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Carissimi fratelli e sorelle,
continuiamo a leggere in questa domenica la sezione del Vangelo di Matteo che riporta i tranelli tesi a Gesù per trovare qualcosa di cui accusarlo e per cui condannarlo a morte, come verrà detto al capitolo 26, al termine dei discorsi tenuti da Gesù dentro e fuori il tempio: “tennero consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire” (26,4).
La condanna a morte poteva essere30_A.jpg decretata per le violazioni di diversi precetti, tra le quali ad esempio la bestemmia (Lev 24,15), il mancato rispetto del riposo sabatico (Es 31,15), l’idolatria (Deut 13,6), l’adulterio (Lev 20,15), ed altre ancora… Gesù, appunto, fu condannato a morte per bestemmia, come leggiamo in Mt 26,65-66.
La domanda di oggi posta da un dottore della legge, personaggio di grande autorità, “qual è il grande comandamento?”, non ha, dunque, l’obiettivo di intavolare una controversia di carattere dottrinale o morale, ma, appunto, di trovare il motivo preciso per cui condannare Gesù, maestro e profeta che affermava di basare la sua autorità sulla sua particolare relazione con Dio, che lo metteva in condizione di essere un nuovo legislatore e di potersi addirittura proclamare Signore del Sabato (Mc 2,28).
Gesù in realtà aveva già dichiarato di “non essere venuto per abolire la legge” (Mt 5,17), ma si è sempre dimostrato contrario alla riduzione della relazione con Dio ad una osservanza esteriore e legalistica di precetti (ben 613 ne avevano stilati i maestri ebrei). Per questo, piuttosto che rispondere con precisione alla domanda citando uno dei comandamenti, sposta l’attenzione su ciò che da valore all’osservanza della legge, che non è tanto il rispetto della regola in sé, ma l’atteggiamento interiore basato sulla scelta di mettere Dio e il prossimo al centro della propria vita.
Per fare questo ricorre alla citazione di due passi della Scrittura: la prima frase è tratta da quel brano fondamentale per la fede d’Israele, popolo dell’ascolto, la cui parola iniziale “Shemà” (che significa ‘ascolta’) viene usata per indicare la professione di fede che il credente ebreo imparerà a ripetere più volte al giorno: “il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze” (Deut 6,4-5); la seconda dal “Codice di Santità”, parte del libro del Levitico così chiamata per l’invito ricorrente a essere Santi perché Dio è Santo e rende Santi: “amerai il tuo prossimo come te stesso” (19,18).
Con questa risposta Gesù vuole innanzitutto evitare l’intento di intavolare una discussione accademica e sterile volta a stilare una scala gerarchica dei comandamenti in base al loro valore o alle diverse tesi sostenute dalle varie scuole rabbiniche ed evitare inoltre di cadere nella trappola di una risposta che potesse dare adito ad interpretazioni tendenziose… piuttosto che mettersi a fare il dottore che sa offrire risposte risolutive e indiscutibili o l’espositore di opinioni brillanti, Egli è il profeta che richiama chi lo ascolta a cercare orientamenti fondamentali per la vita. Niente è più importante allora di collocare al primo posto un amore appassionato e totalizzante per Dio e per il prossimo, l’unica realtà che può dare un senso e un obiettivo agli impegni quotidiani.
La legge non è un percorso obbligato da seguire, un ulteriore peso insopportabile da portare, ma un dono di Dio, nella forma di parole che offrono all’uomo, situazione per situazione, l’ispirazione per essere suo amico e vivere nel bene e nella gioia. Dio è Colui che apre una strada e non colui che rinchiude in una gabbia. Per questo, afferma Gesù, è fondamentale amarlo con tutto se stessi, cioè con il cuore, la volontà, l’anima, la vitalità dei desideri e la mente, l’orientamento costante del pensiero (è interessante notare che Egli ha preferito la parola “mente” a “forze”, com’è detto nel testo deuteronomico, forse per l’allergia nutrita verso la mentalità farisaica che si è amati da Dio non gratuitamente, ma per i propri sforzi), e bisogna amarlo nell’unico modo concreto possibile: amando il proprio prossimo.
