c’è stato fino ad oggi perché c’è qualcosa di profondamente nuovo che sta arrivando. Fa una certa impressione che immediatamente dopo l’inizio della sua predicazione i farisei e gli erodiani tengano consiglio per far morire Gesù (Mc 3,6): non sarà perché egli sosteneva che era finito il tempo del loro potere, delle loro dottrine, di quel loro modo di vivere la religione e soprattutto del loro modo di rapportarsi agli altri? E se applicassimo il pensiero di Gesù sulla restituzione a Dio del primo posto e la conseguente “fine del tempo di…” al cattolicesimo di oggi quante cose dovrebbero saltare sia a livello individuale, che comunitario? Saremo mai capaci di un ricominciamento così radicale come lo sognava Gesù e come i tempi di oggi lo richiedono e di passare il confine dell’autocompiacimento nostalgico e dell’arrocco nelle posizioni raggiunte?    
   Gesù incalzava: “convertitevi e credete nel Vangelo”. La prima lettura indirizza la nostra comprensione della parola conversione presentandoci quella degli abitanti di Ninive (la città simbolo della guerra e della violenza) che in seguito alla predicazione del profeta Giona digiunarono e si vestirono di sacco ottenendo da Dio il perdono.  Prima però di tirare una conclusione di tipo moralistico che la conversione sia pentirsi dei propri peccati, occorre tener presente che chi non si converte è proprio il profeta Giona che ritiene la ‘giusta punizione’ più importante della misericordia e della compassione e che Dio rieducherà tramite il segno della pianta di ricino seccata. Ed è proprio questo il “cambio di mentalità” e di passo che Gesù chiede nella sua predicazione: il Dio misericordioso e compassionevole si è fatto vicino, si fa presente motivando la sua missione e agendo attraverso di lui, e chiede agli uomini di abbandonare le vecchie logiche di vita basate sulla bramosia di potere e di ricchezza, sull’arroganza e il desiderio di visibilità, sull’indifferenza e l’abbandono al proprio destino dell’altro, soprattutto nei suoi momenti di debolezza e di perdizione, per credere nel Vangelo, nell’annuncio che ti cambia la vita: Dio ti vuole bene ed è l’unico che può fare di te una persona splendidamente umana e felice.
   Per questo Gesù non può fare altro che “chiamare”, cioè “coinvolgere”, nel senso di far arrivare le persone a questa concezione di Dio, e provocarle a giocarsi la vita dietro a lui, cioè come lui: “vide Simone e Andrea… e disse loro: ”venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”… vide Giacomo e Giovanni… e subito li chiamò… ed essi subito lasciarono reti, padre e garzoni e lo seguirono… andarono dietro a lui”. E’ straordinario questo modo di Marco di raccontare con tocchi rapidi ed essenziali quel momento decisivo che cambierà per sempre la vita di quegli uomini: una chiamata arrivata come un vero e proprio colpo di fulmine e una risposta altrettanto fulminea data sulle rive di quel lago, sviluppata camminando dietro a Gesù, testimoniata annunciando il Vangelo a tutti, culminata con il dono totale di se.
   Mi colpiva in questi giorni, leggendo l’ultimo libro di P. Giulio Albanese “Libera nos Domine” la citazione di un testo di Don Tonino Bello: “Il cattolicesimo convenzionale è per definizione un cattolicesimo svuotato di cristianesimo, un “sacramento incompiuto”, una forma religiosa esteriormente cristiana ma senza passione missionaria… un bacio senza  amore”. E non è forse vero che molti oggi si dicono appartenenti alla religione cattolica senza aver provato il brivido della “chiamata”, più per tradizione che per convinzione, sempre alla ricerca di devozioni che plachino le loro paure e compensino le loro labilità, piuttosto che decidersi prontamente all’avventura del discepolato? Ci fa bene rileggere le parole di Papa Francesco al numero 3 della Evangelii Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”, e al numero 8: “Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità… Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?”.
   Di fronte, dunque, al rischio di vivere anche da bravi parrocchiani un’esperienza religiosa insignificante, vuota di vocazione, di discepolato e di missione, lasciamoci riconquistare dal Dio di Gesù, per lasciarci guidare dalle sue parole ed essere trasformati in appassionati “pescatori di uomini”, cioè persone capaci di tirare fuori dal mare della solitudine e dell’insignificanza, della povertà e del disagio, del vuoto di valori e di umanità i fratelli e sorelle di cui ci prendiamo cura.

