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   Carissimi fratelli e sorelle,
siamo arrivati all’ultima domenica dell’Anno Liturgico, in cui celebriamo Gesù con il titolo di “Re dell’universo”, e concludiamo oggi la lettura del capitolo 25 di Matteo con il brano che ci offre la descrizione allegorica della vittoria definitiva del bene sul male che avverrà “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”. 
   Come sappiamo, il o i redattori del Vangelo attribuito a Matteo, hanno raccolto gli insegnamenti di Gesù in cinque grandi discorsi: il primo, quello per così dire programmatico, detto “della montagna”, si apre con la pagina magistrale delle Beatitudini, sullo stile di vita di quanti lasciano regnare Dio sulla loro vita, e l’ultimo si chiude con un insegnamento altrettanto fondamentale sulla vita eterna, che non è quella che ci aspetta dopo la morte, ma è quella che l’Eterno ci comunica giorno per giorno, prendendosi cura di noi e chiedendo a noi di fare come Lui: prenderci cura dei più piccoli della terra.
   Un discorso finale, potremmo dire, veramente “con il botto”, di gran effetto e capace di comunicarci l’essenza dell’insegnamento di Gesù, un po’ come fa anche Giovanni nei discorsi della cena d’addio, in cui il maestro consegna ai discepoli le sue ultime volontà: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). Il Vangelo dell’”Emmanuele”, del “Dio con noi” (Mt 1,23) “tutti i giorni fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20) consiste nel saper riconoscere la presenza di Dio negli uomini, a partire dai più piccoli. In un mondo in cui, soprattutto oggi, si può vivere “come se Dio non ci fosse”, il credere sceglie di vivere “come se Dio ci fosse”, sa cogliere la sua “presenza” nei fratelli e nelle sorelle che ama. Il Dio di Gesù alla fine dirà: non mi hai mai visto, ma tutto quello che hai fatto a uno dei più piccoli lo hai fatto a me, perché io sono presente in loro che desiderano essere amati, perché tu mi rendi presente per loro con la tua capacità di amare.
   Questa essenzializzazione definitiva della fede, oltre la quale non ce n’è una migliore, Gesù ce la presenta con la metafora tipica della predicazione apocalittica, e presente in molte tradizioni religiose, del “Giudizio finale”. Evocando la visione notturna, il sogno, del profeta Daniele sull’atteso trionfo di uno simile a un “Figlio di uomo” sul malvagio dominio babilonese (cosa che al tempo di Matteo la comunità si aspettava fosse compiuta da Gesù nei confronti dei romani), e la predicazione di Ezechiele contro i pastori d’Israele che violentavano le pecore più deboli (le incornano come le capre) e si arricchiscono alle loro spalle (diventando pecore grasse) (Ez 34) per cui Dio interverrà in favore delle pecore più deboli, separandole dalle grasse e dalle capre, Gesù esprime da un lato un giudizio definitivo sui capi politico-religiosi del suo tempo, bramosi di potere e ricchezza, ma indifferenti alle necessità dei più deboli, dall’altro offre ai discepoli l’indicazione sull’unica cosa che essi devono cercare se davvero amano Dio: mettere la vita a servizio degli ultimi. 
   Permettetemi, pertanto, fratelli e sorelle, di invitarvi ancora una volta ad abbandonare quella visione giustizialista del giudizio di Dio, tipica dell’indottrinamento della nostra infanzia, secondo la quale alla fine della vita e della storia ci verrà chiesto conto delle nostre azioni, e verremo premiati o puniti a seconda del bene o del male commessi… L’immagine del giudizio finale, in realtà, non è che uno dei tanti modi per esprimere la radicalità di una scelta di fede, il lasciare a Dio una totale signoria sulla nostra vita, e in suo nome combattere ed estromettere da essa ogni forma di male per lasciarci orientare esclusivamente da quella forma sublime di bene che è l’amore. Non per niente l’elenco delle azioni su cui verterà la verifica offerto da Gesù (che amplifica di poco quello di Ezechiele rivolto ai pastori: prendersi cura delle pecore deboli, inferme, ferite, smarrite…) non contiene nessuno degli insegnamenti dottrinali, dei comandamenti classici, dei precetti morali o delle prescrizioni per il culto, quasi a ribadire che non si tratta di un rendiconto sull’osservanza di tutto questo, ma di una pienezza di vita e di gioia che si raggiunge soltanto attraverso l’amore. “Il Dio di Gesù – scrive A. Maggi - non chiederà mai se si è creduto in lui, ma se si è amato come lui”.
