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   Carissimi fratelli e sorelle,
siamo arrivati all’ultima domenica dell’Anno Liturgico, in cui celebriamo Gesù con il titolo di “Re dell’universo”, e concludiamo oggi la lettura del capitolo 25 di Matteo con il brano che ci offre la descrizione allegorica della vittoria definitiva del bene sul male che avverrà “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”. 
   Come sappiamo, il o i redattori del Vangelo attribuito a Matteo, hanno raccolto gli insegnamenti di Gesù in cinque grandi discorsi: il primo, quello per così dire programmatico, detto “della montagna”, si apre con la pagina magistrale delle Beatitudini, sullo stile di vita di quanti lasciano regnare Dio sulla loro vita, e l’ultimo si chiude con un insegnamento altrettanto fondamentale sulla vita eterna, che non è quella che ci aspetta dopo la morte, ma è quella che l’Eterno ci comunica giorno per giorno, prendendosi cura di noi e chiedendo a noi di fare come Lui: prenderci cura dei più piccoli della terra.
   Un discorso finale, potremmo dire, veramente “con il botto”, di gran effetto e capace di comunicarci l’essenza dell’insegnamento di Gesù, un po’ come fa anche Giovanni nei discorsi della cena d’addio, in cui il maestro consegna ai discepoli le sue ultime volontà: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). Il Vangelo dell’”Emmanuele”, del “Dio con noi” (Mt 1,23) “tutti i giorni fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20) consiste nel saper riconoscere la presenza di Dio negli uomini, a partire dai più piccoli. In un mondo in cui, soprattutto oggi, si può vivere “come se Dio non ci fosse”, il credere sceglie di vivere “come se Dio ci fosse”, sa cogliere la sua “presenza” nei fratelli e nelle sorelle che ama. Il Dio di Gesù alla fine dirà: non mi hai mai visto, ma tutto quello che hai fatto a uno dei più piccoli lo hai fatto a me, perché io sono presente in loro che desiderano essere amati, perché tu mi rendi presente per loro con la tua capacità di amare.
   Questa essenzializzazione definitiva della fede, oltre la quale non ce n’è una migliore, Gesù ce la presenta con la metafora tipica della predicazione apocalittica, e presente in molte tradizioni religiose, del “Giudizio finale”. Evocando la visione notturna, il sogno, del profeta Daniele sull’atteso trionfo di uno simile a un “Figlio di uomo” sul malvagio dominio babilonese (cosa che al tempo di Matteo la comunità si aspettava fosse compiuta da Gesù nei confronti dei romani), e la predicazione di Ezechiele contro i pastori d’Israele che violentavano le pecore più deboli (le incornano come le capre) e si arricchiscono alle loro spalle (diventando pecore grasse) (Ez 34) per cui Dio interverrà in favore delle pecore più deboli, separandole dalle grasse e dalle capre, Gesù esprime da un lato un giudizio definitivo sui capi politico-religiosi del suo tempo, bramosi di potere e ricchezza, ma indifferenti alle necessità dei più deboli, dall’altro offre ai discepoli l’indicazione sull’unica cosa che essi devono cercare se davvero amano Dio: mettere la vita a servizio degli ultimi. 
   Permettetemi, pertanto, fratelli e sorelle, di invitarvi ancora una volta ad abbandonare quella visione giustizialista del giudizio di Dio, tipica dell’indottrinamento della nostra infanzia, secondo la quale alla fine della vita e della storia ci verrà chiesto conto delle nostre azioni, e verremo premiati o puniti a seconda del bene o del male commessi… L’immagine del giudizio finale, in realtà, non è che uno dei tanti modi per esprimere la radicalità di una scelta di fede, il lasciare a Dio una totale signoria sulla nostra vita, e in suo nome combattere ed estromettere da essa ogni forma di male per lasciarci orientare esclusivamente da quella forma sublime di bene che è l’amore. Non per niente l’elenco delle azioni su cui verterà la verifica offerto da Gesù (che amplifica di poco quello di Ezechiele rivolto ai pastori: prendersi cura delle pecore deboli, inferme, ferite, smarrite…) non contiene nessuno degli insegnamenti dottrinali, dei comandamenti classici, dei precetti morali o delle prescrizioni per il culto, quasi a ribadire che non si tratta di un rendiconto sull’osservanza di tutto questo, ma di una pienezza di vita e di gioia che si raggiunge soltanto attraverso l’amore. “Il Dio di Gesù – scrive A. Maggi - non chiederà mai se si è creduto in lui, ma se si è amato come lui”.
