panor ridotta
3 annoB 

   Carissimi fratelli e sorelle,
in questa terza domenica del tempo ordinario iniziamo la lettura del Vangelo di Marco da quel famoso versetto 15 del primo capitolo che ci racconta l’esordio nella predicazione di Gesù «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Con una straordinaria capacità di sintesi il redattore di questo Vangelo è capace di condensare in una sola frase, la prima messa in bocca a Gesù, e per questo assolutamente unica, tutto il senso della sua predicazione. Una frase che non essendo rivolta a dei destinatari particolari, proprio per questo è rivolta a tutti coloro che l’ascolteranno da quel giorno in poi, come a dire che c’è un’altra esistenza che comincia per chiunque avverta che è arrivato il tempo di lasciarsi sfiorare dal Dio vicino e cambiare di conseguenza mentalità e stile di vita.
   Domenica scorsa, avevamo letto il racconto del primo incontro con Gesù di un discepolo e dei due fratelli Andrea e Simone, nella rielaborazione di Giovanni, ambientato presso il fiume Giordano, dove già brilla la luce della Pasqua, della vita donata per gli altri (“ecco l’Agnello di Dio”) che motiva il mettersi al seguito del maestro di Nazareth. Oggi da Marco riascoltiamo lo stesso racconto in una versione probabilmente più vicina alla realtà storica: Gesù inizia in Galilea (terra di confine), a Cafarnao (villaggio di pescatori), sulle rive del mare (luogo di lavoro, ma anche di pericolo) a raccontare delle buone notizie su Dio: è venuto il momento dell’inizio del suo regno nel mondo, di cui potranno fare esperienza tutti coloro che hanno fiducia nelle parole di Gesù e vorranno mettersi in cammino dietro di Lui.
   Un Vangelo, come sappiamo, non è una biografia ne un romanzo, ma un racconto abbastanza articolato in cui parole, avvenimenti e testimonianze vengono elaborati in base ad un progetto letterario, per cui ogni vangelo ha un suo stile particolare, e ad un progetto teologico: rivelare l’identità e la missione di Gesù, perché l’ascoltatore possa ricomprendere la propria identità, aprirsi al discepolato e portare avanti la propria missione. Pertanto, pur seguendo lo sviluppo lineare del racconto e ritornando mano mano sui temi fondamentali, davanti ad ogni pagina ci sentiamo invitati a porre e a farci delle domande, ad approfondire e comprendere meglio come anche a rileggere e rielaborare secondo quelle che sono le nostre competenze e sensibilità… c’è un vangelo scritto è c’è un vangelo che stiamo scrivendo (un quinto vangelo, come nel romanzo di Mario Pomilio), parole dette da reinterpretare, parole non dette da scoprire, comunque, parole che contano per impostare il proprio modo di vivere. Cosa ci dice, dunque, il brano di oggi letto in questa prospettiva? 
   Gesù inizia la proclamazione del “Vangelo di Dio” sostenendo che il “tempo è compiuto”, è finito cioè il tempo dell’attesa, inizia quello della vicinanza e della presenza di Dio… questo tempo di Dio mette fine a quello precedente, sia se vissuto nell’attesa fedele sia se vissuto nel conseguimento dei propri interessi… non è più il caso di tenere in vita quanto c’è stato fino ad oggi perché c’è qualcosa di profondamente nuovo che sta arrivando. Fa una certa impressione che immediatamente dopo l’inizio della sua predicazione i farisei e gli erodiani tengano consiglio per far morire Gesù (Mc 3,6): non sarà perché egli sosteneva che era finito il tempo del loro potere, delle loro dottrine, di quel loro modo di vivere la religione e soprattutto del loro modo di rapportarsi agli altri? E se applicassimo il pensiero di Gesù sulla restituzione a Dio del primo posto e la conseguente “fine del tempo di…” al cattolicesimo di oggi quante cose dovrebbero saltare sia a livello individuale, che comunitario? Saremo mai capaci di un ricominciamento così radicale come lo sognava Gesù e come i tempi di oggi lo richiedono e di passare il confine dell’autocompiacimento nostalgico e dell’arrocco nelle posizioni raggiunte?    
   Gesù incalzava: “convertitevi e credete nel Vangelo”. La prima lettura indirizza la nostra comprensione della parola conversione presentandoci quella degli abitanti di Ninive (la città simbolo della guerra e della violenza) che in seguito alla predicazione del profeta Giona digiunarono e si vestirono di sacco ottenendo da Dio il perdono.  Prima però di tirare una conclusione di tipo moralistico che la conversione sia pentirsi dei propri peccati, occorre tener presente che chi non si converte è proprio il profeta Giona che ritiene la ‘giusta punizione’ più importante della misericordia e della compassione e che Dio rieducherà tramite il segno della pianta di ricino seccata. Ed è proprio questo il “cambio di mentalità” e di passo che Gesù chiede nella sua predicazione: il Dio misericordioso e compassionevole si è fatto vicino, si fa presente motivando la sua missione e agendo attraverso di lui, e chiede agli uomini di abbandonare le vecchie logiche di vita basate sulla bramosia di potere e di ricchezza, sull’arroganza e il desiderio di visibilità, sull’indifferenza e l’abbandono al proprio destino dell’altro, soprattutto nei suoi momenti di debolezza e di perdizione, per credere nel Vangelo, nell’annuncio che ti cambia la vita: Dio ti vuole bene ed è l’unico che può fare di te una persona splendidamente umana e felice.
   Per questo Gesù non può fare altro che “chiamare”, cioè “coinvolgere”, nel senso di far arrivare le persone a questa concezione di Dio, e provocarle a giocarsi la vita dietro a lui, cioè come lui: “vide Simone e Andrea… e disse loro: ”venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”… vide Giacomo e Giovanni… e subito li chiamò… ed essi subito lasciarono reti, padre e garzoni e lo seguirono… andarono dietro a lui”. E’ straordinario questo modo di Marco di raccontare con tocchi rapidi ed essenziali quel momento decisivo che cambierà per sempre la vita di quegli uomini: una chiamata arrivata come un vero e proprio colpo di fulmine e una risposta altrettanto fulminea data sulle rive di quel lago, sviluppata camminando dietro a Gesù, testimoniata annunciando il Vangelo a tutti, culminata con il dono totale di se.
   Mi colpiva in questi giorni, leggendo l’ultimo libro di P. Giulio Albanese “Libera nos Domine” la citazione di un testo di Don Tonino Bello: “Il cattolicesimo convenzionale è per definizione un cattolicesimo svuotato di cristianesimo, un “sacramento incompiuto”, una forma religiosa esteriormente cristiana ma senza passione missionaria… un bacio senza  amore”. E non è forse vero che molti oggi si dicono appartenenti alla religione cattolica senza aver provato il brivido della “chiamata”, più per tradizione che per convinzione, sempre alla ricerca di devozioni che plachino le loro paure e compensino le loro labilità, piuttosto che decidersi prontamente all’avventura del discepolato? Ci fa bene rileggere le parole di Papa Francesco al numero 3 della Evangelii Gaudium: “Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta”, e al numero 8: “Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità… Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?”.
   Di fronte, dunque, al rischio di vivere anche da bravi parrocchiani un’esperienza religiosa insignificante, vuota di vocazione, di discepolato e di missione, lasciamoci riconquistare dal Dio di Gesù, per lasciarci guidare dalle sue parole ed essere trasformati in appassionati “pescatori di uomini”, cioè persone capaci di tirare fuori dal mare della solitudine e dell’insignificanza, della povertà e del disagio, del vuoto di valori e di umanità i fratelli e sorelle di cui ci prendiamo cura.

    Buona settimana, fra’ Mario.