   E proprio coloro che sono vissuti nell’amore e nel servizio delle persone più deboli, con mitezza e misericordia, Gesù li proclama “beati” all’inizio della sua predicazione e ora “benedetti dal Padre mio”, perché hanno portato a termine il progetto vi vita propostogli. “Benedizione” è una delle parole più belle della Bibbia: essa sta ad indicare che Dio è il bene, è solo bene, un mondo di bene che Egli fa scendere sugli uomini mediante la sua parola rivitalizzante e amandoli uno per uno. Gesù, per chi crede in Lui, è questa parola viva del Padre, l’amore incarnato e portato alla sua pienezza con il dono della vita. Il credente è un benedetto in quanto investito dall’energia di questa parola e conquistato dalla bellezza di questo amore, una luce incontenibile che egli fa splendere sul candelabro della quotidianità: “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone” (Mt 5,16) e riconoscano che Dio ne è la sorgente. Quando il bene annunciato diviene motivo del proprio agire e comincia a trasfigurare le vite a partire dalle fragilità, lì c’è davvero benedizione e inizia il mondo di Dio.
   Dove, invece, regna l’indifferenza, la malignità e l’incapacità di spendersi per gli altri inizia l’inferno, quel modo di vivere in cui le persone “bruciano” letteralmente la loro esistenza, la rendono sterile e inutile, un ammasso di rifiuti destinati all’incenerimento, come avveniva nella valle di Hinnom a Sud di Gerusalemme, l’inceneritore delle immondizie e delle carcasse animali, dove il fuoco è perennemente acceso, e che già Gesù aveva evocato come destinazione di chi si adira con il proprio fratello o lo disprezza offendendolo o ignorandolo (Mt 5,22), passo che Papa Francesco commentava così in una catechesi: “Per annientare un uomo basta ignorarlo. L'indifferenza uccide. Ogni volta che esprimiamo disinteresse per la vita altrui, ogni volta che non amiamo, in fondo disprezziamo la vita”.
   E’ l’indifferenza la grande maledizione della vita, la grande nemica di Dio e del prossimo, al punto da far dire a Gesù nei confronti degli indifferenti un’espressione che mai avevamo sentito sulle sue labbra: “lontano da me, maledetti”. Credo che, conoscendolo bene, possiamo affermare che Gesù non ce l’avesse affatto con le persone, ma sicuramente si tratta di una maledizione contro l’indifferenza, il grande male capace di determinare il fallimento definitivo dell’uomo.
   E’ bene allora far tornare alla nostra mente le denunce di Papa Francesco contro quel grande male di oggi che è la “Globalizzazione dell’indifferenza”. Ancora prima che scoppiasse questa disastrosa pandemia Egli si esprimeva così: “Non mi stanco di ripetere che l’indifferenza è un virus che contagia pericolosamente i nostri tempi, tempi nei quali siamo sempre più connessi con gli altri, ma sempre meno attenti agli altri”. E anche adesso che conosciamo e sperimentiamo la pericolosità del Covid 19, non dimentichiamocelo che c’è un virus ben peggiore che può annientare e rendere insensata la nostra esistenza. Non c’è umanità ne autentica esperienza di fede laddove non ci si prende cura del prossimo fragile e bisognoso, come ci ricordava ancora Papa Francesco nella giornata del povero lo scorso 15 novembre: “C’è tanta fame, anche nel cuore delle nostre città, e tante volte noi entriamo in quella logica dell’indifferenza: il povero è lì, e guardiamo da un’altra parte. Tendi la tua mano al povero: è Cristo”.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario. 

 

Prime comunioni: educhiamo da cristiani i nostri figli
22 NOVEMBRE 2020 – FESTA DI CRISTO, RE DI PACE E DI FRATERNITA’

   Carissimi bambini,
il 22 novembre è l’ultima domenica dell’anno liturgico, la conclusione del lungo cammino che abbiamo fatto seguendo passo dopo passo la vita di Gesù, guidati quest’anno dal Vangelo di Matteo. Chi è davvero Gesù? Oggi noi lo riconosciamo come il “Re dell’universo”. Che significa?
Vi farò una domanda: chi sono, secondo voi, i personaggi più importanti della storia?
   I politici che governano le nazioni? Quelli che hanno tanti soldi? Le autorità religiose? I personaggi famosi dello spettacolo o dello sport? Quelli che hanno tante visualizzazioni su “tik tok”?
   Al tempo di Gesù tra i personaggi più importanti c’erano soprattutto i re, per questo nella sua predicazione Egli paragonerà Dio a un grande re che vuole fare di tutto il mondo il suo regno. Ma a differenza dei re della terra guidati dall’ambizione, dalla bramosia di potere e di ricchezza, e spesso per niente interessati alle necessità dei più poveri e dei più deboli… il Dio di Gesù è un re buono, che ama tutti gli uomini come suoi figli, che assicura a tutti giustizia e pace, che vuole che tutti stiano bene e siano felici.
   Per questo noi oggi paragoniamo Gesù ad un re che non somiglia però a quelli della terra, ma a Dio in persona, perché si è fatto servo di tutti e ha donato la sua vita per noi. Ecco, uno capace di amare così per noi è il personaggio più importante della storia e della nostra vita, perché ci insegna che potremo stare davvero bene ed essere felici quando anche noi saremo, come Gesù, capaci di amare tutti, a cominciare dai più bisognosi ed emarginati. 
   E se io oggi vi dicessi: farete la prima comunione solo quando sarete capaci di amare gli altri come Gesù? E’ molto bello, potreste rispondermi voi, ma anche tanto impegnativo. Beh, allora, potremmo rigirare la frase: noi ci ritroviamo insieme la domenica per ascoltare la Parola di Dio e consumare il pane e il vino, che sono il segno della vita che Gesù ha donato per noi, proprio per imparare, giorno per giorno, ad amare come Gesù ha amato noi, e per essere sempre più consapevoli che amare Dio e il prossimo, hanno la stessa importanza e sono l’unica cosa che ci farà davvero forti e felici.
   Per questo, nonostante le paure e difficoltà che viviamo in questi giorni di pandemia, con i catechisti invitiamo voi bambini e i vostri genitori a incontrarci, nel massimo rispetto delle attuali disposizioni sanitarie (non avere febbre o altri sintomi influenzali o similari, non essere stati in contatto con persone malate di covid né in casa propria né altrove, indossare le mascherine, tenere le distanze e igienizzare le mani…), per celebrare insieme la Messa per l’inizio del nuovo Anno Liturgico la prima domenica di “Avvento” (ricordate? Chiamiamo così le quattro settimane di preparazione al Natale).
   Attenzione: per gli iscritti del 2018 e del 2019 la Messa ci sarà sabato 28 novembre alle ore 16,30; per gli iscritti nel 2020 domenica 29 alle ore 16,00.
   Vi aspettiamo, siate prudenti e prendiamoci cura con affetto fraterno della salute e dei problemi gli uni degli altri. fra’ Mario.
   Vi ricordo che potete seguire ogni giorno gli eventi che si tengono in Chiesa sull’app BELLTRON STREANIMG parrocchia san felice da cantalice o sulla pagina facebook della parrocchia, nonché incontrarvi con gli amici del vostro gruppo sulle piattaforme che i catechisti vi indicheranno: meet, zoom…
      



Carissimi fratelli e sorelle,
continuiamo in questa trentatreesima domenica del tempo ordinario la lettura del capitolo 25 di Matteo con la lettura di un’altra parabola molto conosciuta, quella dei talenti.33 anno A
Come abbiamo già visto domenica scorsa riflettendo la parabola delle dieci ragazze che partecipano al corteo nuziale, le comunità cristiane nel momento in cui il Vangelo viene redatto stanno vivendo un momento particolare: esse sono in attesa del ritorno glorioso del Signore in mezzo a loro, che però tarda a venire. Così in quella parabola si dice che lo “sposo tardava”, in quella di oggi dei talenti che il padrone ritornò “dopo molto tempo”, e nella descrizione del giudizio finale non c’è accenno al tempo in cui esso avverrà: “quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”, ma trattandosi appunto del giudizio definitivo questa venuta va di per sé collocata non da un momento all’altro ma in quello conclusivo della storia. Torna allora la domanda: come comportarsi nel frattempo, pur tenendo lo sguardo puntato sulla realtà di un compimento finale sia della propria vita che della storia?
La risposta non è così scontata né risolutiva, tanto è vero che ci viene indicata attraverso parabole, attraverso elementi allusivi e a volte anche paradossali, offerti forse per provocare più un atteggiamento di apertura e di prontezza verso i vari scenari che possono aprirsi, piuttosto che rinchiudersi nella presunzione di avere l’unica risposta valida e non negoziabile. Quando tornerà il Signore e cosa avverrà al suo ritorno? Questa domanda che fa da sfondo ai due testi del Vangelo e della seconda lettura di oggi e che manifesta la speranza di chi aveva vissuto con Gesù di vedere al più presto realizzata la sua promessa di un prossimo ritorno e con esso della trasformazione definitiva del mondo, oggi non desta più lo stesso interesse non solo all’interno di un mondo secolarizzato in cui la fede “non fa più parte dei presupposti del vivere comune” (papa Francesco), ma probabilmente all’interno dello stesso mondo credente, così spesso incapace di una vita all’altezza delle grandi cose attese, ma sempre rimandate, se non addirittura ostacolate.
Eppure, proprio in questo tempo in cui certezze e determinazione ad impegnarsi per qualcosa che vada oltre la dimensione dell’appagamento immediato si liquefanno, è più che mai necessario rimettere a fuoco desideri profondi e necessità reali, definire in base ad essi gli obiettivi da raggiungere, e costruire su di essi le motivazioni che indirizzano il proprio cammino quotidiano, in cui si intrecciano entusiasmo e fatica, impegno e disillusione, realizzazioni e fallimenti. La parabola di oggi può essere di grande aiuto in un percorso del genere a condizione che non vi si approcci con una mentalità moralistica (Dio ti chiederà conto di quello che fai), o persino giustizialista (Dio te la farà pagare per tutti i tuoi sbagli), o con quell’atteggiamento religioso disincarnato per cui tutto è rimandato ad un’altra vita dopo questa. Abitiamo nella storia di tutti i giorni nella consapevolezza, per coloro che ne cercano il senso, che questa non è la ragione ultima della nostra esistenza: come vivere il presente, ciò che è già e fa presto a diventare ciò che è stato, in connessione con il nostro futuro prossimo e remoto, che ancora non è e che spesso arriva molto più tardi di quanto speriamo?
Il Regno di Dio, con i suoi obiettivi e gli stili di vita da assumere, questa realtà, questo sogno, questo principio dinamico che già fermenta l’oggi, ma il cui compimento è sempre oltre il prossimo futuro, Gesù lo paragona ancora ad un ricco signore che partì per un viaggio che sarebbe durato “molto tempo” e che lasciò tutto il suo patrimonio in mano a tre suoi amministratori, a ciascuno secondo la propria capacità. Due di questi contagiati dalla fiducia e la generosità con cui il padrone li aveva coinvolti nel progetto, con spirito di iniziativa raddoppiarono il capitale, meritando la lode del signore al suo ritorno. Il terzo riconsegnando il capitale così come lo aveva ricevuto, senza aver tentato nulla per paura e per pigrizia, venne cacciato via. A chi di questi vale la pena di somigliare?
La comunità nella quale il Vangelo di Matteo ha preso forma scritta non ha avuto dubbi nell’avere in avversione il comportamento dell’ultimo amministratore, probabilmente con l’affievolirsi della speranza di un ritorno immediato del Signore, in alcuni dei suoi membri era prevalso un atteggiamento di pigrizia e di disimpegno, paragonabile ad un vero e proprio fallimento e meritevole dell’espulsione dalla comunità. Allo stesso modo le nostre comunità sono chiamate a verificarsi sull’intensità della propria passione e del proprio impegno, consapevoli che si finisce per perdere del tutto quello che non si è capaci di far crescere (a chi non ha verrà tolto anche quello che ha).
Come sempre una parabola offre non soltanto una sua “morale”, ma apre diverse piste di riflessione attraverso l’analisi dei molteplici particolari. Vorrei soffermarmi un attimo sull’immagine del ricco signore che si assenta per molto tempo… Nella parabola essa indica la distanza di tempo (pensata come breve dalle prime comunità) tra la morte/risurrezione e il ritorno glorioso del Signore… Ai nostri giorni essa può stare ad indicare un po’ tutta la storia, vista come lo spazio in cui gli uomini sono chiamati ad amministrare con frutto il patrimonio che il Signore ha messo nelle loro mani, la sua assenza prolungata è infatti un invito esplicito ad agire in suo nome, quindi con responsabilità, e con la stessa creatività e passione. Questa assenza però nel nostro tempo sta generando l’attitudine a vivere come se lui non ci fosse o come se si possa tranquillamente fare a meno di lui… Come possono i credenti affrontare questa nuova sfida e testimoniare che la fiducia nel Signore è molto più costruttiva del lasciarsi guidare solo da emozioni e opinioni?