Amare Dio e il prossimo! Due orientamenti fondamentali per la vita che Gesù definisce “simili”, non nel senso che si possa scegliere indifferentemente tra l’uno e l’altro, ma nel senso che uno non può essere separato dall’altro, che uno senza l’altro non è in grado di condurre la persona ad una piena e autentica maturità spirituale e umana. L’evangelista Giovanni, qualche anno più tardi, definirà come “nuovo” (Gv 13,34) questo comandamento, non nel senso del contenuto, che l’amore del prossimo era già insegnato da tante altre religioni, ma nel senso di ciò che rimane di veramente essenziale di tutto quello che c’è stato, che da oggi è definitivo, sul quale puoi giocarti la vita una volta per sempre. Correlazione ed essenzializzazione che Giovani esprime in modo brillante nella sua prima lettera (1Gv 4,20-21): “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello”.
E questo è tutto! Tutto quello che c’è da dire sulla questione posta capziosamente dal Dottore della Legge, ma non solo, dice Gesù: “da questo dipendono tutta le legge e i profeti”, cioè questo è ciò che dà e che è il senso di tutta la Sacra Scrittura (‘legge e profeti’ come la chiamavano al suo tempo). Mai, credo, sia stata fatta una sintesi più affascinante di tutta la Bibbia, Essa sta tutta in questa due Parole: amare Dio e amare il prossimo, con tutto lo stesso amore che si riceve gratuitamente da Dio, con il quale si ha cura di se stessi e che si vorrebbe ricevere dagli altri.
Davvero non c’è nulla di più importante da aggiungere se non il passare ai fatti. Anche se mi sembra doveroso, come suggerisco ormai da tempo, che proprio nel mezzo di questa pandemia che ci ‘impone’ di essenzializzare e di prenderci cura come non mai del nostro prossimo in difficoltà, avviare quei processi che ci permettano di staccare definitivamente la spina da mentalità, situazioni e stili di vita che poco hanno a che fare con il vangelo della prossimità e della fratellanza universale.
Buona settimana, fra’ Mario.

 

 

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
29 annoAnelle domeniche precedenti abbiamo ascoltato una serie di parabole raccontate da Gesù all’interno dell’area del Tempio di Gerusalemme e indirizzate ai farisei, alle componenti più autorevoli di questa corrente religiosa: i capi dei sacerdoti e gli anziani, nelle quali veniva costantemente prefigurata la loro esclusione dal Regno dei cieli, cioè da quel mondo nuovo inaugurato da Gesù, a motivo della loro ristrettezza di vedute e delle contraddizioni presenti nel loro comportamento. 
   Da oggi ascoltiamo il racconto del contrattacco portato dai farisei nei confronti di Gesù: essi si riunirono in consiglio per vedere di trovare il modo di screditare la sua predicazione e la sua persona presso i molti che stavano ad ascoltarlo (e dei quali avevano paura), cercando nei suoi discorsi qualcosa di errato rispetto alla dottrina tradizionale e al loro insegnamento, su cui imbastire un vero e proprio processo.
   La prima questione sulla quale essi pensarono di far cadere Gesù nella loro trappola non fu tuttavia su un tema religioso ma, oggi diremmo, di carattere populista: dopo averlo riconosciuto come maestro veritiero, cioè credibile, e autentico, che non va alla ricerca del gradimento altrui, gli chiedono: è lecito o no pagare le tasse ai romani (il tributo a Cesare), occupanti illegittimi di Israele? Una trappola, ci fa notare Matteo, tesa in modo subdolo: i capi dei farisei neanche si presentano di persona, ma inviano dei loro discepoli (ostili ai romani) insieme agli erodiani (collaborazionisti), due gruppi che non andavano d’accordo tra loro ma si ritrovano uniti nel complotto contro il nemico comune, e presentano a Gesù una moneta romana che in realtà era proibito introdurre nel Tempio. Il senso della trappola è chiaro: se Gesù avesse risposto ‘sì’ avrebbe riconosciuto la signoria di Cesare proprio nel luogo della signoria di Dio e perduto il favore della folla, se avesse risposto di no lo si poteva accusare di ribellione nei confronti dei romani (come verrà tentato grazie a falsi testimoni nel processo prima della crocifissione) e farlo arrestare.
   Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, sottolinea Matteo, innanzitutto smaschera il loro atteggiamento ipocrita: pur essendo all’interno del Tempio essi portano con sé delle monete straniere proibite, e poi proprio a partire da questo particolare offre una risposta di non facile interpretazione, al punto che sorpresa dalle sue parole quella delegazione è costretta a ritirarsi. Di chi è l’immagine e a chi è dedicata l’iscrizione sulla moneta del tributo? Di Cesare! “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. 
   E’ questa una delle frasi più celebri di Gesù, alla quale sono stati dedicati un’infinità di commenti e alla quale sono state richieste lungo i secoli tutta una serie di indicazioni sulla presenza e l’attività dei credenti nel mondo. Si tratta solo di un bell’artificio, di una risposta non risposta…  o di un principio sul quale regolare i rapporti tra Dio e Cesare (epoca romana), tra Chiesa e impero (medioevo), tra Chiesa e stato (epoca moderna)?
   In realtà Gesù, come aveva già fatto altre volte, per non cadere nel tranello adotta la stessa tecnica dei farisei e ricorre ad una specie di sofisma, un gioco di parole, una sorta di enigma, una risposta che altro non è che un’ulteriore domanda e la provocazione a non affidare alle parole la soluzione di un problema, ma a cercarla nel più intimo di se stessi, nella sfera della convinzioni più profonde e delle motivazioni, a partire dai propri desideri ma pienamente aderenti alla realtà e a quel fine supremo che è la ricerca del bene, cioè di Dio, e la sua attuazione attraverso l’amore del prossimo e la realizzazione del bene comune.  
   Quindi più che un parere sulla questione della legittimità della tassa imposta dall’occupante, Gesù offre una risposta che operando una distinzione netta tra Cesare (con le cui monete i farisei trafficano, ma si rifiutano di renderle nella forma di tassa) e Dio (il cui potere i farisei usurpano o amministrano male, vedi le parabole precedenti) spinge il credente a verificarsi sulla propria scelta fondamentale di porsi sotto la signoria di Dio, da questa infatti dipende il proprio modo di stare al mondo, il proprio stile, e il modo di relazionarsi con gli altri e con le cose. Rendere a “Dio quello che è di Dio” significa riconoscere di appartenergli completamente, offrire a Lui la parte migliore di se stessi, acquisire libertà, equilibrio, saggezza nella gestione degli impegni e negli obblighi della vita sociale. 
   Nessuno più di noi conosce bene quante situazioni difficili abbia attraversato (e attraversi ancora) l’umanità quando Cesare pretende di essere Dio… la proliferazione di dittature, i pubblici incarichi finalizzati al raggiungimento del massimo di potere da conservare a tutti i costi e con tutti i mezzi, le regole del convivere dettate dagli interessi dei più forti, il controllo della vita altrui e la negazione dei diritti fondamentali delle persone; e situazioni non meno problematiche vengono a crearsi quando i credenti in Dio assumono lo stile di Cesare… basta guardare la fatica che fa la Chiesa Cattolica a liberarsi di strutture, forme, titoli e persino stili celebrativi che scimmiottano quelli dei potenti della terra… per non parlare dei vari tipi di scandali in cui sono coinvolti gli uomini di Chiesa che perdono di vista, appunto, di essere sotto la signoria di Dio e non di esserne i sostituti o i rappresentanti legali o amministratori delegati.
   Anche se sarebbe stato legittimo attendersi da Gesù una parola critica nei confronti della dominazione romana, tuttavia ci è facile comprendere che Egli ci fa fare un salto oltre la contingente situazione storica: un mondo alternativo a quello in essere è possibile iniziare a costruirlo solo quando si assimila lo stile di Dio, lo stile proprio di Gesù, uomo lontano da ogni forma di potere, che non ha fatto mai ricorso a sotterfugi ma ha messo tutte le sue energie a servizio del bene degli altri.
   Costruire un mondo alternativo non significa, ancora, dover dare vita ad un altro mondo oltre a questo (che spesso si finisce solo per creare solo delle nicchie consolatorie) o dopo di questo (che spesso genera un atteggiamento di fuga, di disimpegno e desiderio di paradisi immaginari) ma vivere le realtà portanti come l’attività politica, amministrativa, lavorativa… con la trasparenza e la lealtà, con l’umiltà e la determinazione, con la generosità e l’inventiva di chi ha nel cuore la stessa passione di Dio per il bene di tutti i suoi figli. Le nostre comunità, pur con tutti i loro limiti, dovrebbero aspirare ad aprire spazi di Regno di Dio tra gli uomini e farsi sempre più luoghi educativi in cui è possibile respirare e assimilare lo stile di Dio con cui vivere i propri impegni quotidiani.
   In questa domenica in cui in tutte le comunità cristiane celebriamo la giornata missionaria, attuando questa grande colletta con cui sovvenire alle necessità delle chiese più povere, ci è ancora più facile comprendere l’invito di Gesù a stare al mondo non con lo stile di Cesare ma con quello di Dio, per diventare, come propone il tema di questa giornata e come ci chiede la sorprendente enciclica di Papa Francesco, degli appassionati “tessitori di fraternità”.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario.     
   
   

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
sanfrancescoin questa ventisettesima domenica del tempo ordinario celebriamo la solennità di San Francesco, particolarmente sentita per noi francescani, come per tutti i cristiani e per l’umanità intera, soprattutto in questi ultimi anni in cui il Papa che ha preso il suo nome ci sta proponendo di assimilare sempre più orientamenti e stili di vita fondati sulla cura del creato, il riscatto dei poveri, e la fratellanza universale… questa oggetto della sua ultima Enciclica, firmata proprio in questo anniversario della morte del santo, davanti alla sua tomba.
   Nella Liturgia della Parola ci vengono proposte alcune scritture scelte apposta per farci entrare nei fondamenti della spiritualità di Francesco d’Assisi.
   La prima lettura ci offre un testo sapienziale di Gesù, il figlio di Sirach, che loda il Sommo Sacerdote Simone, figlio di Onia, per aver restaurato il Tempio di Gerusalemme, definendolo astro del mattino, luna piena e sole sfolgorante… attributi questi che l’agiografia francescana (lo stesso Dante parlando della nascita dell’assisiate dirà nel canto XI del Paradiso: “nacque al mondo un sole”) attribuirà a Francesco, al quale il Signore stesso chiederà di “riparare la sua casa” (FF 1411), e che lo stesso Papa Innocenzo III vide (in visione o in sogno) mentre sorreggeva la Chiesa del Laterano perché non crollasse (FF1460). Davvero la via evangelica dell’umiltà, della povertà e della fraternità è una della colonne portanti della Chiesa.
   Nel brano della lettera ai Galati, scelto come seconda lettura, Paolo afferma che ciò che conta nella vita non è avere i segni dell’appartenenza ad una cultura ‘mondana’ o ad una religione, ma essere una ‘nuova creatura’, assimilata al Cristo: “io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”. Lo stesso Francesco riceverà in dono i segni della passione e dell’amore più grande nel suo corpo sul monte della Verna (FF 485). “Uomo veramente cristianissimo” (FF1240) che ha voluto conformarsi in tutto al Cristo, al punto da essere indicato come un “alter Christus”, cioè conquistato dall’ideale di essere come Gesù, trovando nel Vangelo quel tesoro prezioso che rende pienamente felici. Questo non significa certo che Francesco sia l’unico o il miglior modello di vita cristiana, anzi egli con la sua testimonianza sprona ciascuno di noi a trovare con l’originalità e i doni che ci sono propri, la nostra strada per vivere nella fedeltà al Vangelo.
   Il brano di Vangelo che ci viene proposto in questa solennità è tratto dal capitolo 11 di Matteo e ci offre la lode esultante di Gesù al Padre (nel passo parallelo di Luca – 10,21-22 – è scritto che “esultò di gioia nello Spirito Santo”) che nella sua misericordia si fa conoscere non dai dotti e dai sapienti, ma dai piccoli. Si fa conoscere e sperimentare per quello che è: Padre tenero e compassionevole, grande nell’amore, che in Gesù, spogliatosi di quelle prerogative che siamo soliti attribuire a Dio quali l’onnipotenza e la grandezza, si è fatto servo fino al dono totale di sé nella morte di croce. Piccoli, dunque, non vuol dire ingenui e sempliciotti, ma svuotati di sé, del proprio egoismo, per donarsi pienamente agli altri. Francesco d’Assisi nel Testamento, lo scritto che non solo manifesta le sue ultime volontà ma anche esprime ciò lui è diventato dentro, dirà di sé: “piccolino” (il più piccolo dei frati) e “vostro servo” (FF 131), nella piena consapevolezza che il farsi piccoli coincide con il farsi servi degli altri, e in ciò si manifesta autenticamente l’amore.
   Oltre ai piccoli Gesù volge la sua attenzione agli “affaticati ed oppressi”: in quel momento egli si riferiva a quelle persone stanche di essere appesantite da tutti quei precetti da osservare alla lettera a cui i maestri dell’epoca avevano ridotto le Parole di Dio, oggi noi potremmo allargare lo sguardo a tanti generi di fatica e oppressione (ivi compreso la devastante pandemia in corso)… l’invito di Gesù è per tutti lo stesso: per trovare ristoro imparate da me ad essere miti e umili di cuore, fatevi carico con me di questo giogo dolce e leggero, come tutte le cose vissute con compassione e condivisione. E’ ancora San Bonaventura a dirci che questo era il segreto di tutto il bene presente in Francesco: “Da architetto avveduto, egli volle edificare se stesso sul fondamento dell’umiltà, come aveva imparato da Cristo” (FF1403), e la Leggenda dei tre compagni racconta che Francesco desiderava che anche la vita di tutti i frati fosse piena di opere buone, tanto che diceva ad essi: “tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza”.  
   Carissimi fratelli e sorelle, all’inizio di questo nuovo anno pastorale accogliamo quanto lo Spirito ci suggerisce attraverso queste sacre scritture e la testimonianza di Francesco e cerchiamo di elaborarlo sia con la riflessione personale sia scambiando le nostre idee almeno con le persone a noi più vicine, per trarne quelle indicazioni che ci permettano non di organizzare più cose, ma di vivere quei passaggi che ci vengono richiesti nell’avvicinarci al Giubileo del 2025 per attuare la “conversione missionaria” della nostra comunità parrocchiale.   
   La mia sensibilità e la mia esperienza mi portano a dire che senza una conoscenza più profonda della Sacre Scritture, attraverso un ascolto più assiduo, un metodo di lettura in linea con le competenze di oggi, una meditazione accompagnata dalle riflessioni di buoni “padri spirituali” (sia antichi che contemporanei), una risonanza condivisa… non si va da nessuna parte, per cui tornerei a focalizzare questo come primo e urgente impegno della nostra comunità, sperando di contare sulla disponibilità e la collaborazione di tutti, e in particolare di coloro che hanno già qualche buona esperienza al riguardo (sia all’interno delle realtà ecclesiali di appartenenza, sia in esperienze formative quali dieci comandamenti o cammini di spiritualità). 
   Le indicazioni del cammino diocesano ci chiedono anche quest’anno di porre l’attenzione sull’”entrare in relazione” con le persone del nostro territorio e “ascoltare con un cuore contemplativo le loro storie di vita”, tramite contatto individuale, a “tu per tu”. Io penso che questo esercizio di fraternità sia bene praticarlo innanzitutto a partire dall’interno della nostra comunità, rivolto non solo a coloro che già ci sono intimi, ma soprattutto a quelli con i quali ci conosciamo superficialmente (anche se pensiamo di avere le idee chiare su di loro). Oltre a superare reciproche chiusure preconcette e un appiattimento sul ‘formalmente corretto’, questo potrebbe aiutarci a uscire definitivamente da un modello di parrocchia (qui affermatosi in questi ultimi 50 anni) basato sulla coesistenza coordinata di realtà autonome, di cammini di ‘nicchia’, di appartenenze legate più all’amicizia con questo o quel presbitero, che ad una partecipazione matura e responsabile… ed educarci a vivere nell’armonia delle diversità, nella collaborazione per avanzare verso gli obiettivi comuni e accompagnare i desideri e le necessità delle persone, nella convergenza su metodologie di evangelizzazione adeguate alla realtà di oggi.                           
   “Saremo disposti a cambiare gli stili di vita?” e a uscire dall’atrofia del cuore riaprendoci a quei desideri che lo allargano e in cui è possibile “discernere la voce di Dio”? ci chiede il nostro Vescovo Francesco. Se in un contesto come quello che stiamo vivendo non ce la sentiamo più di essere sempre allo stesso punto o di ripetere le stesse cose degli anni precedenti, non lasciamoci prendere dalla depressione: “I sogni si costruiscono insieme”.
   Buona anno pastorale a tutti, fra’ Mario.
   
 

 

 

 

Carissimi fratelli e sorelle,
un’altra bellissima parabola da meditare in questa ventiseiesima domenica del tempo ordinario, che ha ancora come protagonista un padre, due figli, una vigna e l’esistenza rovesciata.
Nel capitolo ventuno Matteo ci racconta di Gesù che arriva a Gerusalemme per la festa di Pasqua: un ingresso trionfale per il “profeta che viene da Nazareth”, che libera il tempio da mercanti e cambiamonete, guarisce ciechi e zoppi, viene osannato dai bambini al punto da suscitare l’indignazione dei capi dei sacerdoti e degli scribi. E, infatti, il giorno dopo Gesù viene messo sotto inchiesta dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo: “con quale autorità fai queste cose?”. “E con quale autorità battezzava Giovanni?” replica Gesù, e non ricevendo risposta racconta allora questa parabola del padre e dei due figli.
Siamo, dunque, in un contesto apertamente polemico… le controversie avvenute qua e la nel corso del ministero in Galilea qui raggiungono la fase culminante e diventano una netta contrapposizione, dai toni accesi e, da parte dei capi giudei, sempre più violenti fino all’emissione della sentenza di morte. Perché si arriverà a questo? A noi che conosciamo la storia di Gesù, e tante possibili diverse interpretazioni della sua vicenda, sembra ormai quasi scontato che Egli dovesse morire per noi, che non ci fosse altra strada per espiare i nostri peccati… Ma il sogno di Gesù era quello di vedere questo mondo trasformato nel Regno di Dio, per questo annunciava con chiarezza e determinazione i sentimenti e i comportamenti che piacciono a Dio, e detestava e criticava tutto quanto riteneva non fosse in sintonia con il progetto del Regno. Quando il Regno avrebbe cominciato a prendere vita sarebbe avvenuto un vero e proprio rovesciamento: molti dei primi, ascoltavamo domenica scorsa, sarebbero diventati ultimi e gli ultimi primi, e addirittura i pubblicani (appaltatori delle imposte per i romani) e le prostitute sarebbero passati avanti, letteralmente ‘avrebbero preso il posto’, ai capi dei sacerdoti, agli anziani e agli scribi, cioè alle più alte gerarchie ebraiche, come ascoltiamo nel Vangelo di oggi.
Cosa contestava Gesù alle autorità ebraiche? La parabola di oggi, come tante altre del maestro galileo, contrappone le decisioni e i comportamenti dei peccatori convertiti a quelle di coloro che sono peccatori come tutti gli altri, ma pensano però di non esserlo affatto e non sentono il bisogno di cambiare. Un padre chiede al primo figlio di andare a lavorare nella vigna, questi risponde svogliatamente di no, ma poi ci ripensa e va a lavorare. Lo chiede al secondo figlio e questi risponde subito si con entusiasmo, ma poi non ci va. Quali di questi due è in sintonia con i desideri del padre? “Il primo” rispondono i capi dei sacerdoti. “Quali di questi due pensate di essere?”, avrebbe potuto aggiungere Gesù, e invece tira subito la conclusione a cui abbiamo già accennato: voi siete di quelli che dicono si, ma fanno no, per questo pubblicani e prostitute, che hanno cambiato il loro no in si, prendono il vostro posto nel Regno di Dio, in questo mondo da costruire a partire dalla compassione e dalla misericordia.
Certamente questa non è tanto una sentenza definitiva, che non sarebbe nello stile di Gesù, ma piuttosto l’invito a cambiare quegli stili di vita non in linea con i desideri di Dio, quali il privilegiare l’apparire all’essere e la rigidità interiore che impedisce ogni cambiamento. Un invito che va accolto non con le cifre del moralismo, per cui la coerenza diventa più importante dell’apertura del cuore, né del narcisismo autoreferenziale, in cui la compiacenza per ciò che si presume di essere porta alla chiusura in se stessi, al disprezzo degli altri, all’incapacità di lasciarsi interpellare dalla realtà che ci circonda.
Per appartenere al Regno di Dio, quindi, non sono sufficienti i “sì di facciata”, quelli che poi in realtà potrebbero divenire dei no, come quei si che non sono accompagnati da un coinvolgimento integrale del proprio cuore, della propria persona, e sorretti da una profonda ricchezza interiore. Così come non sono sufficienti quei “si, a condizione che…”, che sembrano piuttosto richiedere una legittimazione dei propri comportamenti buoni, che esprimere quel tratto caratteristico di una fede autentica che è l’aprirsi alle sorprese di Dio e sperimentare quel miracolo straordinario che è la trasfigurazione integrale della propria esistenza, di cui la conversione dal male al bene è senz’altro un passo importante (come afferma il profeta Ezechiele nella prima lettura: il malvagio che si converte certamente vivrà), ma la cui meta è quella di avere in sé “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Paolo ai Filippesi, seconda lettura di oggi).