    Buona settimana, fra’ Mario.  

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BUON ANNO!

Carissimi fratelli e sorelle, un cordiale e fraterno augurio di Buon Anno a tutti voi.

Qualche giorno fa (il 21 dicembre alle 11.02, ora italiana) per il nostro emisfero c’è stato il solstizio d’inverno, il giorno con meno ore di luce dell’anno e di conseguenza anche il momento in cui la luce solare comincia a riprendere il sopravvento sulle tenebre della notte. A questo avvenimento fin dall’antichità tante religioni e culture hanno associato significati diversi, compreso il cristianesimo che ha sostituito le festività romane del “Sol invictus” con quelle del Natale di Gesù, confessando Lui come la vera luce che illumina tutti gli uomini. Durante il periodo delle festività natalizie celebriamo inoltre il primo gennaio l’inizio del nuovo anno, circostanza ereditata dai romani che facevano coincidere il capodanno con il primo giorno del mese dedicato al dio Giano, il Dio bifronte dei nuovi inizi, con lo sguardo rivolto verso il passato e, nello stesso tempo, proteso verso il futuro.
Tenere presente che tante nostre celebrazioni risalgono ad antiche tradizioni o ricoprono di significato religioso certi appuntamenti convenzionali credo ci aiuti ancor di più a valorizzare la loro “funzione simbolica” di metterci in contatto con qualcosa di “altro” da quello che tutti i giorni viviamo o sperimentiamo, qualcosa di più vitale, di più profondo e di più significativo. Saldamente radicati nel reale, saggiamente ancorati al sostenibile e costantemente in cerca di nuove competenze che rendano sempre più decifrabile la nostra esistenza, viviamo tuttavia anche di simboli, di “squarci” che ci lasciano intuire, in certo modo “vedere” e “sperimentare” il senso più profondo e il valore più alto delle cose, in quella modalità che definiamo “interiore”, non in senso intimistico, ma come percorso verso l’“ulteriore”.


E’ così che dobbiamo accogliere le immagini e le parole che hanno attirato la nostra attenzione in questi giorni di Natale, dalle più semplici alle più elaborate, non come estenuante ripetizione di un racconto i cui dettagli ormai conosciamo a memoria, anche negli aspetti più problematici da interpretare o far quadrare con la realtà storica, ma come “squarci” che hanno la forza di tenerci costantemente in contatto con la luce che splende nelle tenebre, con la vita che non ingrigisce nelle angustie quotidiane, con l’orientamento del farsi dono che rimotiva l’esistenza, con la semplicità e la tenerezza che scardinano le smanie di grandezza e il vivere come se gli altri non esistessero o non contassero, con il desiderio che è la strada maestra verso l’”oltre”.


Anche Gesù, come ci racconta Marco, ha vissuto l’esperienza di questi squarci: “Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Gesù si immerse nel fiume Giordano. E’ questo il primo squarcio che ci fa comprendere ancora più profondamente le “manifestazioni” (epifanie) contemplate nel Natale, quando lo abbiamo visto nascere in mezzo ai poveri (i pastori in Luca), luce per illuminare tutti gli uomini (i magi in Matteo), per vivere in modo pienamente umano (Verbo fatto carne in Giovanni), e oggi quasi confuso in mezzo ad una folla desiderosa di riscatto, condividendone, ossia prendendo su di se (l’Agnello di Dio in Giovanni) il peso delle loro fatiche e dei loro fallimenti. Un’immersione raccontata da Marco con le stesse modalità della passione, laddove l’obbedienza piena di Gesù al Padre si tradurrà nel dono totale di sé sulla croce che squarcerà per sempre ogni tentativo di imprigionare la misericordia di Dio (il velo del Tempio) e una voce umana (il centurione) potrà unirsi a quella divina per proclamare Gesù come il Figlio di Dio, l’amato che muore per amore.
All’uscire dall’acqua Gesù vede squarciarsi i cieli. Nel tempo di Avvento avevamo letto nel libro di Isaia la toccante invocazione rivolta a Dio, Padre e Liberatore, al termine della schiavitù babilonese: “Dov’è colui che aveva fatto scendere il suo spirito su Mosè?”, “perché non squarci i cieli e scendi?” (Is 63,11.19)… Che tristezza i cieli chiusi, Dio che non comunica più, l’uomo abbandonato a se stesso… Ma Gesù vede i cieli riaprirsi e sente la voce di Dio tornare a parlare in modo familiare, che lo proclama figlio amato, e sente soprattutto entrare dentro di sé, come una colomba che si accomoda nel suo nido, tutta la forza dell’amore di Dio, il suo Spirito che fa della vita tutta un’altra cosa, che genera passioni incontenibili, che ispira motivazioni che non vengono mai meno, né davanti alle grandi prove né nei momenti aridi della vita. E da questo squarcio apertosi al fiume Giordano, da questa profonda esperienza di piena comunione con il Padre, Gesù, come il “servo unto dallo Spirito del quale Dio si compiace” predetto da Isaia (42,1), inizia la sua missione, di rendere presente nel mondo il Regno di Dio e di “immergere” gli uomini nel suo dinamismo, caratterizzarli con un altro stile di vita, quello proprio delle persone abitate dallo Spirito, come nessuno aveva fatto prima di lui, neanche lo stesso Giovanni.
Oggi, come allora, come leggiamo nel testo di Isaia proposto come prima lettura (Is 55,1-11), questi “squarci” li apre per noi la Parola di Dio a cui porgiamo l’orecchio per ascoltare e vivere, acqua nella quale siamo immersi e che siamo invitati a bere con desiderio, perché i sovrastanti pensieri e le sovrastanti vie di Dio divengano nostri. Parola che scende su di noi con la dolcezza della neve e la vigoria della pioggia, per fecondare, far germogliare e far portare frutto, nella consolante certezza che ciò per cui ci è stata donata arriverà a compimento.
Ce lo testimonia, così afferma Giovanni nel testo che leggiamo come seconda lettura (1 Gv 5,1-9), quello “squarcio” che rimane aperto per sempre nel fianco di Colui che ci ha amati fino alla fine, fino all’ultima goccia di “acqua e sangue”, dal quale sgorga perennemente il dono dello Spirito che rigenera e che ci fa figli capaci dello stesso amore, sui quali gli stili “mondani” improntati all’autolatria e all’appagamento effimero non fanno più presa.
E, se volete, anche questa pandemia, nonostante le innumerevoli sofferenze e difficoltà che ci sta causando, può rappresentare uno “squarcio” verso una vita “altra da prima”, come giustamente afferma M. Recalcati: “una delle lezioni più significative impartite dal magistero tremendo del Covid consiste nell’averci mostrato che la salvezza o è collettiva (o ci prendiamo cura gli uni degli altri, direi io)o è impossibile e che, di conseguenza, o la libertà viene vissuta come solidarietà (comunione fraterna, direi ancora io) o resta una dichiarazione solo retorica”.

 


Buon anno a tutti, fra’ Mario.

natale2020

  Carissimi fratelli e sorelle,

penso che mai come quest’anno tutti sentiamo il bisogno di regalarci parole di Natale non banali e convenzionali, ma che avvicinino i nostri cuori, che illuminino le nostre incertezze, che confortino le nostre sofferenze, che aprano spiragli di gioia in mezzo a tanta tristezza. 

   Per questo, oltre ad attingere alla sorgente inesauribile dei nostri sentimenti più profondi, anche oggi ci mettiamo in ascolto del Vangelo, dei racconti del Natale, di pagine e parole a noi care alle quali chiediamo ancora una volta di indicarci percorsi illuminati e sostenibili nel mezzo delle crescenti difficoltà che questa pandemia ci sta creando, di fronte alle quali non riusciamo nemmeno a immaginare quanto e come saremo cambiati quando ne usciremo.

   E’ sempre stato molto emozionante ascoltare nel cuore della notte di Natale le campane suonare a festa per far arrivare a tutti le parole proclamate all’interno delle chiese: “Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Quest’anno senza quello scampanio la notte di Natale è un po’ più vuota, e proprio questo silenzio, segnale evidente dell’emergenza in corso, richiama ciascuno di noi  a riflettere più attentamente sul senso che diamo a questo annuncio. Salvezza, oggi come oggi, vuol dire semplicemente trovare vaccini e terapie efficaci contro un virus devastante ed essere guidati da un governo capace di trovare le misure adeguate per superare questo momento di crisi, o anche acquisire una mentalità e uno stile di vita che ci rendano pienamente umani, cioè non soltanto ben informati e competenti, ma anche capaci di dare sempre il primo posto all’amore?

   Possiamo chiederci in questa notte di Natale: che cosa di Gesù ha talmente colpito gli Apostoli da portarli a riconoscerlo e ad annunciarlo come il salvatore loro e di tutti? Che cosa ha particolarmente colpito Luca di quanto annunciato dagli apostoli e di quanto vissuto dalle prime comunità che lo spinto a scrivere un racconto degli avvenimenti successi, e ad elaborare una riflessione teologica su di essi di cui i racconti del concepimento, della nascita e dell’infanzia di Gesù ne costituiscono un primo tratto essenziale?

    Senz’altro il rovesciamento di certe logiche “mondane”. Proprio mentre Ottaviano si attribuisce i titoli di “Augusto”, cioè grande e venerabile, e di “Divino”, signore delle terre e dei popoli conquistati che stabilisce di censire, Dio entra nella storia con la massima umiltà e semplicità, nelle fattezze di un bambino adagiato in una mangiatoia e rivela la sua identità solo a persone di nessuna rilevanza sociale, quali erano considerati i pastori a quel tempo nel mondo ebraico. Egli la pensa al rovescio dei potenti e dei superbi e condivide le necessità degli umili e degli affamati… allo stesso modo la prima comunità cristiana, liberata dall’ambizione e dalla supponenza, vive la fraternità e la comunione dei beni, con umiltà e semplicità, permettendo a ciascuno di venire finalmente corrisposto nei propri bisogni e di vivere nella gioia. 

   Questo modo di essere di Dio, più volte prospettato dai profeti, rivelato e incarnato da Gesù, assimilato dai suoi discepoli è ciò che chiamiamo “salvezza”: l’inizio di un’umanità nuova, che vive in quella pace che Dio dona a tutti gli uomini che Egli ama. Quell’amore vissuto da Gesù fino al dono totale di sé, unica cosa che ci ha chiesto di vivere esattamente come Lui, splende già nel volto di quel bambino nella mangiatoia, la cui immagine veneriamo in questa notte nei nostri presepi, davanti ai quali molte volte sostiamo più con l’atteggiamento di chi di fronte alla complessità della realtà cerca una fuga rasserenante nel mondo delle favole che non per attingere a questa sorgente zampillante nuove energie  per vivere da autentici figli di Dio, nella fraternità e nel sostegno reciproco.   

