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Carissimi fratelli e sorelle,
un’altra bellissima parabola da meditare in questa ventiseiesima domenica del tempo ordinario, che ha ancora come protagonista un padre, due figli, una vigna e l’esistenza rovesciata.
Nel capitolo ventuno Matteo ci racconta di Gesù che arriva a Gerusalemme per la festa di Pasqua: un ingresso trionfale per il “profeta che viene da Nazareth”, che libera il tempio da mercanti e cambiamonete, guarisce ciechi e zoppi, viene osannato dai bambini al punto da suscitare l’indignazione dei capi dei sacerdoti e degli scribi. E, infatti, il giorno dopo Gesù viene messo sotto inchiesta dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo: “con quale autorità fai queste cose?”. “E con quale autorità battezzava Giovanni?” replica Gesù, e non ricevendo risposta racconta allora questa parabola del padre e dei due figli.
Siamo, dunque, in un contesto apertamente polemico… le controversie avvenute qua e la nel corso del ministero in Galilea qui raggiungono la fase culminante e diventano una netta contrapposizione, dai toni accesi e, da parte dei capi giudei, sempre più violenti fino all’emissione della sentenza di morte. Perché si arriverà a questo? A noi che conosciamo la storia di Gesù, e tante possibili diverse interpretazioni della sua vicenda, sembra ormai quasi scontato che Egli dovesse morire per noi, che non ci fosse altra strada per espiare i nostri peccati… Ma il sogno di Gesù era quello di vedere questo mondo trasformato nel Regno di Dio, per questo annunciava con chiarezza e determinazione i sentimenti e i comportamenti che piacciono a Dio, e detestava e criticava tutto quanto riteneva non fosse in sintonia con il progetto del Regno. Quando il Regno avrebbe cominciato a prendere vita sarebbe avvenuto un vero e proprio rovesciamento: molti dei primi, ascoltavamo domenica scorsa, sarebbero diventati ultimi e gli ultimi primi, e addirittura i pubblicani (appaltatori delle imposte per i romani) e le prostitute sarebbero passati avanti, letteralmente ‘avrebbero preso il posto’, ai capi dei sacerdoti, agli anziani e agli scribi, cioè alle più alte gerarchie ebraiche, come ascoltiamo nel Vangelo di oggi.
Cosa contestava Gesù alle autorità ebraiche? La parabola di oggi, come tante altre del maestro galileo, contrappone le decisioni e i comportamenti dei peccatori convertiti a quelle di coloro che sono peccatori come tutti gli altri, ma pensano però di non esserlo affatto e non sentono il bisogno di cambiare. Un padre chiede al primo figlio di andare a lavorare nella vigna, questi risponde svogliatamente di no, ma poi ci ripensa e va a lavorare. Lo chiede al secondo figlio e questi risponde subito si con entusiasmo, ma poi non ci va. Quali di questi due è in sintonia con i desideri del padre? “Il primo” rispondono i capi dei sacerdoti. “Quali di questi due pensate di essere?”, avrebbe potuto aggiungere Gesù, e invece tira subito la conclusione a cui abbiamo già accennato: voi siete di quelli che dicono si, ma fanno no, per questo pubblicani e prostitute, che hanno cambiato il loro no in si, prendono il vostro posto nel Regno di Dio, in questo mondo da costruire a partire dalla compassione e dalla misericordia.
Certamente questa non è tanto una sentenza definitiva, che non sarebbe nello stile di Gesù, ma piuttosto l’invito a cambiare quegli stili di vita non in linea con i desideri di Dio, quali il privilegiare l’apparire all’essere e la rigidità interiore che impedisce ogni cambiamento. Un invito che va accolto non con le cifre del moralismo, per cui la coerenza diventa più importante dell’apertura del cuore, né del narcisismo autoreferenziale, in cui la compiacenza per ciò che si presume di essere porta alla chiusura in se stessi, al disprezzo degli altri, all’incapacità di lasciarsi interpellare dalla realtà che ci circonda.
Per appartenere al Regno di Dio, quindi, non sono sufficienti i “sì di facciata”, quelli che poi in realtà potrebbero divenire dei no, come quei si che non sono accompagnati da un coinvolgimento integrale del proprio cuore, della propria persona, e sorretti da una profonda ricchezza interiore. Così come non sono sufficienti quei “si, a condizione che…”, che sembrano piuttosto richiedere una legittimazione dei propri comportamenti buoni, che esprimere quel tratto caratteristico di una fede autentica che è l’aprirsi alle sorprese di Dio e sperimentare quel miracolo straordinario che è la trasfigurazione integrale della propria esistenza, di cui la conversione dal male al bene è senz’altro un passo importante (come afferma il profeta Ezechiele nella prima lettura: il malvagio che si converte certamente vivrà), ma la cui meta è quella di avere in sé “gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Paolo ai Filippesi, seconda lettura di oggi).
Il rimprovero rivolto da Gesù ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo di non essersi lasciati cambiare dal profondo dalla predicazione sua e del Battista e di non aver accolto l’invito a passare da una religiosità esteriore, fondata sull’esibizione di preghiere ed elemosine e non sull’adesione del cuore, e legalistica, limitata al rispetto del tradizionalisticamente corretto e disattenta a quel mondo unico e perennemente da ascoltare che è ogni persona, come sempre rimbalza sulla vita delle nostre comunità che, a distanza di troppi anni dalla predicazione del Vangelo, corrono il rischio di mantenere vive mentalità ottuse e atteggiamenti elitari, che con esso hanno ben poco a che fare.
Passare ad un “Sì” consapevole, motivato, totale (cioè capace di orientare una volta per tutte la propria vita secondo il Vangelo) è l’obiettivo che ogni credente deve porsi e anche ogni comunità di credenti… l’invito infatti è quello di andare a lavorare nella “vigna”, immagine usata nelle scritture in riferimento al popolo ebraico e da Gesù al popolo dei credenti in Lui… e che oggi leggiamo ancora con maggiore apertura riferendola a tutta l’umanità, al mondo in cui viviamo, in questo villaggio globale dove non esistono più vicino e lontano, ma tutto è responsabilità di tutti, la sussistenza di problemi, come l’avanzamento verso una realtà in cui il bene sia veramente per tutti. In questa prospettiva, essere di quelli che partendo da una posizione negativa via via si fanno sempre più volenterosi e decisi ad impegnarsi, significa non semplicemente tornare ad essere più osservanti dei comandamenti e più praticanti del culto, ma anche liberarsi di forme nelle quali hanno preso il sopravvento la smania di potere, gli interessi economici, la conservazione di espressioni di fede folkloristiche e sempre più insostenibili.
“Vai/andate a lavorare nella vigna” è un invito, ancor prima di passare al piano operativo, a porci la domanda: di quale tipo di cristiani ha bisogno il mondo di oggi perché ci sia ancora spazio per quelle trasformazioni insperate che noi sappiamo essere nei desideri di Dio? E’ la nostra comunità parrocchiale può dirsi uno spazio in cui queste trasformazioni sono già in atto?
Buona settimana, fra’ Mario.

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