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BUON ANNO!

Carissimi fratelli e sorelle, un cordiale e fraterno augurio di Buon Anno a tutti voi.

Qualche giorno fa (il 21 dicembre alle 11.02, ora italiana) per il nostro emisfero c’è stato il solstizio d’inverno, il giorno con meno ore di luce dell’anno e di conseguenza anche il momento in cui la luce solare comincia a riprendere il sopravvento sulle tenebre della notte. A questo avvenimento fin dall’antichità tante religioni e culture hanno associato significati diversi, compreso il cristianesimo che ha sostituito le festività romane del “Sol invictus” con quelle del Natale di Gesù, confessando Lui come la vera luce che illumina tutti gli uomini. Durante il periodo delle festività natalizie celebriamo inoltre il primo gennaio l’inizio del nuovo anno, circostanza ereditata dai romani che facevano coincidere il capodanno con il primo giorno del mese dedicato al dio Giano, il Dio bifronte dei nuovi inizi, con lo sguardo rivolto verso il passato e, nello stesso tempo, proteso verso il futuro.
Tenere presente che tante nostre celebrazioni risalgono ad antiche tradizioni o ricoprono di significato religioso certi appuntamenti convenzionali credo ci aiuti ancor di più a valorizzare la loro “funzione simbolica” di metterci in contatto con qualcosa di “altro” da quello che tutti i giorni viviamo o sperimentiamo, qualcosa di più vitale, di più profondo e di più significativo. Saldamente radicati nel reale, saggiamente ancorati al sostenibile e costantemente in cerca di nuove competenze che rendano sempre più decifrabile la nostra esistenza, viviamo tuttavia anche di simboli, di “squarci” che ci lasciano intuire, in certo modo “vedere” e “sperimentare” il senso più profondo e il valore più alto delle cose, in quella modalità che definiamo “interiore”, non in senso intimistico, ma come percorso verso l’“ulteriore”.


E’ così che dobbiamo accogliere le immagini e le parole che hanno attirato la nostra attenzione in questi giorni di Natale, dalle più semplici alle più elaborate, non come estenuante ripetizione di un racconto i cui dettagli ormai conosciamo a memoria, anche negli aspetti più problematici da interpretare o far quadrare con la realtà storica, ma come “squarci” che hanno la forza di tenerci costantemente in contatto con la luce che splende nelle tenebre, con la vita che non ingrigisce nelle angustie quotidiane, con l’orientamento del farsi dono che rimotiva l’esistenza, con la semplicità e la tenerezza che scardinano le smanie di grandezza e il vivere come se gli altri non esistessero o non contassero, con il desiderio che è la strada maestra verso l’”oltre”.


Anche Gesù, come ci racconta Marco, ha vissuto l’esperienza di questi squarci: “Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Gesù si immerse nel fiume Giordano. E’ questo il primo squarcio che ci fa comprendere ancora più profondamente le “manifestazioni” (epifanie) contemplate nel Natale, quando lo abbiamo visto nascere in mezzo ai poveri (i pastori in Luca), luce per illuminare tutti gli uomini (i magi in Matteo), per vivere in modo pienamente umano (Verbo fatto carne in Giovanni), e oggi quasi confuso in mezzo ad una folla desiderosa di riscatto, condividendone, ossia prendendo su di se (l’Agnello di Dio in Giovanni) il peso delle loro fatiche e dei loro fallimenti. Un’immersione raccontata da Marco con le stesse modalità della passione, laddove l’obbedienza piena di Gesù al Padre si tradurrà nel dono totale di sé sulla croce che squarcerà per sempre ogni tentativo di imprigionare la misericordia di Dio (il velo del Tempio) e una voce umana (il centurione) potrà unirsi a quella divina per proclamare Gesù come il Figlio di Dio, l’amato che muore per amore.
All’uscire dall’acqua Gesù vede squarciarsi i cieli. Nel tempo di Avvento avevamo letto nel libro di Isaia la toccante invocazione rivolta a Dio, Padre e Liberatore, al termine della schiavitù babilonese: “Dov’è colui che aveva fatto scendere il suo spirito su Mosè?”, “perché non squarci i cieli e scendi?” (Is 63,11.19)… Che tristezza i cieli chiusi, Dio che non comunica più, l’uomo abbandonato a se stesso… Ma Gesù vede i cieli riaprirsi e sente la voce di Dio tornare a parlare in modo familiare, che lo proclama figlio amato, e sente soprattutto entrare dentro di sé, come una colomba che si accomoda nel suo nido, tutta la forza dell’amore di Dio, il suo Spirito che fa della vita tutta un’altra cosa, che genera passioni incontenibili, che ispira motivazioni che non vengono mai meno, né davanti alle grandi prove né nei momenti aridi della vita. E da questo squarcio apertosi al fiume Giordano, da questa profonda esperienza di piena comunione con il Padre, Gesù, come il “servo unto dallo Spirito del quale Dio si compiace” predetto da Isaia (42,1), inizia la sua missione, di rendere presente nel mondo il Regno di Dio e di “immergere” gli uomini nel suo dinamismo, caratterizzarli con un altro stile di vita, quello proprio delle persone abitate dallo Spirito, come nessuno aveva fatto prima di lui, neanche lo stesso Giovanni.
Oggi, come allora, come leggiamo nel testo di Isaia proposto come prima lettura (Is 55,1-11), questi “squarci” li apre per noi la Parola di Dio a cui porgiamo l’orecchio per ascoltare e vivere, acqua nella quale siamo immersi e che siamo invitati a bere con desiderio, perché i sovrastanti pensieri e le sovrastanti vie di Dio divengano nostri. Parola che scende su di noi con la dolcezza della neve e la vigoria della pioggia, per fecondare, far germogliare e far portare frutto, nella consolante certezza che ciò per cui ci è stata donata arriverà a compimento.
Ce lo testimonia, così afferma Giovanni nel testo che leggiamo come seconda lettura (1 Gv 5,1-9), quello “squarcio” che rimane aperto per sempre nel fianco di Colui che ci ha amati fino alla fine, fino all’ultima goccia di “acqua e sangue”, dal quale sgorga perennemente il dono dello Spirito che rigenera e che ci fa figli capaci dello stesso amore, sui quali gli stili “mondani” improntati all’autolatria e all’appagamento effimero non fanno più presa.
E, se volete, anche questa pandemia, nonostante le innumerevoli sofferenze e difficoltà che ci sta causando, può rappresentare uno “squarcio” verso una vita “altra da prima”, come giustamente afferma M. Recalcati: “una delle lezioni più significative impartite dal magistero tremendo del Covid consiste nell’averci mostrato che la salvezza o è collettiva (o ci prendiamo cura gli uni degli altri, direi io)o è impossibile e che, di conseguenza, o la libertà viene vissuta come solidarietà (comunione fraterna, direi ancora io) o resta una dichiarazione solo retorica”.

 


Buon anno a tutti, fra’ Mario.