Anche l’immagine dei talenti merita un ulteriore approfondimento: essi non rappresentano, infatti, le qualità della persona, che essa deve sforzarsi di far fruttificare per avere una ricompensa, ma le risorse immense che Dio mette a disposizione di ciascuno… anche un solo talento era una moneta che la maggior parte degli uomini al tempo di Gesù non potevano permettersi di possedere, corrispondeva alla paga di seimila giornate lavorative, ossia di circa venti anni, una vita… l’uomo che credeva di non avere abbastanza forze per farlo fruttare ha buttato via la sua vita, vittima delle sue frustrazioni (pianto e stridore di denti). Sarebbe bastata la gratitudine, lasciarsi guidare dal criterio offerto da Gesù agli apostoli per poter affrontare la loro missione: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). E’ solo la gratitudine che permette di valorizzare le risorse per il bene di tutti, senza cedere alla tentazione di appropriarsene. In ogni epoca, in ogni vita, in ogni cultura Dio ha seminato risorse immense… quali sono quelle del nostro tempo che non dobbiamo assolutamente sciupare?
Vorrei concludere questa riflessione, fratelli e sorelle, applicando la parabola a questo tempo particolare di attesa e di rimandi che stiamo vivendo a causa della pandemia. Per la salvaguardia della salute di tutti siamo costretti a fare a meno di tante cose, non si può uscire di casa, non ci si può incontrare, abbracciare… a molti sta mancando persino l’opportunità di lavorare e di assicurarsi il necessario… in ambito ecclesiale ci sono addirittura persone che sono in ansia perché non sanno quando potranno celebrare il battesimo, la cresima o la prima comunione… ma quando a certe impostazioni o certi appuntamenti, la cui scadenza è dovuta più all’abitudinarietà che alle convinzioni, non è possibile dare continuità… quali sono le risorse alternative che stanno sostenendo non tanto l’attesa del ritorno alla normalità, ma la speranza di un passaggio a nuove mentalità e nuovi stili di vita?
Buona settimana a tutti, fra’ Mario.

 

   Carissimi fratelli e sorelle,32 annoA
in questa trentaduesima domenica del tempo ordinario leggiamo un brano del Vangelo di Matteo tratto da quella sezione in cui egli ha raccolto gli insegnamenti di Gesù sugli avvenimenti degli ultimi giorni e sugli atteggiamenti da assumere in vista di essi, redatti ancora una volta nella forma di discorso, che viene chiamato “escatologico” (da ‘escaton’, cioè ultimo), esattamente il quinto dei cinque grandi discorsi contenuti nel vangelo (forse come richiamo esplicito ai primi cinque libri della Bibbia, fondamenti della religione ebraica, così come i cinque grandi discorsi di Gesù sono fondamenti del discepolato). In particolare iniziamo la lettura del capitolo 25 contenente le parabole delle dieci vergini e dei talenti e la descrizione profetica del giudizio finale.
    Nel capitolo nove, in una controversia con i farisei sul digiuno, Gesù diceva: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”. Con questa frase Gesù affermava se stesso come lo sposo messianico che realizza la nuova alleanza con Dio, ma anche come lo sposo che verrà tolto di mezzo con un ingiusto processo e la condanna a morte, momento ormai quasi giunto nella pagina di vangelo che stiamo leggendo oggi. 
   Gesù, inoltre, aveva anche annunciato, con la sua risurrezione anche la “parusia”, cioè il suo ritorno glorioso e permanente in mezzo ai suoi, in un giorno conosciuto solo dal Padre, giorno comunque atteso come imminente dai suoi discepoli e dalle comunità da loro fondate, lo stesso Paolo, scrive ai tessalonicesi: “noi che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore” (1Tes 4,15), come leggiamo nella seconda lettura di oggi. Giorno, tuttavia, che al tempo in cui vangelo viene redatto non è ancora arrivato. Aspettare ancora o archiviare il tutto come una splendida ma ormai finita avventura?
