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IL DESIDERIO NON SI ADDORMENTA MAI

   Carissimi fratelli e sorelle,
iniziamo la preparazione al Natale con la lettura di un brano tratto dal “discorso escatologico”, che nelle domeniche precedenti abbiamo letto nella versione di Matteo, e oggi, invece, nella versione di Marco, i quattro versetti finali del capitolo 13, in cui risuona per tre volte la parola: vegliate! Del Vangelo di Matteo avevamo ascoltato le parabole delle vergini sagge e stolte e  dei talenti e l’allegoria del giudizio finale, in questo breve tratto di Marco sentiamo alludere ad una stessa situazione: il ritorno improvviso del padrone e la necessità di farsi trovare svegli e pronti. 1 Avvento copia
   Ancora una volta è necessario tenere presenti le situazioni storiche che fanno da sfondo alla predicazione di Gesù e alla sua trascrizione circa 40 anni dopo: siamo infatti negli ultimi giorni della vita del maestro e si è consumato lo strappo definitivo con le autorità giudaiche che determinerà la sua condanna a morte; giorni vissuti, dunque, nella consapevolezza della possibilità di morire da un momento all’altro, nell’ansia e nella concitazione da una parte, ma dall’altra con una convinta adesione al progetto del Padre che lo porterà a consegnarsi volontariamente ai suoi persecutori. Quando le parole di Gesù, divenute oggetto della predicazione degli Apostoli, dopo una quarantina di anni vengono messe in iscritto, siamo nel pieno della prima guerra tra giudei e romani, che si concluderà nell’anno 70 con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. La predicazione delle comunità e il Vangelo scritto riflettono l’atmosfera drammatica di quel momento e l’attesa della fine del mondo che sarebbe avvenuta con la distruzione del Tempio, secondo alcune credenze giudaiche.
   Questo ci fa comprendere perché il discorso sulle ultime cose che avverranno ha dei toni particolarmente cupi e il travisamento che c’è stato nel corso degli anni, fino ai nostri giorni, a motivo di una predicazione troppo moralistica che lo ha trasformato in un avviso minaccioso per i peccatori. Ma Gesù parlava della sua morte imminente e non della nostra, della fine di quel mondo dominato da poteri avversi al progetto di Dio e non della distruzione del pianeta, di saper accogliere responsabilmente anche in mezzo a tante difficoltà ogni opportunità per costruire il regno di Dio e non di lasciarsi ammaliare dalle previsioni dei profeti di sventura. Così anche la prima comunità, afflitta dalle persecuzioni predette dal Maestro (“se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi” Gv 15,20), e spettatrice della distruzione del mondo giudaico, sentiva che  quello era non  il momento di mollare, ma il tempo propizio per dare tutto pur di portare avanti la missione che Gesù aveva loro affidato, come fa il padrone che partendo per un viaggio affida a ciascun servo il proprio compito per amministrare il patrimonio e far progredire le attività.
   La raccomandazione di vegliare che i testi del Nuovo Testamento ci consegnano, allora, risuona per noi come un invito a cogliere all’interno della nostra situazione storica quanto è di impedimento a continuare la missione di Gesù, ad individuare gli ambiti in cui dovremmo impegnarci con determinazione e che forse ci trovano invece assopiti e distratti, a riscoprire quei valori essenziali sui quali costruire la nostra vita perché sia lievito di quel mondo ‘altro da questo’ che sogniamo in nome di Dio e che magari sono passati in second’ordine, se non sono diventati del tutto assenti. Vegliare, perché quell’incontro con Dio che riaccende dentro di noi la passione e l’impegno proprio perché imprevedibile può avvenire in ogni momento, come un’opportunità che si presenta improvvisa e fugge via veloce, e per questo da cogliere al volo (il Vangelo di Marco per descrivere questo momento usa il termine greco ‘Kairòs’, il nome del dio mitologico dai piedi alati che passava sempre di corsa). Vegliare perché Dio è colui che ci viene incontro, che arriva quando non te l’aspetti, che è già venuto in mezzo a noi in tanti modi, che è venuto di persona in Gesù, e che continuerà a venire ed ad arrivare, pronto a fermarsi ed essere il Dio con noi, a condizione che siamo pronti ad accoglierlo, altrimenti non ci rimarrà che costatare amareggiati che è già passato altrove.
  Vegliare, dunque, continuo a ripeterlo, è diverso da aver paura, dal provare smarrimento di fronte all’imprevisto o dall’essere pronto a fuggire altrove quando il mondo sembra crollarti addosso… è piuttosto saper riconoscere negli avvenimenti le mani di Dio che ti plasmano e  che danno saldezza al cammino di ogni giorno (come ci suggeriscono le prime due letture di oggi), è quell’insonnia salutare che ci prende certe notti quando sappiamo che il giorno dopo ci sono cose particolarmente importanti che ci attendono, è lo sguardo vigile di chi non solo bada a custodire le proprie risorse, come un portiere di notte, ma è sempre alla ricerca di nuovi spazi in cui impiegarle e sa riconoscere quelli in cui ce né più necessità.  
   Credo che questo tempo di pandemia che ci impone brusche frenate e cambiamenti di ritmo, dopo gli anni della presunzione e della frenesia dell’avere tutto e subito, dell’attesa del fine settimana per estraniarsi dal vissuto di ogni giorno, anche solo magari con una notte di sballo o con una gita ‘fuori porta’,  sia in qualche modo un tempo propizio per riassaporare il gusto della veglia e dell’attesa, non solo del giorno in cui ci diranno che tutto è finalmente finito, ma del ritorno di dimensioni dimenticate, del risveglio di passioni assopite, della ripresa del desiderio di costruire un mondo più umano e fraterno, dove anche Dio possa tornare ad essere di casa.
   Buona settimana, fra’ Mario.