Saluto del Parroco

PER DIVENTARE “DONO”

 

   Carissimi fratelli e sorelle,

celebriamo oggi la “Solennità del Corpo e Sangue di Cristo”, già “Corpus Domini”, che cadeva nel passato il giovedì dopo la solennità della Trinità, rimandando come giorno direttamente al giovedì santo e alla memoria della ‘cena del Signore’, elemento portante del culto cristiano.

   Prima di riflettere sulla Parola di Dio sarà bene richiamare alla nostra mente qualche motivazione storica che ha dato origine a questa festa. Il Papa Urbano IV nella bolla “Transiturus de hoc mundo” del 1264, con la quale estese la  celebrazione del ‘Corpus Domini’, già in corso in alcune diocesi, a tutta la Chiesa,  ribadendo  “La reale presenza… nella propria sostanza… del Cristo” nella commemorazione sacramentale, invitò a farne almeno una volta l’anno, una più onorata e solenne memoria.

   Le espressioni usate riflettono i termini di una questione che allora come oggi appassiona la ricerca teologica: come credere ed esprimere il “mistero” di un pane che diviene segno dell’espressione massima dell’amore di Dio per gli uomini, che rende accessibile per ciascuno la vita donata da Gesù, che unisce in un solo corpo tutti coloro che ne mangiano? E riflettono, inoltre, una ben precisa situazione: in quell’epoca erano diffuse una religiosità di tipo magico/idolatrica che vedeva nel sacro una realtà oscura da temere e onorare, da cui tenersi a debita distanza o a cui ricorrere nelle circostanze sfavorevoli (‘ostia consacrata’ compresa)… e una religiosità emozionale che aveva bisogno di vedere le cose rappresentate realisticamente, sostituendo sempre più la rievocazione sentimental/devozionale, all’ascolto delle Scritture e alla vita liturgica e sacramentale. 

   Il Concilio Lateranense IV, del 1215, per rimediare al fenomeno dell’abbandono della comunione eucaristica e del sacramento della penitenza introdusse l’obbligo di celebrarli almeno una volta l’anno, a Pasqua. Se questo contribuì a rimettere a fuoco l’essenziale, tuttavia poi nei secoli ha generato una mentalità diffusa a tutt’oggi di una religione concentrata sulla ‘pratica’ di un minimo necessario (il cosiddetto ‘precetto pasquale’) e distaccata dall’ascolto della Parola di Dio e dalla vita sacramentale e comunitaria. Da qui la necessità attuale di avviare percorsi che ci aiutino a recuperare una concezione di “Corpo del Signore”, passatemi l’espressione, a 360°: che includa, anzitutto, la fame di Dio, della sua parola e del suo pane, poi il desiderio di vivere in comunione fraterna con gli altri, e, infine, il lasciarsi conquistare dal fascino di Cristo per incarnare il suo stile nella vita quotidiana. Queste sono le tre indicazioni che ci offrono le letture bibliche di questa domenica.

   La prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio, ci offre, nella forma di discorso attribuito a Mosè, la rilettura di una tappa dell’evento dell’Esodo: Il Signore ha fatto fare agli israeliti un cammino di quarant’anni nel deserto per metterli alla prova, per sapere quello che avevano nel cuore e se erano pronti ad osservare i suoi comandi. Gli ha fatto provare la fame e la sete, pur nutrendoli e dissetandoli poi con la manna e con l’acqua sgorgata dalla roccia, per imparare a non vivere solo di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore, le parole che liberano l’uomo da  ogni schiavitù e disagio.

   Mi viene subito da paragonare questa pandemia a quel cammino nel deserto e da chiedermi: la stiamo vivendo come un tempo di prova che ravviva in noi il desiderio di Dio e la fame della sua parola, accolta come un dono così essenziale da non poterne fare a meno, portata con passione e nuove competenze al cuore della nostra vita, per venire liberati ogni giorno di più dalle mille schiavitù che ne offuscano la bellezza e ci allontano dalla gioia? 

   La seconda lettura di oggi è un brano della lettera di Paolo ai cristiani di Corinto: dopo aver proposto a loro, divisi da tante questioni e mediocri nel comportamento, di confrontarsi con le prove del popolo nel deserto e di evitare di cadere negli stessi errori, in particolare quello dopo aver mangiato e bevuto del cibo di Dio di tornare ad una vita pagana a servizio degli idoli, centrata sulla ricerca esclusiva del proprio piacere, Paolo annuncia il fondamento di un’autentica vita di fede: Bere al calice e condividere il pane spezzato è comunione al sangue e al corpo di Cristo, una comunione così profonda che permette ai credenti di essere conformati al suo corpo e di divenire, pur essendo molti, un solo corpo.   

   Nei nostri territori la frequenza all’Eucaristia è ormai molto bassa e durante il ‘lockdown’ siamo stati privati della possibilità di celebrarla insieme. A tutti, e in particolare a coloro che stanno tornando, chiedo: Quali sono le motivazioni che ci spingono a partecipare di nuovo? Con quali criteri scegliamo la celebrazione a cui partecipare (L’orario più comodo, la durata dell’omelia o della celebrazione, la simpatia e le affinità con chi la presiede, la corrispondenza ai propri gusti, o alle competenze acquisite in particolari percorsi formativi, delle modalità celebrative (tentazione specifica dei movimenti ecclesiali)? Quanto è presente in noi la consapevolezza che il vero Corpo del Signore non è solo l’ostia consacrata e consumata, ma anche la comunione fraterna dei molti che se ne alimentano?

   Infine, nel prologo del suo Vangelo Giovanni annuncia: Il Verbo di Dio si è fatto carne perché chiunque lo accoglie possa diventare figlio di Dio. Nel brano di oggi, tratto dalla catechesi ambientata nella sinagoga di Cafarnao, con un linguaggio particolarmente duro per i giudei (mangiare la carne e bere il sangue), ci viene detto che l’incarnazione del Verbo di Dio non consiste solo nell’aver assunto carne umana, ma nel fatto che essa è diventata carne e sangue, cioè vita, cioè l’esistenza intera, donata per gli altri: questo è l’agnello pasquale, questo è il pane del cielo che dà la vita eterna, intesa non come quella che inizia dopo la morte, ma quella oltre la quale non ce n’è una più bella, più desiderabile e significativa: la vita di Dio: donarsi. E’ questo che Gesù ci comunica, quindi, attraverso il pane e il vino, il suo corpo e il suo sangue: non solo il dono della sua vita, ma anche lo stile da assumere per vivere realmente da figli di Dio, in piena comunione con il maestro.

   Fratelli e sorelle, è proprio questo l’elemento essenziale sul quale noi oggi dobbiamo verificarci, soprattutto di fronte alle sofferenze e alle povertà già in essere e alle nuove generate dalla pandemia, e cioè  sullo “stile eucaristico” della nostra vita, che deve basarsi non tanto sul numero delle volte che andiamo a messa e ‘prendiamo’ la comunione in osservanza ai precetti… ma sull’assimilazione progressiva di questo orientamento di vita: come Cristo si è donato per me, anche io voglio donarmi per gli altri. Tanti torneranno oggi ad avere fame e sete di Dio se incontreranno queste Eucaristie viventi: persone nutrite dalla Parola e dal Corpo e Sangue del Signore e trasformate in dono, per sempre, per tutti, con gioia immensa.

                                                                                                                         Fra’ Mario

DIO CI HA VOLTATO LE SPALLE O CI INVITA A SEGUIRLO?


Festa della S.ma Trinità

Carissimi fratelli e sorelle,
la domenica dopo la festa di Pentecoste, da molti secoli, noi, cristiani occidentali, riprendiamo la seconda parte del Tempo Ordinario celebrando una festa in onore di Dio, così come ce lo rivelano le Scritture bibliche, dove in realtà non compare mai il termine “Trinità”, ma troviamo precisi riferimenti al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Ogni persona che vuole vivere la propria vita nel segno della ricerca dell’ “oltre”, o in cerca di Dio, si pone l’obbiettivo di conoscere sempre più in profondità la realtà da cui si sente attratto, di stabilire un contatto, una relazione, di avere un punto di riferimento per le domande di senso, per i valori da tenere a cuore, per l’orientamento quotidiano e la destinazione ultima della vita, per trovare felicità e raggiungere il compimento di se stessi.
Qual è il punto di partenza per questo genere di percorso? In un’epoca pluralistica come la nostra non possiamo non riconoscere che ce ne siano tanti e diversi tra di loro, anche se magari convergenti su tanti aspetti… credo si possa affermare che tutti abbiano una loro validità, ma che per il contesto storico e culturale in cui sono stati elaborati non se ne debba fare un miscuglio, ma piuttosto valorizzarne le radici e gli orizzonti, e maturare una maggiore consapevolezza di quelle che sono le peculiarità di ciascuno. Noi cristiani, quindi, siamo decisamente chiamati a rimettere al centro, come punto di partenza, non il sentito dire, ma Gesù di Nazareth in persona, la sua predicazione e la sua vita, la sua attrazione su di noi, la nostra relazione con lui.
A tutti noi è stato raccontato, prima o poi, quanto asserito da S. Agostino sull’impossibilità per la mente umana di comprendere o contenere il mistero di Dio (ricordate il paragone del bambino che voleva mettere tutta l’acqua del mare in una buchetta nella sabbia?)… eppure, ancora oggi, cadiamo nella tentazione di parlare di Dio come se di Lui potessimo sapere esattamente tutto e più esattamente di tutti gli altri, come se un lavoro di indagine filosofica o teologica possa tradurre il mistero di Dio in concetti e in definizioni inconfutabili, come se qualcuno possa avere l’ “esclusiva” su di Lui… Io penso che soprattutto oggi la domanda da porsi sia quella di quali squarci ha aperto sul mistero di Dio la riflessione di tanti uomini e donne e, in particolare per noi, l’insegnamento di Gesù di Nazareth, riconosciuto dall’interlocutore del brano di Vangelo di oggi, il fariseo Nicodemo, come “maestro (dottore) venuto (mandato) da Dio” (Gv 3,2), e a cui Lui si rivela come “figlio dell’uomo (come nella visione di Daniele dotato da Dio di ogni potere) che viene dal cielo per testimoniare le cose di Dio”.
Insegnamento che ha ottimamente raccolto Paolo e che oggi ci viene offerto nella seconda lettura con il saluto che chiude la sua seconda lettera ai cristiani di Corinto: il Dio dell’amore e della pace sarà con voi, se vivrete nella gioia e nella ricerca della perfezione evangelica, nell’incoraggiamento reciproco e nella condivisione dei sentimenti. Siano con voi Dio, il Figlio e lo Spirito Santo… amore, grazia e comunione! Questo individuerei come il punto di partenza specificatamente cristiano, lo squarcio aperto verso Dio, il percorso appassionante di Lui verso di noi e di noi verso Lui e verso gli altri, fatto di amore, grazia/dono e comunione.
“Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito”. E’ vero che nelle Sacre Scritture a Dio venga attribuito un po’ di tutto e che quindi ci si possa fare di Lui anche l’immagine di un giudice severo e incorruttibile che ha tutti i buoni motivi per giudicare e condannare, ma è altrettanto significativo che a Nicodemo, a uno cioè appartenente a quel “mondo della notte”, a quei farisei tenebrosi che si sono rifiutati di accogliere Gesù come l’inviato di Dio, Egli non abbia detto “Dio ce l’ha con voi e non vede l’ora di condannarvi”, ma l’esatto contrario: Dio vi dona il suo Figlio perché amandolo (credendo) abbiate la vita eterna, cioè la migliore possibile, perché quella propria di Dio.
Ora è vero che una relazione può anche non sbocciare e che un dono possa essere rifiutato: chi non crede, chi non ama la persona del Figlio, si autoesclude da quella vita che viene da Dio e che Gesù dona in abbondanza, e si condanna a vivere una vita qualsiasi, priva dei grandi orizzonti che spalanca solo il suo amore rigenerante, ma è altrettanto vero che Dio, anche davanti alla durezza di mente dei suoi partners, rimane sempre Colui che è “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà” (Es 34,6), così come si è rivelato a Mosè passando davanti a lui nella nube sul Sinai.
E’ stupendo il racconto dell’incontro di Mosè con Dio, il linguaggio con cui si esprime la sua assoluta trascendenza “farò passare davanti a te il mio splendore…non potrai vedermi in faccia e restare in vita… potrai vedermi di spalle…” (Es 33,19; 20; 23). Mosè potrà sentire realizzato il suo desiderio di vedere Dio solo dopo che Lui è passato, lasciandosi alle spalle una scia di amore, misericordia e fedeltà e ciò sta a significare che Dio lo puoi davvero conoscere solo se stai alle sue spalle e cammini dietro a lui, nelle sue orme, anche tu con passi di amore e misericordia. Anche a Pietro, che si proponeva di ostacolare il suo cammino verso la croce, Gesù rivolse questo invito: rimettiti alle mie spalle e cammina dietro di me. La fede non è elaborare le migliori teorizzazioni possibili sulla sostenibilità dell’esistenza di Dio, ma cogliere nella propria esistenza le tracce del suo passaggio, i segni del suo amore misericordioso, che ci precede e quasi suggerisce l’itinerario nel cammino di ogni giorno, così come ci accompagna e sostiene nei momenti di difficoltà o nelle cadute.
Ancora a Nicodemo, nel prosieguo del dialogo, Gesù offrirà una possibilità concreta di vedere Dio, di riconoscere Colui che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito, quando come il serpente nel deserto Lui sarà innalzato sulla croce, perché chiunque rivolge a Lui lo sguardo, crede in Lui, lo ama come non amerebbe nessun altro e nessuna cosa, abbia la vita eterna (Gv 3,14-15)… che non è semplicemente il prolungamento di quella biologica, che dura per forza quel tanto e non più, ma è un cambiamento sostanziale di qualità, è camminare dietro Colui che ci ha rivelato il sogno di Dio: generare persone per le quali non c’è amore più grande di quello di donare la vita per gli altri.
Carissimi fratelli e sorelle, forse anche noi nei giorni più bui di questa pandemia o in momenti difficili della nostra vita, ci siamo posti la questione se Dio esista davvero o se non ci abbia voltato le spalle… da un punto di visto logico non esisterà mai una risposta esaustiva e convincente in tutta evidenza…
Gesù apre questo squarcio: Dio è il Figlio donato, è il Figlio che si dona e muore per noi. Sta a ciascuno di noi oggi scorgerne le tracce negli eventi della vita e deciderci se tenere Dio fuori da essa, come un discorso antiquato e fuori tendenza, se fare le vittime lamentando di trovarlo sempre girato di spalle, o se dargli fiducia e incamminarci sulle sue orme, nella certezza che solo donandoci facciamo un pieno di vita e di gioia.
Buona festa della Trinità. Fra’ Mario.

 

GIU’ LA MASCHERINA, QUANDO E’ DIO CHE ALITA

 

Carissimi fratelli e sorelle,
in questa domenica celebriamo la solennità della Pentecoste, termine greco che indica il cinquantesimo giorno dopo Pasqua, il giorno che chiude questo tempo di sette settimane con cui abbiamo rivissuto la morte, la risurrezione e la glorificazione di Gesù, e imparato a sperimentare il suo essere con noi per sempre, per guidarci e accompagnarci con un dono particolare: la luce e l’energia che provengono da Dio, che oggi si manifesta a noi come Spirito Santo.
In tempi ormai lontani dai nostri, gli agricoltori della “mezzaluna fertile”, dall’Egitto alla Mesopotamia, attendevano e vivevano con grandissima gioia la stagione primaverile, festeggiandone l’inizio con l’offerta dei primi frutti alle divinità, e la conclusione allo stesso modo, prima di entrare nell’arida stagione estiva. I festeggiamenti degli agricoltori ebrei, in particolare, si arricchirono di nuovi significati con l’integrazione con le tribù nomadi provenienti dall’Egitto e le memorie dei grandi eventi dell’Esodo: la liberazione e l’Alleanza del Sinai. L’organizzazione delle festività in cicli temporali, durante i secoli, si basò sempre più sul ricorso al numero simbolico del “7” e dei suoi multipli, espressione di pienezza e compimento.
Fu del tutto naturale per gli Apostoli e i loro discepoli, provenienti dalla religione ebraica, comprendere ed esprimere il mistero di Gesù, pienezza e compimento delle promesse di Dio, ed organizzarne negli anni la memoria, alla luce dei contenuti e delle tradizioni religiose ereditate.
Non potendo approfondire in questo ambito la sovrabbondante ricchezza di contenuti della festa di Pentecoste (cosa che ciascuno però deve fare con la ricerca personale e qualche bel momento di riflessione comunitaria, magari guidata da un competente), e visto che di omelie sulla Pentecoste ne abbiamo già ascoltate chissà quante, vorrei, come al solito, lasciarmi offrire solo qualche indicazione dai testi proclamati oggi, soprattutto nella prospettiva di riceverne la luce, l’incoraggiamento e la capacità di rinnovamento radicale, di cui abbiamo bisogno in questi giorni di pandemia, per viverli come tempo, benché difficile, pieno di senso e di prospettive. “Tempo di scelta… per reimpostare la rotta verso il Signore e verso gli altri” (Papa Francesco).
Come già domenica scorsa per i racconti dell’Ascensione, anche oggi, per l’annuncio del dono dello Spirito, abbiamo due racconti diversi tra loro dal punto di vista cronologico: nel Vangelo di Giovanni l’evento è collocato nel giorno stesso della Risurrezione, il primo della settimana, quello dopo il settimo, della vittoria di Gesù sul male e sulla morte e dell’inizio della nuova creazione; negli Atti degli Apostoli l’evento è collocato nel cinquantesimo giorno dopo la Risurrezione, a sottolineare che un’Alleanza nuova, fondata sullo Spirito presente nel cuore del credente, sostituisce quella antica fondata sulla legge scolpita su tavole di pietra, e coinvolge non più un solo popolo, ma tutti i popoli della terra, verso cui è proteso l’annuncio della Chiesa.
Questi modi diversi di raccontare, tuttavia, ci conducono ad uno stesso contenuto: la Pasqua di Gesù è l’evento in cui non solo è successo qualcosa di unico, in cui Dio è intervenuto come mai prima nella storia, ma inizia qualcosa di nuovo, anche questo senza precedenti, per tutti coloro che sono in relazione con Lui e gli riservano il posto centrale nella loro vita. Il turbinio della Pasqua che ci coinvolge è ciò che chiamiamo Spirito Santo, promotore di una relazione ogni giorno più profonda e arricchente con il Maestro e suggeritore di un cammino di radicale trasfigurazione della vita personale e della storia.
“La sera di quel giorno, il primo della settimana…”, cioè mentre quel giorno finiva e iniziava il nuovo, Gesù, Colui che aveva donato la vita sulla croce (vedere le ferite di mani e piedi), si fa presente vivo in mezzo ai discepoli, che per la sua vittoria sulla morte ricevono in dono la pace e la gioia. Poi, come Dio aveva soffiato la vita nell’uomo appena creato, Gesù soffia su di loro lo Spirito per farne dei portatori di vita nuova, libera dai peccati della precedente. Attenzione a non darne un’interpretazione meramente moralistica… siamo dei miseri peccatori che commettono errori che vanno continuamente perdonati… Il peccato in Giovanni è il rifiuto del Cristo, il non lasciarsi guidare dallo Spirito a metterlo al centro della vita, vivere come se Cristo non esistesse o non l’avessimo incontrato, pensare e agire da persone tenebrose, non illuminate dalla Parola di Dio.
Così proprio in questi giorni in cui dobbiamo indossare mascherine per evitare di contaminarci o trasmettere il virus attraverso goccioline di saliva infette, siamo chiamati a riaprire la nostra interiorità a Colui che può soffiarvi la vita che viene da Dio; a risolvere una volta per tutte il dilemma se lasciarci dominare dalla paura, e cadere di conseguenza, nella trappola di una religiosità anestetizzante, piena di amuleti inefficaci, o aprirci ad una fede finalmente fatta di fiducia, di convinzioni profonde, di quella fratellanza, frutto dello Spirito, in cui ciascuno fa responsabilmente la propria parte per il bene di tutti (vedi il discorso di Paolo ai Corinzi).
Ogni giorno nei nostri dialoghi o discussioni intorno alla pandemia, i problemi da essa generati e le soluzioni da adottare, così come tra i politici e i cosiddetti esperti, scoppiano scintille. La festa di oggi chiede a noi credenti, che ci lasciamo contaminare senza paura dal respiro di Cristo, di non restare impantanati in sterili polemiche, ma anche di non isolarci, di non distanziarci dagli altri, quasi come fossimo persone che hanno altro da pensare o altri obiettivi da raggiungere. Per Luca i credenti sono quelli che hanno dentro il fuoco della Parola (vedi i due di Emmaus o le fiamme come di fuoco posatesi sugli Apostoli), sono quelli scompigliati dal vento che apre tutte le porte perché a ciascuno arrivi il grande racconto delle meraviglie che opera il Dio che ‘soffia ancora’, trasformando la sera del giorno precedente nell’inizio di un giorno completamente nuovo.
E’ Pentecoste! Giù le mascherine, almeno per oggi, non quelle antivirus naturalmente, ma quelle che impediscono allo Spirito di generare in noi una fede libera dai confini di ieri, coltivata con le conoscenze e le competenze di oggi, capace di intravedere le prospettive future, abitata dalla passione per il bene, il bene di tutti, per cui impegnare con entusiasmo tutto se stessi.
Fra’ Mario

ASCESO AL CIELO, CIOE’ ANCOR PIU’ PRESENTE

Carissimi fratelli e sorelle,

celebriamo oggi il quarantatreesimo giorno di Pasqua. Da qualche anno  in questa domenica viene collocato il ricordo dell’evento dell’ascensione al cielo di Gesù, che ci viene narrato solo dall’Evangelista Luca e in due forme diverse: la prima nella finale del Vangelo in un non meglio precisato luogo vicino Betania nello stesso giorno della risurrezione, la seconda all’inizio del libro degli Atti mentre Gesù e gli 11 Apostoli si trovavano a tavola, quaranta giorni dopo la risurrezione, in un luogo di Gerusalemme o dei dintorni del monte degli ulivi. Questo secondo racconto, che oggi proclamiamo come prima lettura, termina con una frase in cui si menziona per tre volte il ‘cielo’: perché state a guardare il cielo?... E’ stato assunto in cielo… verrà dal cielo… Attenzione, dunque, perché dal modo in cui interpretiamo la parola ‘cielo’ dipenderà una comprensione più o meno sostenibile della Risurrezione di Gesù.ascensione_2020.jpg
   Credo che non sfugga a coloro che sono addentro a dei percorsi di approfondimento biblico e, spero, anche a chi si limita all’ascolto della Parola della domenica, come gli annunci della Pasqua (crocifissione e morte, sepoltura e risurrezione, manifestazioni del Risorto - presenze, dono dello Spirito, ascensione -) siano elaborati sulla base di racconti e immagini delle grandi manifestazioni di Dio nella storia del popolo ebraico, con particolare riferimento ai libri della genesi e dell’esodo, alle esperienze mistiche dei profeti, alle rielaborazioni di tipo storico-sapienziale seguenti l’esilio babilonese. Ricordiamone alcuni elementi: il numero 40, la nube, le acque aperte, chiuse, correnti, la fiamma, la montagna, i tuoni, i fulmini, i terremoti, le voci, i rapimenti al cielo, gli squarci, la potenza, la gloria, la maestà…  
   Parliamo di manifestazioni di Dio, fratelli e sorelle, e siamo certamente consapevoli che le parole e immagini che usiamo sono sempre delle indicazioni piuttosto che delle descrizioni esatte, punti di partenza piuttosto che asserzioni inconfutabili… linguaggio simbolico, ossia punto di incontro tra parole e immagini di tutti i giorni è una realtà invisibile e ineffabile, trascendente, diciamo noi, cioè che sta già dentro le nostre cose e nello stesso tempo è del tutto al di là. Per questo è bene piuttosto che tentare di immaginare e descrivere i dettagli concreti di un evento, invocare, come dice Paolo nella seconda lettura, lo “spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui… perfetto compimento di tutte le cose”. 
   Nel mondo di Dio si entra prima di tutto con un atteggiamento di “prostrazione”: quando videro Gesù risorto gli undici, ci racconta Matteo, si prostrarono (così come mentre viene portato su in cielo, nel vangelo di Luca): ne riconobbero la dimensione divina e la sua signoria sulla loro vita. I racconti della risurrezione non sono tentativi maldestri e culturalmente limitati di spiegarne i dettagli, ma espressione di una dedizione fiduciosa e assoluta, di persone (gli 11, come ogni credente) che si sono consegnate completamente a Lui.
   “Essi però dubitavano”, aggiunge Matteo. E’ significativo che in tutti i racconti di incontro con il Risorto affiori in qualche modo un senso di timore e di dubbio. Sembra quasi che per incontrare davvero il Risorto e avere una relazione autentica con Lui dubitare sia una necessità. Il dubbio può risolversi in un nulla di fatto, gli ateniesi quando udirono Paolo parlare della risurrezione di Cristo se ne andarono deridendolo, o può dare inizio all’avventura di lanciarsi in quel cammino in cui l’irraggiungibile diventa possibile, che è la fede.
  Gesù si è trovato anche Lui tante volte a dover scegliere tra l’apparentemente sicura e gratificante logica dell’affermazione di sé (avere visibilità, denaro, leadership politica e religiosa) e la ricerca del completamente altro, e nel momento della prova ha sperimentato anche lui il timore e il dubbio, pensiamo all’angoscia del Getsemani, ma ha preferito consegnarsi completamente a Dio, si è prostrato fino a “perdere la propria vita” per trovare quella Vita che il Padre gli ha partecipato in pienezza e nella quale siamo immersi (battezzati) tutti noi che lo seguiamo. 
   Questo significa affermare che Gesù è stato assunto (portato) in cielo (come scrive Luca), andato al Padre (come scrive Giovanni), fatto sedere alla destra del Padre (come scrive Paolo). Nelle domeniche precedenti avevamo sentito i discepoli chiedere a Gesù quale fosse il luogo dove egli stava andando… oggi sentiamo i discepoli annunciarci che il luogo dove Gesù è andato per sempre non è oltre le nuvole (non è il cielo dei giudei, aggiungerei io, ne il paradiso cattolico così come è stato descritto in tante prediche del passato): questo luogo si chiama “presenza”: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (o della presente era, come traducono molti), è la conclusione solenne del Vangelo di Matteo. 
   Quindi la domanda di oggi non è “dov’è finito Gesù?”, ma “dove è presente Gesù e come possiamo incontrarlo?”
   Dal racconto di Matteo accoglierei tre indicazioni.
   “Sul monte in Galilea”. In realtà Gesù non aveva dato alcun appuntamento di questo tipo agli Apostoli. E’ inutile cercare un luogo preciso. Nel Vangelo di Matteo si parla di due montagne in Galilea: quella delle Beatitudini e quella della trasfigurazione. Potremmo provare a fonderle in un unico monte e raccogliere l’invito a salirvi: Gesù lo incontri nelle Beatitudini che trasfigurano l’esistenza. Rileggiamole spesso e pratichiamole, sono 8 (la cifra della risurrezione), sono la strada maestra per vivere da risorti.
   “In tutti i popoli”. E’ stupendo in questo tempo di migrazioni e convivenza tra popoli di diverse culture e religioni, in questo tempo in cui si aprono nuovi spazi di comunicazione e di scambio, poter offrire a tutti la ricchezza del Vangelo. “Andando” dice Matteo, stando in mezzo agli altri da risorti, persone che non cercano il cielo in prospettiva individualistica, ma come ‘discepoli e missionari’, per vivere, testimoniare e proporre, coscienti che lo Spirito suscita discepoli tra tutti gli uomini.
   “Io sono con voi tutti i giorni”. Chissà quante persone in questi giorni di pandemia si staranno chiedendo se Dio c’è davvero e quanto ci si possa fidare ancora di lui, o quale rapporto c’è tra fiducia in Dio e la necessità delle competenze degli scienziati e dei risultati strabilianti dello sviluppo tecnologico. E’, è stata e sarà sempre una bella questione da affrontare, che necessità certamente di indicazioni né banali, né scontate… Attraversare il mare in tempesta non è mai una piacevole esperienza e stiamo imparando proprio in questi giorni che dai problemi se ne esce solo tutti insieme, se capaci di quella fratellanza e solidarietà, frutto non solo di un indovinato progetto socio-economico, ma anche e soprattutto della presenza in mezzo a noi del Maestro che sa fare del cuore umano un angolo di cielo.

                                                                                                    Fra’ Mario   

 

“VIALE DEL TRAMONTO” O “SENTIERO DELL’ALBA” ? (18/05/2020: Festa di San Felice da Cantalice)

 

   Carissimi fratelli e sorelle,
poter riprendere la celebrazione dell’Eucaristia fisicamente insieme nel giorno della festa di San Felice è soltanto una singolare coincidenza, però non può non essere un ulteriore motivo di gioia per noi che, tra i tanti orientamenti che guidano la vita di ciascuno, abbiamo anche quello di poterci ispirare al nostro Santo Patrono.sanfelice
   Durante la quarantena si sono interrotte tutte le nostre attività, ma non quella fondamentale: abbiamo potuto mettere al centro la Parola di Dio, in tante forme: celebrazioni in streaming, incontri di formazione su diverse piattaforme, riflessioni ed esperienze condivise sui social… Adesso è il momento della ripartenza, certamente a piccoli passi, ma si riparte… e proprio questi primi passi sono determinanti nello scegliere dove indirizzare il nostro cammino nei giorni che verranno e che saranno certamente diversi da quelli precedenti la pandemia, anche se non ce ne rendiamo ancora pienamente conto.
   Una settimana fa il Cardinale Vicario, Don Angelo, ha indirizzato ai sacerdoti e ai diaconi una lettera per farci una proposta impegnativa, a partire dalle parole di Papa Francesco del 27 marzo “… è il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. E’ il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”. In questa lettera ci ha chiesto di vivere questi giorni come “il tempo della scelta. Non è affatto scontato che si debba ritornare a fare tutto ciò che facevamo prima. Dobbiamo sederci, stare in silenzio, ascoltare la Parola e fare discernimento… la Parola e la vita dei fratelli”.
   In questi giorni noi frati cappuccini del Lazio, dell’Umbria e dell’Abruzzo che stiamo per dare vita ad un’unica realtà con le ridotte forze che abbiamo a disposizione, stiamo facendo lo stesso discernimento e ci siamo fatti aiutare da frà Raniero Cantalamessa nell’approfondire uno dei principi esposti nella Evangelii Gaudium: il tutto è superiore alla parte. Se si svuole che nasca qualcosa di veramente nuovo e che sia voluto da Dio per il “bene di tutti” occorre uscire da una visione di parte e dal privilegiare il proprio interesse.
   A fare discernimento in questa liturgia in memoria di San Felice, in questo tempo di scelta in cui siamo chiamati ancora una volta ad uscire dal guscio delle nostre abitudini, sicurezze e assuefazioni, ci aiuta il finale del brano del vangelo di Luca appena proclamato: “cercate piuttosto il Regno di Dio, e queste cose (di che mangiare e bere, di che vestire,  di che vivere) vi saranno date in aggiunta”. Siamo invitati, cioè, ad esprimere il nostro essere credenti riconoscendo che la nostra vita e tutta la realtà è sotto la signoria di Dio e quando lasciamo a Dio il ruolo di Signore, di guida, di fondamento della fratellanza e della giustizia, allora quell’augurio che ci siamo espressi all’inizio della quarantena “andrà tutto bene” non rimarrà soltanto una formula beneaugurante,  ma coinvolgerà in maniera dirompente e totalizzante la vita di ciascuno di noi: cosa sono disposto ad investire, qual è la responsabilità che sono pronto ad assumermi, quali sono tutte le cose che posso lasciarmi dietro le spalle perché ciascuno abbia almeno un po’ di bene come risposta alle sue ansie, alle sue necessità, ai suoi desideri? 
   Cari fratelli e sorelle, pur vivendo in un’epoca di informe “gassosità” (come la chiama Papa Francesco) e di “passioni tristi” (che ci fanno preferire i tranquillanti alle prese di coscienza e a scelte decise e decisive) le provocazioni occorre raccoglierle perché solo così si deciderà se stiamo percorrendo il “viale del tramonto” o il “sentiero dell’alba”.
   In questa festa di San Felice, giorno di ripartenza, cerchiamo allora di rintracciare, ricordandolo, alcuni suggerimenti integrativi a quelli che già stiamo seguendo nel cammino diocesano.
   Ci hai dato in San Felice un “modello di semplicità evangelica”. Prima indicazione: essenzializzare, anche nel senso di semplificare… evitiamo di trasformare in un peso quanto dovrebbe invece rendere splendida la vita, liberiamoci dei pesi che abbiamo accumulato come Chiesa nei secoli, e di quelli nuovi che ci siamo imposti in questi ultimi anni… una volte per tutte, senza prove di forza e fanatismi, con semplicità, umiltà e pazienza, appunto (cfr prima lettura Col 3,12-17).
   Conserviamo in Chiesa un Crocifisso proveniente dal Convento di Cittaducale che ci ricorda che San Felice passò le ore in preghiera davanti a Lui, come poi farà quasi tutte le notti della sua vita in altri luoghi,  e dal Cristo imparò ad essere il servo di tutti. Ritorniamo, fratelli e sorelle, ad una preghiera che coinvolge la vita, uscendo da quella schizofrenia che è il sentirsi in pace con Dio, ma non riuscire mai a vivere fraternamente e “servilmente” con gli altri. 
   Uno dei segni più belli con cui ricordiamo san Felice, il ‘fornaio delle vie di Roma’, è la distribuzione del pane… Di quanto pane c’è bisogno in questi giorni… Ma ricordiamoci che non basta distribuire, il vero miracolo è condividere, è fondersi. In questa prima Eucaristia che celebriamo insieme ricordiamo allora che Cristo è realmente e pienamente presente  nel pane e nel vino, mangiato e bevuto da noi, che così diveniamo un solo corpo con Lui e tra di noi. 
   Mentre il sole tramonta, torniamocene a casa, contenti, ma non del tutto… sarà di nuovo l’alba quando abbracciarci con sincerità e affetto, sarà il segno che il Vangelo ci ha preso dentro.
                                                                                                             Fra’ Mario.