Carissimi fratelli e sorelle,
vorrei iniziare la riflessione sul Vangelo di questa venticinquesima domenica del tempo ordinario con qxxv_annoA.jpgualche domanda: e se Dio fosse profondamente diverso da quello che ci è stato insegnato dalla nostra religione, come dalle altre, e dall’idea che ce ne siamo fatti?   E che vita sarebbe quella dei cercatori di un Dio diverso da quello annunciato e dato per conosciuto? E in che cosa Dio potrebbe essere del tutto diverso rispetto a quanto già intuito su di Lui?
   L’assoluta diversità di Dio rispetto al modo di pensare e di agire degli uomini è uno degli annunci più importanti contenuti nella predicazione dei profeti (nella prima lettura di oggi Isaia dirà in nome di Dio: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie) e dello stesso Gesù, che ha polemizzato più volte con i maestri giudei proprio sul tema dell’identità di Dio e della conseguente impostazione della società e della vita delle persone, con particolare avversione verso tradizioni e mentalità diffusamente radicate tra la gente del suo tempo, ma ritenute quantomeno lontane da una concezione sostenibile di Dio.
   Verso la metà del capitolo diciannovesimo Matteo ci racconta dell’incontro tra Gesù e un giovane molto religioso, osservante dei comandamenti, benestante e desideroso di continuare a vivere anche dopo la morte… Sappiamo come andò a finire: Gesù gli propose una visione totalmente diversa dell’esistenza: vendi tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi, ma il giovane si allontanò triste. Quando è difficile scegliere tra il Dio che fa di te una persona libera integralmente e capace di grandi responsabilità e la rassicurante dipendenza dalle cose! Lo stesso Pietro, nella situazione opposta a quella del giovane, ancora una volta nel ruolo di chi cerca di capire altro da ciò che andrebbe capito, chiederà: ma noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti cosa ne avremo in cambio? Cento volte di più di quello che avevi e la vita dell’Eterno, risponderà Gesù, precisando che ciò è dovuto all’immensa bontà di Dio, e non ai meriti acquisiti con il proprio comportamento. Per questo molti dei primi saranno ultimi (quelli che fanno affidamento sulla propria bravura e sui propri meriti) e gli ultimi i primi (coloro che sono esclusivamente oggetto della misericordia di Dio).
   Ed ecco a supporto di questa incredibile affermazione sui rovesciamenti operati da Dio la parabola di oggi del padrone della vigna e della paga offerta agli operai chiamati a lavorarci nelle diverse ore della giornata, dove reale e paradossale si intersecano proprio per portarci a comprendere qualcosa sulla “diversità” di Dio. 
   La parabola si apre come tante altre con l’espressione “Il regno dei cieli è simile”, a chiederci fin dall’inizio un attenzione particolare perché si sta parlando non del mondo come lo costruiscono e lo organizzano gli uomini, ma come lo vorrebbe Dio, il padrone di casa che fin dall’alba esce per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna pattuendo con loro la paga di un denaro. 
   Questo padrone, prosegue Gesù, continua ad uscire… nelle ore del mattino ci potrebbe anche stare… ma qual è il senso di prendere ancora operai pure verso le cinque del pomeriggio, orario in cui la giornata lavorativa finisce? 
   E poi la sera la paga, a partire dagli ultimi, quelli del tardo pomeriggio, che ricevono un denaro come i primi, quelli dell’alba… Beh, forse a questo punto anche noi come gli ascoltatori di quel giorno avremmo protestato e preteso dal padrone un comportamento diverso, e una paga consona alle energie profuse dagli operai… e allora anche a noi Gesù rivolge la domanda in nome di Dio: perché vedi con occhio cattivo che io sia buono? (Nella traduzione della CEI leggiamo: sei invidioso perché io sono buono?). E con questa domanda Gesù sembra volerci chiedere di fare una volta per sempre una scelta di campo: o continuare a credere nel Dio superpotente, che detta le regole del gioco, che non ammette infrazioni, che premia e castiga in base ai propri meriti… o credere in un Dio immensamente buono, che ritiene lecito essere buono con tutti e sempre e soprattutto con gli ultimi, cioè i primi ad aver bisogno del suo amore.
   Allora, qui, credo, siamo in grado di comprendere perché a seconda dell’idea che abbiamo di Dio cambierà anche il nostro modo di stare al mondo… Con la sua domanda infatti Gesù sembra dirci non solo: ma perché non riesci a credere che Dio sia immensamente buono?, ma anche: ma perché non riesci ad essere buono come Dio è buono con te? E’ qui che la vita di un cercatore di Dio viene rovesciata: non stiamo al mondo per rispettare regole (che nel tempo diventano sempre più desuete), accumulare crediti per accedere al premio finale o invocare raccomandazioni per evitare castighi per i nostri errori… ma ci stiamo come persone conquistate dall’immensa bontà di Dio e che si adoperano perché quel mondo di ultimi, di scartati, di privati del diritto all’essere innanzitutto amati, diventi un mondo di primi, di amati per primi (e non di primi della classe).   
   O crediamo che Dio è così, l’immensamente buono, e cerchiamo di essere come Lui per costruire un mondo basato sull’amore, la compassione e la misericordia, o la nostra ricerca di Dio, o quel complesso di certezze che chiamiamo fede, o quell’insieme di osservanze e di riti che continuiamo a ripetere perché esprimono la nostra appartenenza ad una religione, diventano qualcosa di profondamente sterile e inutile, forse eticamente e filosoficamente corretti, ma incapaci di rovesciare la nostra esistenza e il corso della storia. 
   Vorrei, in conclusione, sottolineare un altro aspetto di questa parabola, a partire dalla domanda del padrone della vigna rivolta a quelle persone incontrate per strada a mattino inoltrato: “perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?”. Potremmo accogliere questa domanda alla luce di quella trasformazione in atto nella chiesa che, dopo secoli passati a conservare come immutabili e perennemente validi formule e schemi collegati invece a situazioni storiche e culturali di epoche diverse, vuole tornare a mettere al primo posto la passione per la missione, affrontando con responsabilità le sfide di oggi, forte di quell’enorme risorsa che è il confidare nella bontà di Dio e nell’essere misericordiosi come lui.
   L’assassinio di Don Roberto Malgesini, pochi giorni fa, che molti chiamavano il “prete degli ultimi” e che il suo vescovo ha definito “martire della misericordia”, fa risuonare in noi ancora più forte la domanda: “perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente?”. E forse in questa nostra assemblea domenicale abbiamo bisogno davvero di scuoterci… per primi noi che ci sentiamo a posto in coscienza perché non manchiamo mai ad una messa festiva… che ci confessiamo regolarmente anche se non bestemmiamo, non rubiamo, non ammazziamo e non abusiamo del sesso… che facciamo regolarmente le nostre preghiere e qualche elemosina… Ma oltre a tutto questo cosa facciamo di autenticamente e immensamente buono?  
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario.