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Carissimi fratelli e sorelle,
entriamo oggi nel ciclo delle tre domeniche che ci preparano alla Pasqua mediante le immagini del nuovo tempio, del serpente di bronzo e del chicco di grano.
Al centro della Liturgia della Parola c’è il racconto del furore profetico di Gesù all’interno del Tempio di Gerusalemme trasformato ormai in un mercato, tratto dal Vangelo di Giovanni. E’ interessante notare ancor prima di addentrarci nei dettagli del racconto che questo è uno dei pochi episodi che il Vangelo di Giovanni ha in comune con i Sinottici, soltanto che mentre questi ultimi lo collocano nell’ultima settimana di vita di Gesù, Giovanni lo colloca all’inizio della sua narrazione, all’interno del secondo capitolo, che apre quella che chiamiamo la sezione dei segni rivelatori dell’identità di Gesù, in cui egli ci offre il quadro programmatico della sua opera. Questo spostamento, in effetti, non è di natura cronologica, per cui non ha senso starsi a domandare quando avvenne realmente, ma di natura teologica: con il racconto delle nozze di Cana e della purificazione del Tempio (contenuto del capitolo secondo) Giovanni vuole cominciare ad introdurci nel senso più profondo della missione di Gesù: è lui il Messia, il Figlio di Dio che con il dono di sé da inizio al banchetto messianico della salvezza e al nuovo culto, che non si avvarrà più della mediazione del Tempio ma che attraverso il dono del suo Spirito, comunicato da Lui Crocifisso e Risorto, darà ai credenti la pienezza della comunione con Dio e la sua stessa vita.
Certo che tutti noi lettori, immaginando in Gesù la presenza di un carattere mite e pacifico, sulle prime rimaniamo meravigliati nel sentirci raccontare di questo attacco d’”ira funesta” che portò il Maestro nazareno a cacciare a frustate tutti fuori dal tempio, comprese pecore e buoi, e a rovesciare i banchi di lavoro di commercianti e cambiavalute, poi possiamo in qualche modo comprenderlo e giustificarlo: la frusta di cordicelle richiama il messia purificatore descritto in alcuni testi rabbinici, d’altra parte anche a noi oggi danno fastidio i luoghi di culto in cui l’aspetto mercato prende il sopravvento, sia che si vendano presunte immagini sacre, come benedizioni e indulgenze o souvenirs di vario genere. Lo stesso evangelista inoltre richiama una frase del salmo 69: lo zelo per la tua casa mi divorerà… quindi, da una parte una reazione furente costatando che il Tempio da dimora di Dio tra gli uomini era stato ridotto ad un mercato, dall’altra una “passione divorante” nei confronti di Dio, divorante al punto che gli costerà la vita.
I giudei (con questa espressione Giovanni intende i sacerdoti e i capi del popolo), infatti, gli contesteranno questo modo di comportarsi chiedendogli: “quale segno ci mostri per fare queste cose?”, cioè con quale legittimità, o chi ti dà l’autorità di fare questo? La risposta di Gesù ha del sorprendete “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. I giudei che non avevano posto la domanda per comprendere meglio l’identità di Gesù ma proprio per delegittimarlo, anzi sappiamo che nel processo religioso ci saranno testimoni che giureranno di aver sentito Gesù dichiarare di voler distruggere il Tempio (Mt 26,61), ironizzano sulle capacità di questo super architetto. In realtà, l’ironia fa parte dello stile narrativo di Giovanni, che in più parti sottolinea l’incapacità dei giudei di comprendere il linguaggio simbolico di Gesù, infatti aggiunge che essi non capivano che Egli parlava del tempio del suo corpo, non solo ma gli stessi discepoli arriveranno a comprenderlo solo dopo la sua risurrezione.
E proprio qui noi comprendiamo il senso preciso di questo episodio: Gesù non ha semplicemente voluto “purificare il tempio”, riportarlo alla sua funzione originale di luogo sacro dedicato alla preghiera, ma ha voluto affermare con forza che la sua funzione era terminata, così come la vita religiosa ad esso collegata, come rivelerà più avanti alla donna samaritana: “ viene l’ora in cui ne su questo monte (il Garizim, sul quale i samaritani avevano costruito un tempio distrutto nel 128 a.c., simile, ma alternativo a quello di Gerusalemme) ne a Gerusalemme (nello splendido tempio in cui erano ancora in corso i lavori di restauro iniziati da Erode il grande) adorerete il Padre… ma viene l’ora ed è questa in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano” (Gv 4,22-23). “Spirito e verità”, cioè la piena rivelazione di Dio nella morte e risurrezione di Gesù, dalla quale viene in noi lo Spirito, la vita stessa di Dio. Non c’è dunque più bisogno di tempio per chi incontra il Risorto e attinge a Lui il dono della vita nuova che fa del cercatore di Dio un risorto, libero dall’asservimento ai riti espiatori a pagamento offerti nel tempio. Viene da chiedersi: perché una vita di fede così intesa, come libera apertura all’azione trasfigurante dello Spirito di Dio, nel corso dei secoli ha finito per lasciare il posto di nuovo ad una religiosità del tempio? Non vi sembra quanto mai attuale la provocazione di Gesù?
Giovanni conclude il racconto con una nota: “molti vedendo i segni che Egli compiva credettero nel suo nome. Ma Lui, Gesù, non si fidava di loro…”. Come dire che Gesù non era alla ricerca di facili consensi, né nutriva molta stima di quanti hanno continuamente bisogno di assistere a qualcosa di prodigioso per professarsi convinti o di quanti esprimono ammirazione o vivono di emozioni transitorie senza tuttavia cambiare radicalmente il proprio stile di vita. Un’osservazione estremamente valida oggi per la nostra comunità che anziché generare dei risorti, continua a portare avanti, nonostante il cambiamento epocale che stiamo vivendo, una religiosità ancora fondata sull’indottrinamento, sulla partecipazione più o meno assidua a sontuose ma sterili parate liturgiche, sull’accumulo di benefit, da procurarsi il più delle volte mediante offerte o prestazioni meritorie, per assicurarsi l’ingresso in paradiso. Ma la vita divina non è in vendita… E’ un dono e un dono da vivere a cominciare da oggi.


Buona settimana a tutti.

Fra’ Mario.

 

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