Carissimi fratelli e sorelle,
ce ne stiamo rendendo conto in maniera particolare quest’anno con tutte le difficoltà dovute alla pandemia, anche i periodi di vacanza hanno i loro momenti no, soprattutto quando si sta per ripartire e si pensa a programmare le attività future… Il momento del ritorno, comunque, sembra metterci sempre nella situazione di dover cominciare da capo.discepoli_e_maestri.jpg
   Capita così anche nel brano di Vangelo di questa ventiduesima domenica del tempo ordinario in cui Matteo continua a raccontarci  della vacanza a Cesarea di Gesù con i suoi discepoli e del prossimo inizio del pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua… Avevamo letto domenica scorsa che al termine della predicazione in Galilea Pietro proclama Gesù come Cristo, Messia… Ma il Maestro aveva chiesto immediatamente di non comunicare ad alcuno una cosa del genere, anzi, ‘da allora’… 
   Il nostro modo di iniziare la proclamazione del Vangelo con le parole ‘in quel tempo’ ci fa perdere proprio questo dato essenziale: ‘da allora’. Questo avverbio sta a significare che ‘prima di allora’ c’era stato un modo di procedere, da adesso in poi le cose iniziano a cambiare e sta a ciascuno scoprire continuità e discontinuità rispetto al percorso precedente.
   Fino ad allora Gesù aveva predicato e operato molti segni, incontrando il favore del popolo ma anche molta opposizione proprio dai capi dei sacerdoti e degli scribi… probabilmente Pietro e i discepoli nutrivano la speranza che proprio il prossimo pellegrinaggio a Gerusalemme potesse essere l’occasione propizia perché fosse accolto da tutti in modo trionfale come il messia atteso… Ma proprio da questo Gesù prende le distanze cominciando a spiegare che ‘doveva’ andare a Gerusalemme per soffrire molto, venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
   ‘Doveva’ è il modo in cui Gesù esprime la propria consapevolezza e adesione alla volontà del Padre, conosciuta, accolta e assimilata mediante le Sacre Scritture, soprattutto meditando la sorte dei profeti e le figure con le quali essi annunciavano l’inviato di Dio, in particolare il servo sofferente in Isaia. Quindi Gesù comincia a spiegare ai discepoli che il messia che Dio invia non è come quello che loro desiderano, forte al punto da ridare vita al regno di Israele: Egli viene si per dare vita, ma quella vita autentica costruita sul dono di sé, sullo spendersi contro ogni forma di violenza e di ingiustizia, sul prendersi cura del prossimo e dei suoi disagi, anche a costo di procurare fastidi ai potenti e di correre i propri rischi, morte violenta compresa.
   Pietro, ancora una volta con le modalità del tentatore nel deserto, ‘lo prese in disparte’ e fece una delle più belle professioni di amicizia: ‘non ti accadrà mai’, possibile che Dio voglia proprio questo da te? Amicizia si, sincera, chi di noi vorrebbe veder soffrire i propri amici più cari? Ma non così profonda da saper comprendere ed essere in sintonia, almeno in quel momento, con gli ideali di Gesù. E così, vorremmo dire quasi inavvertitamente, Pietro da colui che gode di illuminazioni dello Spirito diventa un satana, cioè uno che suggerisce vie diverse da quella di Dio, e quella pietra viva di fede che portava dentro si trasforma in una pietra d’inciampo (skandalon), come quelle pietre in mezzo ai sentieri, nascoste dall’erba, che ti fanno poggiare male il piede e rischiare una distorsione. Pensi in maniera “mondana” (come tante volte richiama Papa Francesco) e non secondo Dio!
   Parliamoci chiaro, quanto detto a Pietro riflette la situazione di ciascuno di noi, sempre attratti dalla meravigliosa prospettiva che la Parola di Dio ci apre davanti: non c’è modo più significativo e gioioso di vivere che donare la propria vita, ma poi sempre pronti ad imboccare itinerari alternativi o tirarci indietro alle prime difficoltà. Sembra quasi che ci manchi sempre dentro quel fuoco ardente, quasi incontenibile, che sostiene Geremia in mezzo a tanta derisione e violenza (come leggiamo nella prima lettura). E quando ci mettiamo a fare i maestri, gli esperti, i sicuri del fatto nostro, percorrendo le strade più disparate, Gesù continua a ripetere a noi, come a Pietro, torna a metterti dietro di me, a imparare da me, a camminare nella mia stessa direzione e con le stesse modalità.
   Conoscere la vera identità del Maestro è il miglior modo di comprendere la propria identità di discepolo, che consiste nello stare al posto giusto, e cioè dietro a Gesù, non davanti, ma da persone che seguono, libere e generose, motivate e appassionate, e che ne assumono lo stile. A chi vuole stare dietro a lui, cioè sceglie la sequela come cammino quotidiano, Gesù propone le tre stesse opzioni fondamentali che lui ha vissuto: “rinnegare se stessi”, “innalzare la croce”, “perdere la vita”. Queste sono si parole impegnative, ma che non vanno accolte con il filtro del moralismo, come ordini da seguire dove ciò che conta è la coerenza e il sacrificarsi con rassegnazione… sono sempre Vangelo, cioè parole che aprono ad una vita nuova, piena di senso e di gioia.
   “Rinneghi se stesso”. Mi piace qui, visto che l’abbiamo citata, ricordare l’uso romano circa la ‘pietra dello scandalo’: un uomo non in grado di pagare i propri debiti, seduto su tale pietra, appunto, pronunciava la formula: svendo tutti i miei beni, dichiarando il proprio fallimento e mettendo così fine alle rivalse dei creditori. Similmente, non si può iniziare una nuova vita senza rimuovere gli ostacoli che la impediscono, primo fra tutti quella che chiamiamo “autolatria”, l’adorazione, il culto di se stessi, la smania dello stare sul piedistallo o sempre un gradino sopra gli altri. Rinnegare non significa autodistruggersi, anzi, scoprire che cominci ad essere veramente te stesso quando c’è qualcuno e qualcosa che ami più di te stesso.
   “Innalzi la sua croce”. Queste parole ricordano l’uso romano di far portare sulle spalle al condannato il “patibulum” (o braccio trasversale della croce) fino al luogo del supplizio sottoponendosi alla derisione degli astanti e forme varie di violenza, cosa subita anche da Gesù. Trasformate per secoli in un invito alla rassegnazione, ognuno ha la sua croce da portare, esse invece chiedono al discepolo una fedeltà alla parola che sa resistere anche alle beffe, alle derisioni e alle violenze, così come è stato per il profeta Geremia. 
   “Perda la propria vita”: La paura più diffusa tra gli uomini è quella della morte. Ma il Vangelo ci fa intendere che c’è un modo di morire giorno per giorno, dentro, nel vivere di banalità, nel ripiegarsi su se stessi, nel chiudersi agli altri… c’è un modo di morire che è il non saper dare un senso all’esistenza, che è il riempirsi di cose che muoiono. Allora per non sprecare la vita e lasciare che si riduca ad un morire giorno per giorno, Gesù chiede di farne un dono, perché è così che si trova la vera vita, quella che da a ogni giorno il sapore della gioia e ad ogni piccola cosa fatta con amore il sapore della compiutezza.
   Cari fratelli e sorelle, Gesù è il crocifisso non perché è morto così, ma perché è vissuto così, senza autoincensarsi, nella fedeltà alla Parola, perdendosi/spendendosi per gli altri. E altrettanto chiede a quanti vogliono seguirlo… “da allora”.
   “Da allora” vuol dire che c’è un momento decisivo, c’è un punto di svolta… e per noi potrebbe essere proprio questo tempo in cui tante cose di prima stanno andando in crisi, e in cui il nostro cuore più che dalle incertezze sul futuro dovrebbe essere abitato dall’unica certezza: un altro modo di vivere è a portato di mano se non ci accontentiamo più di essere dei bravi parrocchiani, magari sempre presenti e schierati in prima fila, ma abbiamo il desiderio di diventare ogni giorno di più autentici discepoli del Signore.
   Buona domenica e buona settimana, fra’ Mario.