La Spiritualità delle nozze

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Cari fratelli, vi siete mai chiesti se la vostra vita è secondo l’insegnamento del Signore in Mt 22, 1-14: la vita come invito a una festa di nozze?

La parabola è lunga e complessa, piena di sfaccettature e di particolari che non sempre saltano alla mente come evidenti, eppure possiamo cogliere qualcosa che colpisca profondamente la nostra vita quotidiana.

La parabola sembra in antitesi con una certa condizione tradizionale e mai morta nella Chiesa e fuori, secondo la quale la religione è per i piagnoni e per i perdenti nel corpo e nello spirito per trovare una qualsiasi consolazione nella desolazione della vita.

Nietzsche, il teorico del superuomo, il teorizzatore della vita come espressione della ‘Volontà di potenza’ (o della pre-potenza, il che è la stessa cosa), affermava che la fede è la ‘Volontà di potenza’ dei deboli, dei fragili, degli sconfitti, una specie di auto proiezione del loro mondo interiore per provare in qualche modo anche loro il brivido di sentirsi superiori agli altri.

Se fosse così la fede per essi non sarebbe che un’allucinazione, eppure proprio in questa parabola si annuncia che l’allucinazione è di chi trova nel piacere e nell’onore l’unica fonte della propria realizzazione.

Anzitutto in questa parabola non si codifica affatto la sofferenza come fonte di realizzazione. L’incipit è molto esplicito: “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (Mt 22, 1).

Il fine è il banchetto, e non un banchetto qualsiasi, ma un banchetto di nozze, il quale è il massimo che si possa desiderare tra tutti i tipi di banchetto. E’ un banchetto dove si sciala e si sta, si conversa e si mangia senza badare al tempo od alla quantità, perché la festa fa cessare di colpo tutte le preoccupazioni umane.

Nietzsche rimprovera i cristiani di attendere un mondo futuro che non vedono e di cui non hanno esperienza, che non può essere provato, e che quindi, in definitiva, non esiste. Ma la parabola del Vangelo non dice ‘Il regno dei cieli sarà’, ma ‘il regno dei cieli é…’. Il Regno dei cieli è dunque HIC ET NUNC, qui ed ora, oppure non sarà mai.Ora è tutto, oppure sarà sempre nulla. Una presunzione che supera i confini dell’immaginabile, ma che interroga profondamente i confini della nostra fede: abbiamo veramente fede noi, se è vero che il fedele di Cristo vive sempre come (e più!: la parabola evangelica rispetta la tipologia dell’analogia; si dice la somiglianza più alta perché non se ne trova un’altra maggiore) se fosse un invitato a nozze? Si dice di San Francesco che: “Si impegnò sempre, con ardente passione, ad avere, fuori della preghiera e dell’ufficio divino, una continua letizia spirituale intima ed anche esterna. La stessa cosa egli amava ed apprezzava nei confratelli, ché anzi era pronto a rimproverarli quando li vedeva tristi e di malumore” (Specchio di perfezione, 95 – FF 1793).

Il Frate d’Assisi famoso per la ‘perfetta letizia’, è il maestro che vede gioia dappertutto, non fatua e immoderata, ma fondata, come su una roccia, sulla grazia e sulla bontà di Dio da cui proviene ogni cosa buona e alla quale serve anche ogni cosa meno buona.

Il fine della Vita cristiana non è la croce, ma la Risurrezione, qui ed ora. La Croce è un effetto del peccato, ma se Cristo con il suo sacrificio, ha sconfitto per sempre il peccato e la morte, non abbiamo più un motivo reale per essere tristi. La tristezza è spesso il simbolo e la nota dimostrativa, la cartina di tornasole della nostra poca crescita nella fede e nella comunione con Colui che né è l’autore. Sembra che San Francesco considerasse la tristezza quasi un peccato: “Rimproverava con vigore quanti mostravano fuori la loro tristezza. Una volta che uno dei compagni aveva un’espressione tetra, lo redarguì: Perché mostri fuori il dolore e la tristezza delle tue colpe? Tieni questa mestizia tra te e Dio e pregalo che, nella sua misericordia, ti perdoni e renda alla tua anima la gioia della sua grazia, che hai perduto per causa del peccato. Ma davanti a me e agli altri mostrati sempre lieto; poiché al servo di Dio non si addice di mostrare malinconia o un aspetto afflitto davanti al suo confratello o ad altri” (Specchio di perfezione, 96 – FF 1794).

Il grande filosofo stoico Epitteto affermava che spesso gli uomini non sono disturbati dalle cose, ma da ciò che essi pensano delle cose. Se tutto si giudicasse diversamente da ciò che appare, ovvero con mille altre sfaccettature e dimensioni che non appartengono solo al mondo dell’estensione e della figurazione, i quali costituiscono sono solo l’impalcatura esterna della realtà, allora cominceremmo a guardare le cose dall’alto, non più da uomini, ma come le guarda Dio, che le ha create. Non fu proprio il Signore a dire: Non è ciò che entra dall’esterno, ma ciò che esce dall’interno che contamina l’uomo (Cfr. Mc 7, 23)?

Sembra quasi che il Signore voglia farci pensare che siamo noi stessi con i nostri dubbi, le nostre angosce, le nostre passioni sfrenate che ci lasciamo avvincere a guardare tutto di con terrore o con lascivia; invece l’orrore, come la sfrenatezza nascono dentro di noi, dalla nostra coscienza irredenta, dalla nostra anima poco o niente fiduciosa nella bontà di Dio. Qual è la causa che ci rende infelici? Solo dopo aver risposto a questa domanda potremmo dire anche: Quali sono le occasioni che contribuiscono alla nostra infelicità? Una volta rimossa la causa saranno rimosse anche le occasioni, almeno, credo, per il 95%.. Viceversa, rimosse le occasioni, nasceranno subito altre occasioni a tenere desta l’infelicità di chi crede di essere oppresso dalle circostanze esterne: Perché guardi la pagliuzza che è nell'occhio del tuo fratello, e non t'accorgi della trave che è nel tuo? (Lc 6, 41). Per stare tranquilli basta togliere la trave, e scomparirà anche la pagliuzza. Viceversa, togliendo la pagliuzza, si troverà sempre un’altra pagliuzza, scalfittura della stessa trave!

Il primo miracolo di Gesù, così almeno ci riferisce l’evangelista Giovanni, fu un miracolo nuziale. Durante un banchetto di nozze, a Cana di Galilea (Cfr. Gv 2, 1-12), Egli cambiò l’acqua in vino. Un miracolo apparentemente inutile, perché fatto in un ambito di festa (e non di grandi calamità politiche, economiche, sociali) e perché ha come fine semplicemente la gioia dei convitati a nozze.

Questo è il nostro Dio: un Dio di gioia, perché un Dio di perdono: non bisogna essere santi per essere felici, ma dobbiamo essere felici per essere santi. La santità allegra e lieta di San Francesco ci siano d’aiuto.

Pace e Bene a tutti,


P. Luca Genovese