Carissimi fratelli e sorelle,
continuiamo a leggere in questa domenica la sezione del Vangelo di Matteo che riporta i tranelli tesi a Gesù per trovare qualcosa di cui accusarlo e per cui condannarlo a morte, come verrà detto al capitolo 26, al termine dei discorsi tenuti da Gesù dentro e fuori il tempio: “tennero consiglio per catturare Gesù con un inganno e farlo morire” (26,4).
La condanna a morte poteva essere30_A.jpg decretata per le violazioni di diversi precetti, tra le quali ad esempio la bestemmia (Lev 24,15), il mancato rispetto del riposo sabatico (Es 31,15), l’idolatria (Deut 13,6), l’adulterio (Lev 20,15), ed altre ancora… Gesù, appunto, fu condannato a morte per bestemmia, come leggiamo in Mt 26,65-66.
La domanda di oggi posta da un dottore della legge, personaggio di grande autorità, “qual è il grande comandamento?”, non ha, dunque, l’obiettivo di intavolare una controversia di carattere dottrinale o morale, ma, appunto, di trovare il motivo preciso per cui condannare Gesù, maestro e profeta che affermava di basare la sua autorità sulla sua particolare relazione con Dio, che lo metteva in condizione di essere un nuovo legislatore e di potersi addirittura proclamare Signore del Sabato (Mc 2,28).
Gesù in realtà aveva già dichiarato di “non essere venuto per abolire la legge” (Mt 5,17), ma si è sempre dimostrato contrario alla riduzione della relazione con Dio ad una osservanza esteriore e legalistica di precetti (ben 613 ne avevano stilati i maestri ebrei). Per questo, piuttosto che rispondere con precisione alla domanda citando uno dei comandamenti, sposta l’attenzione su ciò che da valore all’osservanza della legge, che non è tanto il rispetto della regola in sé, ma l’atteggiamento interiore basato sulla scelta di mettere Dio e il prossimo al centro della propria vita.
Per fare questo ricorre alla citazione di due passi della Scrittura: la prima frase è tratta da quel brano fondamentale per la fede d’Israele, popolo dell’ascolto, la cui parola iniziale “Shemà” (che significa ‘ascolta’) viene usata per indicare la professione di fede che il credente ebreo imparerà a ripetere più volte al giorno: “il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze” (Deut 6,4-5); la seconda dal “Codice di Santità”, parte del libro del Levitico così chiamata per l’invito ricorrente a essere Santi perché Dio è Santo e rende Santi: “amerai il tuo prossimo come te stesso” (19,18).
Con questa risposta Gesù vuole innanzitutto evitare l’intento di intavolare una discussione accademica e sterile volta a stilare una scala gerarchica dei comandamenti in base al loro valore o alle diverse tesi sostenute dalle varie scuole rabbiniche ed evitare inoltre di cadere nella trappola di una risposta che potesse dare adito ad interpretazioni tendenziose… piuttosto che mettersi a fare il dottore che sa offrire risposte risolutive e indiscutibili o l’espositore di opinioni brillanti, Egli è il profeta che richiama chi lo ascolta a cercare orientamenti fondamentali per la vita. Niente è più importante allora di collocare al primo posto un amore appassionato e totalizzante per Dio e per il prossimo, l’unica realtà che può dare un senso e un obiettivo agli impegni quotidiani.
La legge non è un percorso obbligato da seguire, un ulteriore peso insopportabile da portare, ma un dono di Dio, nella forma di parole che offrono all’uomo, situazione per situazione, l’ispirazione per essere suo amico e vivere nel bene e nella gioia. Dio è Colui che apre una strada e non colui che rinchiude in una gabbia. Per questo, afferma Gesù, è fondamentale amarlo con tutto se stessi, cioè con il cuore, la volontà, l’anima, la vitalità dei desideri e la mente, l’orientamento costante del pensiero (è interessante notare che Egli ha preferito la parola “mente” a “forze”, com’è detto nel testo deuteronomico, forse per l’allergia nutrita verso la mentalità farisaica che si è amati da Dio non gratuitamente, ma per i propri sforzi), e bisogna amarlo nell’unico modo concreto possibile: amando il proprio prossimo.
Amare Dio e il prossimo! Due orientamenti fondamentali per la vita che Gesù definisce “simili”, non nel senso che si possa scegliere indifferentemente tra l’uno e l’altro, ma nel senso che uno non può essere separato dall’altro, che uno senza l’altro non è in grado di condurre la persona ad una piena e autentica maturità spirituale e umana. L’evangelista Giovanni, qualche anno più tardi, definirà come “nuovo” (Gv 13,34) questo comandamento, non nel senso del contenuto, che l’amore del prossimo era già insegnato da tante altre religioni, ma nel senso di ciò che rimane di veramente essenziale di tutto quello che c’è stato, che da oggi è definitivo, sul quale puoi giocarti la vita una volta per sempre. Correlazione ed essenzializzazione che Giovani esprime in modo brillante nella sua prima lettera (1Gv 4,20-21): “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello”.
E questo è tutto! Tutto quello che c’è da dire sulla questione posta capziosamente dal Dottore della Legge, ma non solo, dice Gesù: “da questo dipendono tutta le legge e i profeti”, cioè questo è ciò che dà e che è il senso di tutta la Sacra Scrittura (‘legge e profeti’ come la chiamavano al suo tempo). Mai, credo, sia stata fatta una sintesi più affascinante di tutta la Bibbia, Essa sta tutta in questa due Parole: amare Dio e amare il prossimo, con tutto lo stesso amore che si riceve gratuitamente da Dio, con il quale si ha cura di se stessi e che si vorrebbe ricevere dagli altri.
Davvero non c’è nulla di più importante da aggiungere se non il passare ai fatti. Anche se mi sembra doveroso, come suggerisco ormai da tempo, che proprio nel mezzo di questa pandemia che ci ‘impone’ di essenzializzare e di prenderci cura come non mai del nostro prossimo in difficoltà, avviare quei processi che ci permettano di staccare definitivamente la spina da mentalità, situazioni e stili di vita che poco hanno a che fare con il vangelo della prossimità e della fratellanza universale.
Buona settimana, fra’ Mario.