La Spiritualità dell' invito


vertsf.gif L'invito ? un tema molto ricorrente nelle pagine evangeliche. Si parla per lo pi? di invito a nozze (Cfr. Mt 22, 1-14; Lc 14,16-20; Gv 2, 1-11; Cfr. anche Mt 25, 1-13), ma anche Ges? volentieri accetta l'invito che gli porgono sia i farisei (Lc 7, 36-50. 11, 37-52. 14, 1), sia i peccatori e i pubblicani (Lc 15, 2. Mt 9, 10-13). Accetta anche l'invito degli amici (Cfr. Lc 10, 38-42) e non esita ad autoinvitarsi a casa di Zaccheo, il capo dei pubblicani (Cfr. Lc 19, 1-10).

L'invito è un atto gratuito, senza spesa da parte di chi ? invitato, un atto di generosit? e di disinteresse, un atto di amore di chi invita. Il Signore l'ha assunto come simbolo del suo avvento e dell'incontro dell'uomo con la sua Grazia. E' per l'invito del re che i convitati si presentano alla festa di nozze, che altrimenti non potrebbe avere luogo (Mt 22, 8); ? per il re che i convitati gioiscono della stessa gioia del re per le nozze del Figlio (Mt 22, 4). E' per l'invito del Signore cena.jpgche siamo stati chiamati a partecipare al suo Regno, al banchetto di nozze dell'Agnello. Il contesto della gioia ? la cornice essenziale del Banchetto, e soprattutto del banchetto di nozze, ove l'evento festeggiato prelude alla fecondit?, al dono della vita, alla dolcezza dell'intimit? degli sposi, tutte cose che richiamano alla mente un senso di tranquillit? e di benessere: nel linguaggio comune l'"invito a nozze" ? detto di una occasione oltremodo vantaggiosa che si presenta nel cammino dell'esistenza, tanto pi? gradita quanto pi? inaspettata ed imprevista.

Nelle parabole evangeliche però (Lc 14, 16-20; Mt 22, 1-14), la gioia dell'invito è tristemente velata dall'incomprensione e dal rifiuto di coloro che sono invitati, a volte con motivazioni molto speciose. Il rifiuto dell'invito diventa paradossale se si paragona con gli elementi essenziali della formula d'invito: chi invita ? il re; il motivo dell'invito ? la festa di nozza del figlio, l'interesse del re per gli invitati ? la somma gratuit? e degnazione, gli altri invitati sono persone conformi, beneficiari di uno stesso, immenso dono.

Purtuttavia gli invitati si sentono in grado di rifiutare, esercitano una loro propria libert? , che ? loro dovuta. L'invito non obbliga, ma sembra decisamente strano rifiutare, e per gentilezza, e, soprattutto, per somma convenienza; mai pi? capiter? agli invitati che il re li inviti a nozze, che dia loro la possibilit? di essere suoi commensali, che li faccia partecipi della propria intimit? familiare, che li tratti da amici e da fratelli. Eppure si riesce a rifiutare. Luca fa dire a chi si scusa motivazioni di ordine puramente occasionale (Lc 14, 18 20) per giustificarsi della mancata accettazione dell'invito: il campo e i buoi appena comprati, la moglie appena sposata...Matteo non si limita a dire che gli invitati rifiutano, ma che alcuni addirituttura prendonoo quei servi che avevano fatto l'invito e li insultano, li percuotono e li uccidono (Mt 22, 6) sconfessando cos? il famoso detto: "Ambasciator non porta pena!".

"Reazioni abnormi!", direbbe la psicologia contemporanea. Ges? stesso per insegnare la bont? del Padre afferma con domanda retorica "Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli dar? una pietra? O se gli chiede un pesce, gli dar? al posto del pesce una serpe?" (Lc 11, 11). E conclude : "Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto pi? il Padre vostro celeste dar? lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!? (Lc 11, 13).

Davanti alla richiesta di un figlio il cuore dell'uomo non si chiude mai, e non si comporta in maniera maligna dando il contrario di ci? che ? richiesto. Nel caso dell'invito viene fatta una richiesta molto particolare: non la richiesta di un'elemosincena1.jpga o di un dono come nel caso del figlio, bens? la richiesta di accettare un dono gratuito da parte dell'invitante. Ges? da per scontato che un padre gratifichi il figlio nella sua richiesta, anche se il suo cuore ? perverso. Non ? cos? per gli invitati della parabola, i quali, bench? non debbano dare nulla, rifiutano recisamente e anche con crudelt? il dono che essi stessi devono ricevere.