   Il giorno di Natale, ci viene proposta un’altra pagina di Vangelo, un po’ più complessa del poetico racconto di Luca, i primi diciotto versetti di Giovanni, il cosiddetto prologo in cui egli espone le line portanti della sua teologia: Gesù ci viene presentato come Verbo di Dio, che comunica vita, grazia e verità, vera luce che illumina ogni uomo… lo si può rifiutare (come hanno fatto i capi ebrei crocifiggendolo) o lo si può accogliere e divenire così figli di Dio (quindi si nasce amati da Dio, ma si diventa suoi figli per fede) che hanno in se la sua stessa vita, ossia il suo modo di amare. “Il Verbo si fece carne (il termine carne nella Bibbia descrive l’uomo nella sua debolezza e precarietà, esattamente come il bambino nella mangiatoia) e venne a piantare la sua tenda (come fatto da Dio durante l’esodo dall’Egitto) in noi”; e si è fatto “carne da mangiare”, ascolteremo al capitolo sesto, ossia vita donata da accogliere  e assimilare: “ chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha in se la vita dell’Eterno… dimora in me e io in lui… vivrà per me” (Gv 6,54-57).

   Quando ci auguriamo Buon Natale allora, fratelli e sorelle, ci auguriamo di essere più pieni di Dio, di diventare sempre più pieni di Lui e del suo amore, di trasformarci noi in quella capanna di Betlemme da cui si irradia amore e pace verso ogni persona. Le preoccupazioni, le povertà, le sofferenze, i lutti che questa pandemia sta generando verranno sconfitti certo da comportamenti accorti e da cure efficaci, ma sarà davvero poco se non ne usciremo pienamente umani, cioè da persone che sanno amare come Dio ha amato noi.

   Buon Natale a tutti, fra’ Mario. 

dimora
IV DOMENICA DI AVVENTO Anno B…
Carissimi fratelli e sorelle,
celebriamo la quarta domenica del tempo di Avvento, la domenica di Maria: su di Lei scende la forza di Dio (in ebraico Gavriel) per realizzare l’impossibile: concepirà un figlio, lo darà alla luce e lo chiamerà Gesù e tutti lo riconosceranno come il Figlio dell’Altissimo, il Figlio di Dio, e si porranno sotto la sua signoria che non avrà mai fine. La giovane ragazza galilea dapprima turbata di fronte alla straordinarietà dell’evento annunciato, manifesta poi l’atteggiamento di fede più alto che una persona umana possa esprimere: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”.
   L’evento dell’incarnazione del Figlio di Dio raccontato da Luca è una delle pagine più belle e più profonde del suo Vangelo, e per questo anche una delle più lette, unitamente alle Beatitudini di Matteo, nel corso dell’anno liturgico… eppure ogni volta è una lettura sconvolgente, di quelle che riempiono il cuore di gioia e di speranza, di quelle che ti fanno riprendere anche nei momenti più fallimentari della vita: nulla è impossibile a Dio quando una persona sa offrirgli un briciolo di fede e di disponibilità. Questo è un po’ il succo di tutta la Bibbia: un’intensa storia d’amore che vede come protagonisti Dio e l’umanità, l’onnipotenza e la fragilità, la sovrabbondanza di doni e l’accoglienza sempre un po’ scricchiolante, obiettivi da capogiro e percorsi per centrarli che a volte si fanno troppo contorti…
   Eppure, ecco la buona notizia del Vangelo, in Gesù il divino e l’umano si incontrano finalmente il pienezza, i progetti vengono svelati, le promesse si realizzano, la collaborazione si fa totale, l’amore ha definitivamente il sopravvento su ogni forma di male, la vita, quella vera, trionfa sulla morte. Questa è la proclamazione fondamentale (il kerigma) degli Apostoli, testimoni oculari dell’evento Gesù, della sua predicazione e della sua missione, della sua morte e della sua risurrezione, mediante la quale Dio lo ha costituito Salvatore, Colui che rende partecipi tutti gli uomini della vita che viene da Dio, Cristo, colui che realizza le promesse fatte ad Israele, e Signore, vitale punto di riferimento di tutti coloro che credono in Lui.
  A questa fede gli Apostoli sono arrivati sia ascoltando la predicazione di Gesù, i suoi discorsi e le sue parabole, sia assistendo al suo prendersi cura degli altri e ai suoi miracoli, sia ancora vedendolo morire sulla croce e sperimentandolo poi vivo in mezzo a loro, presenza che sono riusciti a decifrare comprendendo più profondamente le Scritture, sotto l’azione dello Spirito Santo. E’ grazie alle Scritture che potranno comprendere l’identità e la missione di Gesù, e grazie allo Spirito farla propria e continuarla in ogni tempo e in ogni luogo e verso ogni persona.  
   I “vangeli dell’infanzia”, che noi leggiamo superficialmente come la cronaca degli avvenimenti del concepimento, della nascita e dell’infanzia di Gesù, in realtà sono una riflessione teologica che espone l’ultimo stadio dell’approfondimento dell’identità di Gesù e della sua missione: il Crocifisso/risorto è Colui che ci salva perché è il Verbo di Dio incarnato, perché è stato mandato dal Padre per realizzare le promesse contenute nelle Scritture. E anche se la narrazione si snoda con riferimenti a situazioni storiche e immagini di grande poesia, tuttavia la trama del racconto è costituita da tutta una serie di citazioni bibliche che permettono di riconoscere in Gesù, già nei primi istanti della sua esistenza, il Messia atteso (Matteo) e il Salvatore di tutta l’umanità (Luca). Proprio a proposito del testo lucano l’esperto biblista cappuccino Ortensio Da Spinetoli osserva: L’autore appare come un profondo conoscitore della Bibbia e ha redatto un testo «meditato, studiato, misurato col preciso scopo di raggiungere la più elevata esaltazione del Messia e della Madre».
   Quindi, leggendo il brano di oggi, la nostra attenzione non deve concentrarsi sui moduli narrativi scelti, che ricalcano racconti di annunci di nascite straordinarie già presenti nell’Antico Testamento, ma sull’evento che essi rivelano: Dio si è fatto uomo (e le fattezze umane le ha prese proprio da Maria) ed è venuto ad abitare, cioè a vivere in mezzo a noi, con noi e per noi, non in una casa come avrebbe voluto il Re Davide (vedi prima lettura), ma in un mondo nuovo che ha inizio con l’Incarnazione e crescerà di secolo in secolo, per sempre. Ora se i titoli già citati, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Dio, esaltano la figura del nascituro e ce lo presentano mediante il nome Gesù come il Salvatore dell’umanità, la figura di Maria viene esaltata  mettendo in risalto ciò che Dio fa in Lei: la colma della sua grazia e la consacra, fa scendere su di lei il suo Spirito, come anche dalla profondità della sua risposta: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola”.
   Qualche giorno dopo, nel seguito della narrazione, sarà la sua parente Elisabetta, sotto l’azione dello Spirito Santo, a proclamare per prima questa grandezza, riconoscendo in Maria la “Madre del Signore” e riservando a Lei la più alta beatitudine biblica: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.  Così Luca, come in tante altre occasioni, rimette al centro il vero protagonista di ogni autentica esperienze di fede e della missione della Chiesa: la Parola di Dio, da accogliere con totale disponibilità  e da “incarnare” con una vita che si fa dono, in un umile e intenso servizio quotidiano alla crescita della fraternità e della gioia.
   Gli ultimi passi verso il Natale, compiuti nella luce di Maria, possano portarci a vivere con più intensità il nostro essere persone gioiose in cui la Parola di Dio dimora abbondantemente.
   Buona settimana, fra’ Mario. 
   

 

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