Il rimprovero rivolto da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo di non essersi lasciati cambiare dal profondo dalla predicazione sua e del Battista e di non aver accolto l’invito a passare da una religiosità esteriore, fondata sull’esibizione di preghiere ed elemosine e non sull’adesione del cuore, e legalistica, limitata al rispetto del tradizionalisticamente corretto e disattenta a quel mondo unico e perennemente da ascoltare che è ogni persona, come sempre rimbalza sulla vita delle nostre comunità che, a distanza di troppi anni dalla predicazione del Vangelo, corrono il rischio di mantenere vive mentalità ottuse e atteggiamenti elitari, che con esso hanno ben poco a che fare.
Passare ad un “Sì” consapevole, motivato, totale (cioè capace di orientare una volta per tutte la propria vita secondo il Vangelo) è l’obiettivo che ogni credente deve porsi e anche ogni comunità di credenti… l’invito infatti è quello di andare a lavorare nella “vigna”, immagine usata nelle scritture in riferimento al popolo ebraico e da Gesù al popolo dei credenti in Lui… e che oggi leggiamo ancora con maggiore apertura riferendola a tutta l’umanità, al mondo in cui viviamo, in questo villaggio globale dove non esistono più vicino e lontano, ma tutto è responsabilità di tutti, la sussistenza di problemi, come l’avanzamento verso una realtà in cui il bene sia veramente per tutti. In questa prospettiva, essere di quelli che partendo da una posizione negativa via via si fanno sempre più volenterosi e decisi ad impegnarsi, significa non semplicemente tornare ad essere più osservanti dei comandamenti e più praticanti del culto, ma anche liberarsi di forme nelle quali hanno preso il sopravvento la smania di potere, gli interessi economici, la conservazione di espressioni di fede folkloristiche e sempre più insostenibili.
“Vai/andate a lavorare nella vigna” è un invito, ancor prima di passare al piano operativo, a porci la domanda: di quale tipo di cristiani ha bisogno il mondo di oggi perché ci sia ancora spazio per quelle trasformazioni insperate che noi sappiamo essere nei desideri di Dio? E’ la nostra comunità parrocchiale può dirsi uno spazio in cui queste trasformazioni sono già in atto?
Buona settimana, fra’ Mario.

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
vorrei iniziare la riflessione sul Vangelo di questa venticinquesima domenica del tempo ordinario con qxxv_annoA.jpgualche domanda: e se Dio fosse profondamente diverso da quello che ci è stato insegnato dalla nostra religione, come dalle altre, e dall’idea che ce ne siamo fatti?   E che vita sarebbe quella dei cercatori di un Dio diverso da quello annunciato e dato per conosciuto? E in che cosa Dio potrebbe essere del tutto diverso rispetto a quanto già intuito su di Lui?
   L’assoluta diversità di Dio rispetto al modo di pensare e di agire degli uomini è uno degli annunci più importanti contenuti nella predicazione dei profeti (nella prima lettura di oggi Isaia dirà in nome di Dio: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie) e dello stesso Gesù, che ha polemizzato più volte con i maestri giudei proprio sul tema dell’identità di Dio e della conseguente impostazione della società e della vita delle persone, con particolare avversione verso tradizioni e mentalità diffusamente radicate tra la gente del suo tempo, ma ritenute quantomeno lontane da una concezione sostenibile di Dio.
   Verso la metà del capitolo diciannovesimo Matteo ci racconta dell’incontro tra Gesù e un giovane molto religioso, osservante dei comandamenti, benestante e desideroso di continuare a vivere anche dopo la morte… Sappiamo come andò a finire: Gesù gli propose una visione totalmente diversa dell’esistenza: vendi tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi, ma il giovane si allontanò triste. Quando è difficile scegliere tra il Dio che fa di te una persona libera integralmente e capace di grandi responsabilità e la rassicurante dipendenza dalle cose! Lo stesso Pietro, nella situazione opposta a quella del giovane, ancora una volta nel ruolo di chi cerca di capire altro da ciò che andrebbe capito, chiederà: ma noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti cosa ne avremo in cambio? Cento volte di più di quello che avevi e la vita dell’Eterno, risponderà Gesù, precisando che ciò è dovuto all’immensa bontà di Dio, e non ai meriti acquisiti con il proprio comportamento. Per questo molti dei primi saranno ultimi (quelli che fanno affidamento sulla propria bravura e sui propri meriti) e gli ultimi i primi (coloro che sono esclusivamente oggetto della misericordia di Dio).
   Ed ecco a supporto di questa incredibile affermazione sui rovesciamenti operati da Dio la parabola di oggi del padrone della vigna e della paga offerta agli operai chiamati a lavorarci nelle diverse ore della giornata, dove reale e paradossale si intersecano proprio per portarci a comprendere qualcosa sulla “diversità” di Dio. 
   La parabola si apre come tante altre con l’espressione “Il regno dei cieli è simile”, a chiederci fin dall’inizio un attenzione particolare perché si sta parlando non del mondo come lo costruiscono e lo organizzano gli uomini, ma come lo vorrebbe Dio, il padrone di casa che fin dall’alba esce per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna pattuendo con loro la paga di un denaro. 
   Questo padrone, prosegue Gesù, continua ad uscire… nelle ore del mattino ci potrebbe anche stare… ma qual è il senso di prendere ancora operai pure verso le cinque del pomeriggio, orario in cui la giornata lavorativa finisce? 
   E poi la sera la paga, a partire dagli ultimi, quelli del tardo pomeriggio, che ricevono un denaro come i primi, quelli dell’alba… Beh, forse a questo punto anche noi come gli ascoltatori di quel giorno avremmo protestato e preteso dal padrone un comportamento diverso, e una paga consona alle energie profuse dagli operai… e allora anche a noi Gesù rivolge la domanda in nome di Dio: perché vedi con occhio cattivo che io sia buono? (Nella traduzione della CEI leggiamo: sei invidioso perché io sono buono?). E con questa domanda Gesù sembra volerci chiedere di fare una volta per sempre una scelta di campo: o continuare a credere nel Dio superpotente, che detta le regole del gioco, che non ammette infrazioni, che premia e castiga in base ai propri meriti… o credere in un Dio immensamente buono, che ritiene lecito essere buono con tutti e sempre e soprattutto con gli ultimi, cioè i primi ad aver bisogno del suo amore.
   Allora, qui, credo, siamo in grado di comprendere perché a seconda dell’idea che abbiamo di Dio cambierà anche il nostro modo di stare al mondo… Con la sua domanda infatti Gesù sembra dirci non solo: ma perché non riesci a credere che Dio sia immensamente buono?, ma anche: ma perché non riesci ad essere buono come Dio è buono con te? E’ qui che la vita di un cercatore di Dio viene rovesciata: non stiamo al mondo per rispettare regole (che nel tempo diventano sempre più desuete), accumulare crediti per accedere al premio finale o invocare raccomandazioni per evitare castighi per i nostri errori… ma ci stiamo come persone conquistate dall’immensa bontà di Dio e che si adoperano perché quel mondo di ultimi, di scartati, di privati del diritto all’essere innanzitutto amati, diventi un mondo di primi, di amati per primi (e non di primi della classe).   
   O crediamo che Dio è così, l’immensamente buono, e cerchiamo di essere come Lui per costruire un mondo basato sull’amore, la compassione e la misericordia, o la nostra ricerca di Dio, o quel complesso di certezze che chiamiamo fede, o quell’insieme di osservanze e di riti che continuiamo a ripetere perché esprimono la nostra appartenenza ad una religione, diventano qualcosa di profondamente sterile e inutile, forse eticamente e filosoficamente corretti, ma incapaci di rovesciare la nostra esistenza e il corso della storia. 
   Vorrei, in conclusione, sottolineare un altro aspetto di questa parabola, a partire dalla domanda del padrone della vigna rivolta a quelle persone incontrate per strada a mattino inoltrato: “perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?”. Potremmo accogliere questa domanda alla luce di quella trasformazione in atto nella chiesa che, dopo secoli passati a conservare come immutabili e perennemente validi formule e schemi collegati invece a situazioni storiche e culturali di epoche diverse, vuole tornare a mettere al primo posto la passione per la missione, affrontando con responsabilità le sfide di oggi, forte di quell’enorme risorsa che è il confidare nella bontà di Dio e nell’essere misericordiosi come lui.
   L’assassinio di Don Roberto Malgesini, pochi giorni fa, che molti chiamavano il “prete degli ultimi” e che il suo vescovo ha definito “martire della misericordia”, fa risuonare in noi ancora più forte la domanda: “perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?”. E forse in questa nostra assemblea domenicale abbiamo bisogno davvero di scuoterci… per primi noi che ci sentiamo a posto in coscienza perché non manchiamo mai ad una messa festiva… che ci confessiamo regolarmente anche se non bestemmiamo, non rubiamo, non ammazziamo e non abusiamo del sesso… che facciamo regolarmente le nostre preghiere e qualche elemosina… Ma oltre a tutto questo cosa facciamo di autenticamente e immensamente buono?  
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario. 

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