Carissimi fratelli e sorelle,
sanfrancescoin questa ventisettesima domenica del tempo ordinario celebriamo la solennità di San Francesco, particolarmente sentita per noi francescani, come per tutti i cristiani e per l’umanità intera, soprattutto in questi ultimi anni in cui il Papa che ha preso il suo nome ci sta proponendo di assimilare sempre più orientamenti e stili di vita fondati sulla cura del creato, il riscatto dei poveri, e la fratellanza universale… questa oggetto della sua ultima Enciclica, firmata proprio in questo anniversario della morte del santo, davanti alla sua tomba.
   Nella Liturgia della Parola ci vengono proposte alcune scritture scelte apposta per farci entrare nei fondamenti della spiritualità di Francesco d’Assisi.
   La prima lettura ci offre un testo sapienziale di Gesù, il figlio di Sirach, che loda il Sommo Sacerdote Simone, figlio di Onia, per aver restaurato il Tempio di Gerusalemme, definendolo astro del mattino, luna piena e sole sfolgorante… attributi questi che l’agiografia francescana (lo stesso Dante parlando della nascita dell’assisiate dirà nel canto XI del Paradiso: “nacque al mondo un sole”) attribuirà a Francesco, al quale il Signore stesso chiederà di “riparare la sua casa” (FF 1411), e che lo stesso Papa Innocenzo III vide (in visione o in sogno) mentre sorreggeva la Chiesa del Laterano perché non crollasse (FF1460). Davvero la via evangelica dell’umiltà, della povertà e della fraternità è una della colonne portanti della Chiesa.
   Nel brano della lettera ai Galati, scelto come seconda lettura, Paolo afferma che ciò che conta nella vita non è avere i segni dell’appartenenza ad una cultura ‘mondana’ o ad una religione, ma essere una ‘nuova creatura’, assimilata al Cristo: “io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo”. Lo stesso Francesco riceverà in dono i segni della passione e dell’amore più grande nel suo corpo sul monte della Verna (FF 485). “Uomo veramente cristianissimo” (FF1240) che ha voluto conformarsi in tutto al Cristo, al punto da essere indicato come un “alter Christus”, cioè conquistato dall’ideale di essere come Gesù, trovando nel Vangelo quel tesoro prezioso che rende pienamente felici. Questo non significa certo che Francesco sia l’unico o il miglior modello di vita cristiana, anzi egli con la sua testimonianza sprona ciascuno di noi a trovare con l’originalità e i doni che ci sono propri, la nostra strada per vivere nella fedeltà al Vangelo.
   Il brano di Vangelo che ci viene proposto in questa solennità è tratto dal capitolo 11 di Matteo e ci offre la lode esultante di Gesù al Padre (nel passo parallelo di Luca – 10,21-22 – è scritto che “esultò di gioia nello Spirito Santo”) che nella sua misericordia si fa conoscere non dai dotti e dai sapienti, ma dai piccoli. Si fa conoscere e sperimentare per quello che è: Padre tenero e compassionevole, grande nell’amore, che in Gesù, spogliatosi di quelle prerogative che siamo soliti attribuire a Dio quali l’onnipotenza e la grandezza, si è fatto servo fino al dono totale di sé nella morte di croce. Piccoli, dunque, non vuol dire ingenui e sempliciotti, ma svuotati di sé, del proprio egoismo, per donarsi pienamente agli altri. Francesco d’Assisi nel Testamento, lo scritto che non solo manifesta le sue ultime volontà ma anche esprime ciò lui è diventato dentro, dirà di sé: “piccolino” (il più piccolo dei frati) e “vostro servo” (FF 131), nella piena consapevolezza che il farsi piccoli coincide con il farsi servi degli altri, e in ciò si manifesta autenticamente l’amore.
   Oltre ai piccoli Gesù volge la sua attenzione agli “affaticati ed oppressi”: in quel momento egli si riferiva a quelle persone stanche di essere appesantite da tutti quei precetti da osservare alla lettera a cui i maestri dell’epoca avevano ridotto le Parole di Dio, oggi noi potremmo allargare lo sguardo a tanti generi di fatica e oppressione (ivi compreso la devastante pandemia in corso)… l’invito di Gesù è per tutti lo stesso: per trovare ristoro imparate da me ad essere miti e umili di cuore, fatevi carico con me di questo giogo dolce e leggero, come tutte le cose vissute con compassione e condivisione. E’ ancora San Bonaventura a dirci che questo era il segreto di tutto il bene presente in Francesco: “Da architetto avveduto, egli volle edificare se stesso sul fondamento dell’umiltà, come aveva imparato da Cristo” (FF1403), e la Leggenda dei tre compagni racconta che Francesco desiderava che anche la vita di tutti i frati fosse piena di opere buone, tanto che diceva ad essi: “tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza”.  
   Carissimi fratelli e sorelle, all’inizio di questo nuovo anno pastorale accogliamo quanto lo Spirito ci suggerisce attraverso queste sacre scritture e la testimonianza di Francesco e cerchiamo di elaborarlo sia con la riflessione personale sia scambiando le nostre idee almeno con le persone a noi più vicine, per trarne quelle indicazioni che ci permettano non di organizzare più cose, ma di vivere quei passaggi che ci vengono richiesti nell’avvicinarci al Giubileo del 2025 per attuare la “conversione missionaria” della nostra comunità parrocchiale.   
   La mia sensibilità e la mia esperienza mi portano a dire che senza una conoscenza più profonda della Sacre Scritture, attraverso un ascolto più assiduo, un metodo di lettura in linea con le competenze di oggi, una meditazione accompagnata dalle riflessioni di buoni “padri spirituali” (sia antichi che contemporanei), una risonanza condivisa… non si va da nessuna parte, per cui tornerei a focalizzare questo come primo e urgente impegno della nostra comunità, sperando di contare sulla disponibilità e la collaborazione di tutti, e in particolare di coloro che hanno già qualche buona esperienza al riguardo (sia all’interno delle realtà ecclesiali di appartenenza, sia in esperienze formative quali dieci comandamenti o cammini di spiritualità). 
   Le indicazioni del cammino diocesano ci chiedono anche quest’anno di porre l’attenzione sull’”entrare in relazione” con le persone del nostro territorio e “ascoltare con un cuore contemplativo le loro storie di vita”, tramite contatto individuale, a “tu per tu”. Io penso che questo esercizio di fraternità sia bene praticarlo innanzitutto a partire dall’interno della nostra comunità, rivolto non solo a coloro che già ci sono intimi, ma soprattutto a quelli con i quali ci conosciamo superficialmente (anche se pensiamo di avere le idee chiare su di loro). Oltre a superare reciproche chiusure preconcette e un appiattimento sul ‘formalmente corretto’, questo potrebbe aiutarci a uscire definitivamente da un modello di parrocchia (qui affermatosi in questi ultimi 50 anni) basato sulla coesistenza coordinata di realtà autonome, di cammini di ‘nicchia’, di appartenenze legate più all’amicizia con questo o quel presbitero, che ad una partecipazione matura e responsabile… ed educarci a vivere nell’armonia delle diversità, nella collaborazione per avanzare verso gli obiettivi comuni e accompagnare i desideri e le necessità delle persone, nella convergenza su metodologie di evangelizzazione adeguate alla realtà di oggi.                           
   “Saremo disposti a cambiare gli stili di vita?” e a uscire dall’atrofia del cuore riaprendoci a quei desideri che lo allargano e in cui è possibile “discernere la voce di Dio”? ci chiede il nostro Vescovo Francesco. Se in un contesto come quello che stiamo vivendo non ce la sentiamo più di essere sempre allo stesso punto o di ripetere le stesse cose degli anni precedenti, non lasciamoci prendere dalla depressione: “I sogni si costruiscono insieme”.
   Buona anno pastorale a tutti, fra’ Mario.