Carissimi fratelli e sorelle,
santiin questa domenica, già di per sé giorno di gioia e di vita, celebriamo la solennità di tutti i Santi, una festa particolarmente sentita da tutti noi, forse anche perché vicina alla memoria di tutti i nostri cari defunti, cioè le persone che ci hanno amato e che abbiamo amato intensamente nella dimensione biologica della vita, e con le quali continuiamo a mantenere una saldo legame proprio perché crediamo nella santità di Dio, nel suo essere fonte di vita e di bene per noi, chiamati all’esistenza per godere insieme del suo amore, nel presente e per sempre.
   Quindi oggi non è la festa di tutti coloro che sono stati bravi o di persone privilegiate che hanno dei poteri particolari, ma, ancora una volta è la festa di Dio, “il tre volte Santo” (Is 6,3; Ap 4,8), cioè l’assolutamente trascendente, Colui che per le sue prerogative (eterno, onnipotente, onnipresente…) è sempre distinto da tutto il resto, Colui che fa quanto impossibile alle sue creature che, tuttavia, non tiene a distanza, ma alle quali partecipa la sua vita, il suo amore, la sua gioia. Il Dio biblico è l’essere che non gode narcisisticamente della sua perfezione, destinando tutto il resto alla scomparsa, ma è il Santo e il Santificatore, il Bene e il Benefattore, il cui splendore consiste nel rendere splendide le sue creature.   
   Giovanni nella sua prima lettera (seconda lettura di oggi) ci invita, appunto, a vedere, cioè pensare a Dio per quello che Lui è davvero e quindi riconoscerlo come Colui che ci ama di un amore immenso, per il quale noi siamo realmente suoi figli e un giorno saremo pienamente simili a Lui. Quindi Dio è il Santo non perché è il temibile e l’irraggiungibile, ma perché è l’unico che può fare dell’uomo un essere simile a Sé, dare piena realizzazione ai suoi desideri, portarlo a diventare quello per cui è stato chiamato all’esistenza: essere sul pianeta presenza (immagine) di Dio, suo partner essenziale in quel processo di avanzamento verso la pienezza di bene e di gioia, meta del cammino di ogni vivente e dell’universo intero.
   E’ questo il sogno, il progetto, il senso delle cose, che l’autore dell’Apocalisse (Giovanni?) consegna alla comunità cristiana, e cerca di tener vivo anche in un momento di grande persecuzione e sofferenza, attraverso il racconto di visioni come quella contenuta nella seconda lettura di oggi in cui una moltitudine immensa, che non si può contare, che ha condiviso con il Cristo il dono della vita, innalza a Lui e al Padre il grido di vittoria per aver sperimentato la potenza del suo amore. Una lettura di quel momento storico che fa innalzare lo sguardo al giorno conclusivo della storia, giorno della trionfo di Dio e della piena e definitiva  partecipazione di tutti i suoi figli alla sua vita per sempre.
   Festeggiare tutti i Santi, dunque, non è un atto dovuto di devozione verso personaggi che ci stanno a cuore per la loro particolarmente ricca e originale esperienza spirituale o dai quali ci aspettiamo favori speciali (mentalità questa molto diffusa e piuttosto paganeggiante), ma riconoscere la signoria di Dio sulla nostra vita e la nostra storia, che si riempie di cose meravigliose nella misura in cui sappiamo umilmente e fiduciosamente abbandonarci a Lui, come proclama l’inno del Magnificat, di Maria e di ogni santo, cioè di ogni credente: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono!”. E noi facciamo parte di questa immensa famiglia di “misericordiati”, in cui i Santi sono per noi “amici e modelli di vita” (come preghiamo nel prefazio).
   Anche questa ultima affermazione è un rimando non tanto alle qualità morali dei Santi, quanto alla centralità del Cristo nella loro vita. Diceva Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici se fate ciò che io vi comando” (Gv 15,13-14). Amici di Cristo, vite donate, modellate dall’ascolto della sua Parola… questo è ciò che siamo chiamati a fare ciascuno di noi, fratelli e sorelle, sulle orme dei Santi, riconosciuti tali dalla comunità ecclesiale, e di quegli innumerevoli “Santi della porta accanto”, come scrive Papa Francesco nell’Esortazione “Gaudete et exsultate”: “Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante”. È questa la “santità della porta accanto”. 
   Come si vive questa “santità della porta accanto”? La liturgia della Parola di oggi ci indica il modo più concreto possibile offrendo alla nostra riflessione la pagina meravigliosa del Vangelo di Matteo delle Beatitudini. Una delle pagine più affascinanti e più commentate, un vero e proprio cantiere di indicazioni per una vita riuscita e felice, che dobbiamo approfondire ogni giorno di più, senza togliere loro la brillantezza originaria con la moltiplicazione delle nostre parole di commento. 
   Certo non si può non osservare con un po’ di amarezza come a motivo della familiarità dei cristiani di oggi più con certe formule del catechismo che non con il testo del Vangelo essi magari ricordino a memoria, anche se a fatica, più qualcuno dei dieci comandamenti che non qualcuna delle Beatitudini. E’ più facile citare il quinto comandamento: non uccidere, o il settimo: non rubare… che non la quinta beatitudine: beati i misericordiosi, o la settima: beati gli operatori di pace. Sicuramente i comandamenti sono regole fondamentali, tutte le società organizzate e tutte le religioni ne hanno, e la maggior parte di essi sono comuni a tutte loro, essi servono per orientare le persone a basare le loro scelte su grandi valori umani e a vivere nel massimo rispetto reciproco… regole che ogni persona civile e moralmente retta cerca di non trasgredire per non fare il male e subire la correzione o la punizione che ogni trasgressione comporta. Le Beatitudini, invece, non sono regole e non impongono nulla. Esse propongono uno stile di vita che fa essere felici e non solo persone dal comportamento corretto e ineccepibile, esse non vietano nulla ma invitano alla creatività, ad inventare percorsi e ad assumere comportamenti originali per dare vita a tutto il bello e il buono possibile.
   In altre parole le Beatitudini sono un invito a vivere non semplicemente da persone ‘normali’, ma da ‘risorti’, da uomini ‘nuovi’, cioè da Santi. Matteo ce lo comunica già con la forma letteraria offrendoci la proposta fondamentale di Gesù in ‘8’ frasi. 8, appunto, nella simbologia cristiana è il numero della risurrezione, con il quale si è scelto di chiamare il giorno dopo il settimo, dopo il sabato: l’ottavo giorno, il giorno del Risorto. Le Beatitudini sono, passatemi il linguaggio, l’unica ‘fotografia’ che abbiamo del Crocifisso Risorto, che ha vissuto anche Lui situazioni di lacrime, di angoscia, di persecuzione, ma ne è uscito vincente per la fiducia incrollabile nel Padre e per il suo stile di vita mite, misericordioso, pacifico. Uno stile di vita che ogni cristiano è chiamato ad assumere e farne, come dice Papa Francesco, la propria ‘carta di identità’.   
   Il primo passo? Gesù dice: “beati i poveri in spirito”. Beati cioè coloro che lo Spirito rende poveri di sé e pienamente disponibili all’azione di Dio, grazie a loro il Regno dei cieli, un mondo tutto altro da questo, comincia ad essere presente tra gli uomini, e la felicità, la consolazione, la mitezza, la misericordia, la pace e la giustizia ad esservi stabilmente di casa.
   Auguri a tutti voi, fratelli e sorelle, “Santi della porta accanto”, felice di condividere con voi questo grande sogno. 
   fra’ Mario.