Carissimi fratelli e sorelle,

il brano di Vangelo che proclamiamo in questa ventitreesima domenica è tratto dal ‘discorso ecclesiale’ del capitolo diciottesimo di Matteo e ci offre alcune indicazioni di Gesù sulle relazioni fraterne all’interno della comunità, nel caso specifico in cui siano incrinate da una colpa commessa da qualcuno e ci sia bisogno di ispirarsi alla bellezza della sinfonia della comunione.

  “Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te…” A noi che abbiamo ascoltato il discorso della montagna verrebbe spontaneo dire “perdonalo”, come vedremo anche domenica prossima proseguendo nella lettura del capitolo 18. Ma oggi quello che è interessante è che ci viene proposta una prassi da seguire quasi in via ordinaria per poter crescere insieme all’interno della nostra comunità. Perdonare è l’ideale altissimo a cui tutti ci ispiriamo e che poi va tradotto in un percorso quotidiano di attenzione reciproca, di accompagnamento, di dialogo, di maturazione.
   “Ti ho posto come una sentinella”, dice Dio al profeta Ezechiele, e hai il compito di fare arrivare al cuore di chi porta avanti una condotta malvagia la mia parola perché si converta, altrimenti se dovesse morire per la sua iniquità tu ne sarai responsabile. Lasciando appunto a Dio il discernimento di condotte malvage, credo sia bella questa idea del vivere a fianco agli altri con l’atteggiamento vigile della sentinella che veglia sul bene dei singoli e della comunità. L’obiettivo è quello di ‘guadagnare un fratello’, di fare in modo che non si perda, che la comunità non se lo perda.
   “Se il tuo fratello…”, non uno qualsiasi o un estraneo, ma proprio la persona che ti sta vicino, che appartiene alla tua stessa comunità. E’ un’espressione di grande realismo: ciascuno di noi non è mai esente dalla possibilità di fare all’altro del male e non esisterà mai una comunità perfetta in cui non si sbaglia mai… quindi piuttosto che assumere un atteggiamento sprezzante o di piena indifferenza nei confronti di chi può aver sbagliato occorre, senza giocare a fare gli offesi, ispirarsi alla logica del fare il primo passo, del non chiudersi nel silenzio, ma tentare di tutto per riallacciare la relazione.
   Tante volte nelle nostre comunità usiamo i termini “correzione fraterna”, ma spesso alludiamo al fatto che per amore della verità abbiamo il dovere di correggere chi sbaglia, magari anche in forma caritatevole senza offendere e mortificare… spesso affiorano sulle nostre labbra espressioni del genere: io gliel’ho detto, poi faccia come crede… non è più un bambino… ma quando l’altro sbaglia verso di te non devi solo fare in modo che ne sia consapevole e non lo faccia più, ma occorre ristabilire una relazione profondamente umana e fraterna. L’antica prassi riproposta nel Vangelo di correggere a tu per tu, o alla presenza di due o tre testimoni, o davanti a tutta la comunità ha lo scopo di evitare che l’altro finisca per diventare come un pagano o un pubblicano, magari ancora degno d’amore, ma tenuto a debita distanza.
   Il ritorno qui della formula del ‘legare e sciogliere’, legata all’uso ci comminare o estinguere una pena corrispondente alla colpa commessa, e il fatto che ciò che viene operato sulla terra è ben presente a Dio, suona come un invito ad agire nei confronti dei fratelli con grande responsabilità, a comportarsi con loro allo stesso modo in cui si comporterebbe Dio, misericordioso e pietoso, lento all’ira e grande nell’amore (salmo 103). Una prassi di autentica correzione fraterna va portata avanti con la consapevolezza di stare agendo in nome di Dio, che si è portatori del suo perdono, che è sempre fonte di recupero e di rinascita delle persone. Questo richiede di esercitare la massima creatività nel ricercare le modalità concrete per praticarla, di fare proprio di tutto perché il fratello si corregga e ritrovi nella possibilità di relazioni autentiche con gli altri fratelli la via del proprio sviluppo interiore e umano.
   Per un recupero pieno del fratello e di buone relazioni con lui, occorrono allora oltre alla retta intenzione e alla sincerità, l’umiltà, il rispetto, la pazienza, la lungimiranza, la speranza, cioè la capacità di saper attendere e preparare l’arrivo di un buon frutto anche in tempi lunghi. Occorre confidare nella forza della preghiera personale e comunitaria. “Se due di voi si metteranno d’accordo”, saranno in comunione, capaci di una preghiera ‘sinfonica’, “nel chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà”. “Qualunque cosa”, quanto più dunque, nel caso specifico, il recupero della persona  e la rinascita di relazioni fraterne. Laddove non dovesse portare a buon fine il ricorso a due tre testimoni, saranno certamente efficaci due tre persone riunite nel nome del Signore, attraverso le quali il Signore stesso si fa presente e agisce.   
   “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro”, parola dell’Emmanuele, il Dio con noi, il Dio che sarà sempre con noi. Questo significa che anche nell’affrontare i casi più difficili possiamo confidare sulla presenza amorevole ed efficace del Signore, come anche che solo quando siamo in comunione tra noi, solo quando siamo una comunità di riconciliati, allora rendiamo presente il Signore e viviamo nella luce della sua Parola. Laddove siamo tentati a volte di far valere a tutti i costi le nostre ragioni, creando disaccordo e tensioni all’interno della comunità… laddove un errore dell’altro nei nostri confronti ci sembra un ostacolo insormontabile… siamo chiamati a riaccordare i nostri strumenti e ad eseguire insieme la sinfonia della misericordia e della fraternità.
   Buona domenica, fra’ Mario.