   E proprio coloro che sono vissuti nell’amore e nel servizio delle persone più deboli, con mitezza e misericordia, Gesù li proclama “beati” all’inizio della sua predicazione e ora “benedetti dal Padre mio”, perché hanno portato a termine il progetto vi vita propostogli. “Benedizione” è una delle parole più belle della Bibbia: essa sta ad indicare che Dio è il bene, è solo bene, un mondo di bene che Egli fa scendere sugli uomini mediante la sua parola rivitalizzante e amandoli uno per uno. Gesù, per chi crede in Lui, è questa parola viva del Padre, l’amore incarnato e portato alla sua pienezza con il dono della vita. Il credente è un benedetto in quanto investito dall’energia di questa parola e conquistato dalla bellezza di questo amore, una luce incontenibile che egli fa splendere sul candelabro della quotidianità: “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone” (Mt 5,16) e riconoscano che Dio ne è la sorgente. Quando il bene annunciato diviene motivo del proprio agire e comincia a trasfigurare le vite a partire dalle fragilità, lì c’è davvero benedizione e inizia il mondo di Dio.
   Dove, invece, regna l’indifferenza, la malignità e l’incapacità di spendersi per gli altri inizia l’inferno, quel modo di vivere in cui le persone “bruciano” letteralmente la loro esistenza, la rendono sterile e inutile, un ammasso di rifiuti destinati all’incenerimento, come avveniva nella valle di Hinnom a Sud di Gerusalemme, l’inceneritore delle immondizie e delle carcasse animali, dove il fuoco è perennemente acceso, e che già Gesù aveva evocato come destinazione di chi si adira con il proprio fratello o lo disprezza offendendolo o ignorandolo (Mt 5,22), passo che Papa Francesco commentava così in una catechesi: “Per annientare un uomo basta ignorarlo. L'indifferenza uccide. Ogni volta che esprimiamo disinteresse per la vita altrui, ogni volta che non amiamo, in fondo disprezziamo la vita”.
   E’ l’indifferenza la grande maledizione della vita, la grande nemica di Dio e del prossimo, al punto da far dire a Gesù nei confronti degli indifferenti un’espressione che mai avevamo sentito sulle sue labbra: “lontano da me, maledetti”. Credo che, conoscendolo bene, possiamo affermare che Gesù non ce l’avesse affatto con le persone, ma sicuramente si tratta di una maledizione contro l’indifferenza, il grande male capace di determinare il fallimento definitivo dell’uomo.
   E’ bene allora far tornare alla nostra mente le denunce di Papa Francesco contro quel grande male di oggi che è la “Globalizzazione dell’indifferenza”. Ancora prima che scoppiasse questa disastrosa pandemia Egli si esprimeva così: “Non mi stanco di ripetere che l’indifferenza è un virus che contagia pericolosamente i nostri tempi, tempi nei quali siamo sempre più connessi con gli altri, ma sempre meno attenti agli altri”. E anche adesso che conosciamo e sperimentiamo la pericolosità del Covid 19, non dimentichiamocelo che c’è un virus ben peggiore che può annientare e rendere insensata la nostra esistenza. Non c’è umanità ne autentica esperienza di fede laddove non ci si prende cura del prossimo fragile e bisognoso, come ci ricordava ancora Papa Francesco nella giornata del povero lo scorso 15 novembre: “C’è tanta fame, anche nel cuore delle nostre città, e tante volte noi entriamo in quella logica dell’indifferenza: il povero è lì, e guardiamo da un’altra parte. Tendi la tua mano al povero: è Cristo”.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario. 

 

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