Se riflettiamo bene, pi? che di cattiveria qui dobbiamo parlare di follia, di forme avanzate di devianza psico-attitudinale e comportamentale, d'incapacit? di fare un minimo, corretto ragionamento sul bene e sul male, sul giusto e sul'ingiusto, sul favorevole o lo sfavorevole. Chi rifiuta l'invito a nozze del re, ? paragonabile a chi si trova nello stato demenziale dell'ubriaco o dell'esaltato, che non capisce quello che gli si dice, non sa quello che fa, ? vittima delle sue stesse reazioni scomposte e violente, ? un elemento pericoloso per se stesso e per gli altri, perch? incapace di discernere e controllare le sue reazioni. E' uomo oscurato nella mente e nel cuore su cui non si pu? fare nessun affidamento, preda delle turbe psichiche imprevedibili ed apparentemente ingiustificate ed inspiegabili, derivanti dal vizio prolungato o dalla sfiducia totale nella vita e negli altri: un uomo solo.

E' quest'uomo che vuole indicare alla nostra riflessione il Signore. Non siamo fuori di questa parabola; la follia del rifiuto ci interpella al massimo grado. Il Banchetto non ? un evento futuro, oscuro e lontano. Esso ? presente sin d'ora nell'assemblea del popolo di Dio. Lo diciamo ogni volta che celebriamo il Sacramento del Corpo e Sangue del Signore: "Beati gli invitati alla cena del Signore; ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo".

Nella riproposizione liturgico-sacramentale il banchetto eucaristico ? il frutto dell'invito a nozze, il dono pi? grande del Signore al suo popolo, la celebrazione delle nozze del capo con le sue membra in una inscindibile alleanza di redenzione. I doni immensi che riceviamo sono troppo grandi per essere compresi e forse proprio per questo troppo banalmente vengono rifiutati, sminuiti nel loro valore, quando non beffeggiati e oltraggiati.

I nostri antichi padri ci hanno tramandato diversi nomi per designare l'assemblea del banchetto divino; tra essi il termine ?Sinassi' (dal greco sun-ago = vengo insieme) sembra quello pi? appropriato per designare l'Eucaristia come un gruppo riunito insieme da uno stesso motivo: l'invito ipapante.jpgdi Dio, la sua ferma risoluzione di donarci la sua amicizia con il perdono dei nostri peccati, lavati nel sangue dell'Agnello e con la partecipazione alla sua pi? profonda intimit? mangiando insieme non un pasto qualsiasi ma il cibo della vita (Cfr. Gv 6, 51), la carne di Cristo, ipostasi divina, ma al contempo umanit? piena, mezzo che comunica il cuore di Dio stesso.

Troppo spesso la nostra conoscenza di Dio ? negativa. Sappiamo tante cose dai libri, ma non si pratica ci? che ? il ponte tra cielo e terra. La teoria non si sposa con la prassi. Leggiamo tante meditazioni ma il passo del salmo ?Gustate e vedete quanto ? buono il Signore' (Sal 33, 9), rimane lettera morta per noi. Poco importa conoscere la dottrina della transustanzianzione, la storia del dogma dell'Eucaristia, fare un ottima esegesi dei passi eucaristici e sapere anche bene il catechismo, magari nell'ultima edizione riveduta e corretta, se poi l'Eucaristia non fiorisce in noi e non porta a noi i suoi frutti.

Di solito nei banchetti non ci si accosta a mangiare ci? che non si conosce: si prende e si apprezza ci? che si sa o si suppone che sia; cos? l'Eucaristia esige che noi non facciamo alcuna ostentazione della nostra fede, che noi andiamo coscienti, per quanto possiamo, a ricevere il grande mistero che Il Signore Ges? ci ha lasciato, e scommettiamo su di esso tutta la nostra vita, perch? se ? vero ci? che ci dice il Vangelo e l'immutata ed ininterrotta tradizione della Chiesa, essso ? proprio Cristo, ? proprio il Regno di Dio che ? che era e che viene (Ap 1, 8).

Per chiudere, un ateo, Italo Svevo, scrittore della scuola psicoanalitica dell'?inizio del ?900, ci parla indirettamente nel suo romanzo ?La coscienza di Svevo' di come vede i Cattolici che vanno a messa la Domenica e ci svela, con occhio distaccato, la nostra tiepidezza nel considerare il pi? grande mistero della nostra vita: l'Eucaristia. Dice Zeno Cosini di sua moglie, Augusta: "Di domenica essa andava a Messa ed io ve l'accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l'immagine del dolore e della morte. Per lei non c'era, e quella visita le infondeva serenit? per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch'essa sapeva a mente. Niente di pi?, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno".

 

P. Luca Genovese