   Se la domanda era legittima allora figuriamoci oggi, a circa duemila anni di distanza, immersi in un processo sempre più veloce e irreversibile di marginalizzazione delle religioni o comunque dotati di competenze che ci permettono di demitizzare molti aspetti della nostra vita religiosa: dobbiamo davvero aspettare ancora come imminente un ritorno del Signore e la fine di un mondo a lui ostile? O dobbiamo essere anche noi, come le generazioni precedenti, armati di tanta pazienza nell’attesa di un evento che potrebbe compiersi fra migliaia o milioni di anni? E se riteniamo ancora sostenibile questa attesa, che tipo di rilevanza essa può avere in questo preciso momento storico, che Papa Francesco ci invita a leggere come un “cambiamento di epoca” e di veloci trasformazioni del modo di vivere?
    In altre parole, fratelli e sorelle, pur prestando una compassionevole attenzione a quei pochi psicolabili che anche in questa pandemia intravedono un segno anticipatore dell’imminente fine del mondo, credo che anche qui il discorso porti la nostra attenzione non su eventi terrificanti che ormai sappiamo essere una caratteristica del genere narrativo apocalittico, ma sul senso profondo del nostro modo di stare al mondo, sugli obiettivi che sentiamo possano dare compimento al nostro cammino quotidiano. Non per niente Gesù inizia la parabola delle dieci vergini pronte per partecipare al corteo nuziale ancora una volta (e sarà anche l’ultima) con l’espressione: “il regno dei cieli”, che è lo stesso che dire il “regno di Dio”, e che indica questo stesso mondo in cui tutti viviamo, nel quale i cercatori di Dio, coloro che si mettono sotto la sua signoria, cercano di essere lievito della crescita del bene, sale della fratellanza che insaporisce il vivere insieme, luce che permette la visione e l’armonizzazione di tutti i colori.    
   In ogni tempo, allora, i cercatori di Dio, dai discepoli della prima generazione a noi e a quelli della nuova epoca che sta iniziando, sono paragonabili a quelle ragazze non ancora sposate che, secondo gli usi ebraici, aiutavano la sposa nei preparativi della prima notte di nozze: il rituale bagno di purificazione, l’indossare la veste nuziale, l’adornarsi di gioielli, l’attesa dello sposo che venisse a prenderla verso sera per portarla nella propria casa, accompagnati dal corteo nuziale in cui  esse avevano il compito di illuminare la strada con le loro fiaccole.  Paragonabili, dunque, i credenti a dei soggetti attivi, mobilitati da uno spirito di festa e attenti alla cura di ogni piccolo particolare. Altrimenti, dice Gesù, si rischia di fare la fine di quelle cinque ragazze che fecero la stupidaggine di non prendere con sé abbastanza olio in previsione di un ritardo dello sposo e non solo non fecero in tempo a partecipare al corteo nuziale ma arrivarono a festa finita, con gli sposi ormai chiusi nella loro stanza nuziale a consumare la loro la prima notte d’amore.
   “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” è la conclusione tirata da Gesù. All’inizio del capitolo successivo Matteo racconta che terminati questi discorsi (tra i quali la parabola delle dieci vergini) Gesù disse: “tra due giorni è Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”, quindi qualche giorno dopo Egli consapevole dell’arrivo della sua ora chiederà a Pietro e ai due figli di Zebedeo nell’orto degli ulivi “restate qui e vegliate con me”. Allontanatosi per pregare da solo tornerà da loro poco dopo trovandoli addormentati e dirà a Pietro “Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?”. E sì, proprio nel momento cruciale, in cui Gesù si abbandonava completamente alla volontà del Padre, essi si erano addormentati, fallendo l’obiettivo di accompagnare il Maestro all’appuntamento decisivo, alle nozze messianiche compiutesi sulla croce, in cui Egli ha offerto la sua vita per l’umanità.
   “Vegliare”, dunque, non significa evitare di farsi trovare impreparati da eventi imprevisti quali potrebbero essere la fine improvvisa della vita o del mondo, ma essere pronti nei momenti decisivi, quelli nei quali bisogna dare prova della propria fedeltà e offrire il meglio di se stessi. Il credente vigilante, allora non è una persona terrorizzata dall’incertezza degli eventi futuri o che si rassegna tristemente di fronte all’inevitabilità dell’evoluzione di talune situazioni, a volte anche drammatiche, o che cade in depressione provando un senso di impotenza di fronte alle grandi sfide della vita… tutt’altro… egli è “vigilante” perché non lascia spegnere le grandi intuizioni che orientano la sua vita, perché non rinuncia ad avventurarsi in quei nuovi spazi di ricerca di Dio e di servizio del prossimo che apre il desiderio, perché sa discernere sempre ciò che conta davvero e sa impegnarci sopra le energie migliori.
   Per vivere questo tipo di “vigilanza”, per essere pronto ad accogliere il Dio che “viene incontro” nei passaggi decisivi della vita, il credente, allora, non deve mai farsi trovare senza olio: l’olio della sapienza e del discernimento, del desiderio e della ricerca, della pazienza e della lungimiranza, della disponibilità e dell’operosità, della passione e della carità. Olio che non va mendicato dagli altri, né acquistato da venditori a buon mercato, ma attinto a quel frantoio inesauribile, a quella luce sempre accesa che è la Parola di Dio, la sola capace di liberare da ansie e paure e di trasformare i tanti imprevisti della vita in liete sorprese.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario.            
   

 

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
santiin questa domenica, già di per sé giorno di gioia e di vita, celebriamo la solennità di tutti i Santi, una festa particolarmente sentita da tutti noi, forse anche perché vicina alla memoria di tutti i nostri cari defunti, cioè le persone che ci hanno amato e che abbiamo amato intensamente nella dimensione biologica della vita, e con le quali continuiamo a mantenere una saldo legame proprio perché crediamo nella santità di Dio, nel suo essere fonte di vita e di bene per noi, chiamati all’esistenza per godere insieme del suo amore, nel presente e per sempre.
   Quindi oggi non è la festa di tutti coloro che sono stati bravi o di persone privilegiate che hanno dei poteri particolari, ma, ancora una volta è la festa di Dio, “il tre volte Santo” (Is 6,3; Ap 4,8), cioè l’assolutamente trascendente, Colui che per le sue prerogative (eterno, onnipotente, onnipresente…) è sempre distinto da tutto il resto, Colui che fa quanto impossibile alle sue creature che, tuttavia, non tiene a distanza, ma alle quali partecipa la sua vita, il suo amore, la sua gioia. Il Dio biblico è l’essere che non gode narcisisticamente della sua perfezione, destinando tutto il resto alla scomparsa, ma è il Santo e il Santificatore, il Bene e il Benefattore, il cui splendore consiste nel rendere splendide le sue creature.   
   Giovanni nella sua prima lettera (seconda lettura di oggi) ci invita, appunto, a vedere, cioè pensare a Dio per quello che Lui è davvero e quindi riconoscerlo come Colui che ci ama di un amore immenso, per il quale noi siamo realmente suoi figli e un giorno saremo pienamente simili a Lui. Quindi Dio è il Santo non perché è il temibile e l’irraggiungibile, ma perché è l’unico che può fare dell’uomo un essere simile a Sé, dare piena realizzazione ai suoi desideri, portarlo a diventare quello per cui è stato chiamato all’esistenza: essere sul pianeta presenza (immagine) di Dio, suo partner essenziale in quel processo di avanzamento verso la pienezza di bene e di gioia, meta del cammino di ogni vivente e dell’universo intero.
   E’ questo il sogno, il progetto, il senso delle cose, che l’autore dell’Apocalisse (Giovanni?) consegna alla comunità cristiana, e cerca di tener vivo anche in un momento di grande persecuzione e sofferenza, attraverso il racconto di visioni come quella contenuta nella seconda lettura di oggi in cui una moltitudine immensa, che non si può contare, che ha condiviso con il Cristo il dono della vita, innalza a Lui e al Padre il grido di vittoria per aver sperimentato la potenza del suo amore. Una lettura di quel momento storico che fa innalzare lo sguardo al giorno conclusivo della storia, giorno della trionfo di Dio e della piena e definitiva  partecipazione di tutti i suoi figli alla sua vita per sempre.
   Festeggiare tutti i Santi, dunque, non è un atto dovuto di devozione verso personaggi che ci stanno a cuore per la loro particolarmente ricca e originale esperienza spirituale o dai quali ci aspettiamo favori speciali (mentalità questa molto diffusa e piuttosto paganeggiante), ma riconoscere la signoria di Dio sulla nostra vita e la nostra storia, che si riempie di cose meravigliose nella misura in cui sappiamo umilmente e fiduciosamente abbandonarci a Lui, come proclama l’inno del Magnificat, di Maria e di ogni santo, cioè di ogni credente: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono!”. E noi facciamo parte di questa immensa famiglia di “misericordiati”, in cui i Santi sono per noi “amici e modelli di vita” (come preghiamo nel prefazio).
   Anche questa ultima affermazione è un rimando non tanto alle qualità morali dei Santi, quanto alla centralità del Cristo nella loro vita. Diceva Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando” (Gv 15,13-14). Amici di Cristo, vite donate, modellate dall’ascolto della sua Parola… questo è ciò che siamo chiamati a fare ciascuno di noi, fratelli e sorelle, sulle orme dei Santi, riconosciuti tali dalla comunità ecclesiale, e di quegli innumerevoli “Santi della porta accanto”, come scrive Papa Francesco nell’Esortazione “Gaudete et exsultate”: “Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante”. È questa la “santità della porta accanto”. 
   Come si vive questa “santità della porta accanto”? La liturgia della Parola di oggi ci indica il modo più concreto possibile offrendo alla nostra riflessione la pagina meravigliosa del Vangelo di Matteo delle Beatitudini. Una delle pagine più affascinanti e più commentate, un vero e proprio cantiere di indicazioni per una vita riuscita e felice, che dobbiamo approfondire ogni giorno di più, senza togliere loro la brillantezza originaria con la moltiplicazione delle nostre parole di commento. 
   Certo non si può non osservare con un po’ di amarezza come a motivo della familiarità dei cristiani di oggi più con certe formule del catechismo che non con il testo del Vangelo essi magari ricordino a memoria, anche se a fatica, più qualcuno dei dieci comandamenti che non qualcuna delle Beatitudini. E’ più facile citare il quinto comandamento: non uccidere, o il settimo: non rubare… che non la quinta beatitudine: beati i misericordiosi, o la settima: beati gli operatori di pace. Sicuramente i comandamenti sono regole fondamentali, tutte le società organizzate e tutte le religioni ne hanno, e la maggior parte di essi sono comuni a tutte loro, essi servono per orientare le persone a basare le loro scelte su grandi valori umani e a vivere nel massimo rispetto reciproco… regole che ogni persona civile e moralmente retta cerca di non trasgredire per non fare il male e subire la correzione o la punizione che ogni trasgressione comporta. Le Beatitudini, invece, non sono regole e non impongono nulla. Esse propongono uno stile di vita che fa essere felici e non solo persone dal comportamento corretto e ineccepibile, esse non vietano nulla ma invitano alla creatività, ad inventare percorsi e ad assumere comportamenti originali per dare vita a tutto il bello e il buono possibile.
   In altre parole le Beatitudini sono un invito a vivere non semplicemente da persone ‘normali’, ma da ‘risorti’, da uomini ‘nuovi’, cioè da Santi. Matteo ce lo comunica già con la forma letteraria offrendoci la proposta fondamentale di Gesù in ‘8’ frasi. 8, appunto, nella simbologia cristiana è il numero della risurrezione, con il quale si è scelto di chiamare il giorno dopo il settimo, dopo il sabato: l’ottavo giorno, il giorno del Risorto. Le Beatitudini sono, passatemi il linguaggio, l’unica ‘fotografia’ che abbiamo del Crocifisso Risorto, che ha vissuto anche Lui situazioni di lacrime, di angoscia, di persecuzione, ma ne è uscito vincente per la fiducia incrollabile nel Padre e per il suo stile di vita mite, misericordioso, pacifico. Uno stile di vita che ogni cristiano è chiamato ad assumere e farne, come dice Papa Francesco, la propria ‘carta di identità’.   
   Il primo passo? Gesù dice: “beati i poveri in spirito”. Beati cioè coloro che lo Spirito rende poveri di sé e pienamente disponibili all’azione di Dio, grazie a loro il Regno dei cieli, un mondo tutto altro da questo, comincia ad essere presente tra gli uomini, e la felicità, la consolazione, la mitezza, la misericordia, la pace e la giustizia ad esservi stabilmente di casa.
   Auguri a tutti voi, fratelli e sorelle, “Santi della porta accanto”, felice di condividere con voi questo grande sogno. 
   fra’ Mario.
     

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