Carissimi fratelli e sorelle,32 annoA
in questa trentaduesima domenica del tempo ordinario leggiamo un brano del Vangelo di Matteo tratto da quella sezione in cui egli ha raccolto gli insegnamenti di Gesù sugli avvenimenti degli ultimi giorni e sugli atteggiamenti da assumere in vista di essi, redatti ancora una volta nella forma di discorso, che viene chiamato “escatologico” (da ‘escaton’, cioè ultimo), esattamente il quinto dei cinque grandi discorsi contenuti nel vangelo (forse come richiamo esplicito ai primi cinque libri della Bibbia, fondamenti della religione ebraica, così come i cinque grandi discorsi di Gesù sono fondamenti del discepolato). In particolare iniziamo la lettura del capitolo 25 contenente le parabole delle dieci vergini e dei talenti e la descrizione profetica del giudizio finale.
    Nel capitolo nove, in una controversia con i farisei sul digiuno, Gesù diceva: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”. Con questa frase Gesù affermava se stesso come lo sposo messianico che realizza la nuova alleanza con Dio, ma anche come lo sposo che verrà tolto di mezzo con un ingiusto processo e la condanna a morte, momento ormai quasi giunto nella pagina di vangelo che stiamo leggendo oggi. 
   Gesù, inoltre, aveva anche annunciato, con la sua risurrezione anche la “parusia”, cioè il suo ritorno glorioso e permanente in mezzo ai suoi, in un giorno conosciuto solo dal Padre, giorno comunque atteso come imminente dai suoi discepoli e dalle comunità da loro fondate, lo stesso Paolo, scrive ai tessalonicesi: “noi che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore” (1Tes 4,15), come leggiamo nella seconda lettura di oggi. Giorno, tuttavia, che al tempo in cui vangelo viene redatto non è ancora arrivato. Aspettare ancora o archiviare il tutto come una splendida ma ormai finita avventura?
   Se la domanda era legittima allora figuriamoci oggi, a circa duemila anni di distanza, immersi in un processo sempre più veloce e irreversibile di marginalizzazione delle religioni o comunque dotati di competenze che ci permettono di demitizzare molti aspetti della nostra vita religiosa: dobbiamo davvero aspettare ancora come imminente un ritorno del Signore e la fine di un mondo a lui ostile? O dobbiamo essere anche noi, come le generazioni precedenti, armati di tanta pazienza nell’attesa di un evento che potrebbe compiersi fra migliaia o milioni di anni? E se riteniamo ancora sostenibile questa attesa, che tipo di rilevanza essa può avere in questo preciso momento storico, che Papa Francesco ci invita a leggere come un “cambiamento di epoca” e di veloci trasformazioni del modo di vivere?
    In altre parole, fratelli e sorelle, pur prestando una compassionevole attenzione a quei pochi psicolabili che anche in questa pandemia intravedono un segno anticipatore dell’imminente fine del mondo, credo che anche qui il discorso porti la nostra attenzione non su eventi terrificanti che ormai sappiamo essere una caratteristica del genere narrativo apocalittico, ma sul senso profondo del nostro modo di stare al mondo, sugli obiettivi che sentiamo possano dare compimento al nostro cammino quotidiano. Non per niente Gesù inizia la parabola delle dieci vergini pronte per partecipare al corteo nuziale ancora una volta (e sarà anche l’ultima) con l’espressione: “il regno dei cieli”, che è lo stesso che dire il “regno di Dio”, e che indica questo stesso mondo in cui tutti viviamo, nel quale i cercatori di Dio, coloro che si mettono sotto la sua signoria, cercano di essere lievito della crescita del bene, sale della fratellanza che insaporisce il vivere insieme, luce che permette la visione e l’armonizzazione di tutti i colori.    
   In ogni tempo, allora, i cercatori di Dio, dai discepoli della prima generazione a noi e a quelli della nuova epoca che sta iniziando, sono paragonabili a quelle ragazze non ancora sposate che, secondo gli usi ebraici, aiutavano la sposa nei preparativi della prima notte di nozze: il rituale bagno di purificazione, l’indossare la veste nuziale, l’adornarsi di gioielli, l’attesa dello sposo che venisse a prenderla verso sera per portarla nella propria casa, accompagnati dal corteo nuziale in cui  esse avevano il compito di illuminare la strada con le loro fiaccole.  Paragonabili, dunque, i credenti a dei soggetti attivi, mobilitati da uno spirito di festa e attenti alla cura di ogni piccolo particolare. Altrimenti, dice Gesù, si rischia di fare la fine di quelle cinque ragazze che fecero la stupidaggine di non prendere con sé abbastanza olio in previsione di un ritardo dello sposo e non solo non fecero in tempo a partecipare al corteo nuziale ma arrivarono a festa finita, con gli sposi ormai chiusi nella loro stanza nuziale a consumare la loro la prima notte d’amore.
   “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” è la conclusione tirata da Gesù. All’inizio del capitolo successivo Matteo racconta che terminati questi discorsi (tra i quali la parabola delle dieci vergini) Gesù disse: “tra due giorni è Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”, quindi qualche giorno dopo Egli consapevole dell’arrivo della sua ora chiederà a Pietro e ai due figli di Zebedeo nell’orto degli ulivi “restate qui e vegliate con me”. Allontanatosi per pregare da solo tornerà da loro poco dopo trovandoli addormentati e dirà a Pietro “Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?”. E sì, proprio nel momento cruciale, in cui Gesù si abbandonava completamente alla volontà del Padre, essi si erano addormentati, fallendo l’obiettivo di accompagnare il Maestro all’appuntamento decisivo, alle nozze messianiche compiutesi sulla croce, in cui Egli ha offerto la sua vita per l’umanità.
   “Vegliare”, dunque, non significa evitare di farsi trovare impreparati da eventi imprevisti quali potrebbero essere la fine improvvisa della vita o del mondo, ma essere pronti nei momenti decisivi, quelli nei quali bisogna dare prova della propria fedeltà e offrire il meglio di se stessi. Il credente vigilante, allora non è una persona terrorizzata dall’incertezza degli eventi futuri o che si rassegna tristemente di fronte all’inevitabilità dell’evoluzione di talune situazioni, a volte anche drammatiche, o che cade in depressione provando un senso di impotenza di fronte alle grandi sfide della vita… tutt’altro… egli è “vigilante” perché non lascia spegnere le grandi intuizioni che orientano la sua vita, perché non rinuncia ad avventurarsi in quei nuovi spazi di ricerca di Dio e di servizio del prossimo che apre il desiderio, perché sa discernere sempre ciò che conta davvero e sa impegnarci sopra le energie migliori.
   Per vivere questo tipo di “vigilanza”, per essere pronto ad accogliere il Dio che “viene incontro” nei passaggi decisivi della vita, il credente, allora, non deve mai farsi trovare senza olio: l’olio della sapienza e del discernimento, del desiderio e della ricerca, della pazienza e della lungimiranza, della disponibilità e dell’operosità, della passione e della carità. Olio che non va mendicato dagli altri, né acquistato da venditori a buon mercato, ma attinto a quel frantoio inesauribile, a quella luce sempre accesa che è la Parola di Dio, la sola capace di liberare da ansie e paure e di trasformare i tanti imprevisti della vita in liete sorprese.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario.