Carissimi fratelli e sorelle,
coraggio_sono_io.jpegchi di noi non ha vissuto nella solitudine momenti paragonabili a notti oscure, mari agitati, venti contrari, e popolati da fantasmi e sogni impossibili?
E quante volte anche le esperienze comunitarie e la vita sociale in genere sono segnate dalle stesse caratteristiche? Basti pensare, per esempio, in quante occasioni ci ripetiamo in questo tempo di pandemia che andrà tutto bene, che ne usciremo insieme, che siamo tutti sulla stessa barca… anche se poi abbiamo l’impressione che sia una barca che fa acqua da tutte le parti e che non sarà facile per infinite contrarietà guadagnare la riva della soluzione dei problemi e della serenità.
Il brano del Vangelo di questa diciannovesima domenica del tempo ordinario ci racconta di momenti così vissuti anche dagli intimi di Gesù, gli Apostoli, in viaggio su una barca dalla direzione incerta e spesso in procinto di affondare, e ostacolati e perseguitati da ogni parte. Non dimentichiamo che quando il Vangelo attribuito a Matteo viene redatto già alcuni Apostoli erano stati martirizzati: Giacomo, fratello di Giovanni, Andrea e suo fratello Pietro, lo stesso Paolo, e che anche altri di loro lo saranno, secondo le tradizioni, in quel periodo; e che la comunità giudaica e quella giudeo-cristiana sono ancora sotto shock per la distruzione di Gerusalemme con cui i romani misero fine alla prima rivolta giudaica.
Su chi è cosa contare quando tutto va al contrario? Se i Vangeli fossero semplicemente un racconto dei fatti straordinari della vita di un grande uomo di nome Gesù verrebbe da rispondere spontaneamente: su i suoi poteri eccezionali. Ma i Vangeli, pur offerti nel genere letterario del racconto, sono una testimonianza di quello che Gesù è stato e ha vissuto, di quello che gli Apostoli hanno condiviso con Lui, hanno compreso sempre più profondamente di Lui e poi hanno vissuto in suo nome: è il Figlio di Dio che ha dato la vita per noi (come ci ha manifestato il segno precedente della condivisione dei pani), di Lui ci si può fidare, a Lui ci si può affidare, con Lui si può spendere la propria vita per gli altri.
Sono molti gli indizi che il brano di oggi ci offre per comprendere quale straordinario compagno di viaggio ci abbia regalato Dio in Gesù, il Crocifisso Risorto (Colui che sta sul monte, da identificare non con una delle tante colline della Galilea o della Giudea, ma come il luogo della presenza di Dio, della Trasfigurazione e delle Beatitudini), il vincitore del male e della morte (cammina sul lago oscuro simbolo del male e silenzia i venti contrari), che ci introduce nel nuovo giorno (viene incontro all’alba e sale sulla barca in mezzo ai suoi che l’avevano scambiato per un fantasma, elementi che ritroviamo nei racconti delle apparizioni del risorto), che comunica la vita che viene da Dio (prende per mano e rialza, Pietro come ogni battezzato).
“Davvero Tu sei il Figlio di Dio” è la professione di fede che dal profondo del cuore affiora sulle labbra di chi non solo crede alla risurrezione di Gesù, ma può anche affermare, tirato fuori dalle acque del male, e io sono risorto con Lui. Perché proprio questo è la fede: lasciarsi prendere per mano da Dio per essere condotti a una vita nuova, senza nostalgie per quello che si lascia indietro, senza paura di ciò a cui si va incontro, senza opporre resistenze, certi che ogni giorno, anche quello più oscuro, anche quello dell’apparente fallimento, anche quello del dolore, nasconda sempre l’opportunità di un ulteriore passo avanti, di una crescita in umanità, di un anticipo di pienezza futura.
Ogni persona che vuole diventare credente, e ogni credente che vuole crescere, è chiamato allora a meditare con attenzione alcuni inviti di Gesù presenti in questo brano.
“Coraggio, sono io, non abbiate paura”.
“Coraggio” alla lettera vuol dire avere cuore, metterci il cuore, metterci la parte più importante di sé senza la quale non si è mai in grado di fare una scelta, di fidarsi di qualcuno… Leggevo tempo fa una frase che mi sembra esprimere bene il senso di questo invito: “La vita è tutta una scelta fra paura e amore. Il coraggio aiuta a scegliere bene”.
“Sono io”! Questo è il modo in cui gli ebrei hanno imparato a chiamare Dio percependolo come compagno di viaggio nel cammino del deserto: “Io sono” sta a dire “sono con te”… E così Matteo ci ha presentato Gesù fin dall’inizio: l’Emmanuele, il Dio con noi; e così si conclude il suo Vangelo, con la promessa di Gesù: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Anche in mezzo al mare in tempesta e con il vento contrario il credente è uno che sa percepire questa presenza, sa fidarsi, sa di non essere mai uno abbandonato al proprio destino o privato di un accompagnamento amorevole, o escluso da quel finale in cui tutto sarà capovolto e tutti saranno colmati di gioia e di pace.
“Non abbiate paura”. Quante volte nelle Scritture Sacre viene rivolta agli uomini questa espressione straordinaria e quante volte l’ha ripetuta anche Gesù. La paura, forse l’emozione più provata dagli uomini: di fronte all’incerto, di fronte al pericolo, di fronte al dolore, di fronte alla morte… siamo pieni di paure… paura di non essere all’altezza, di sbagliare, di amare fino in fondo, persino paura di Dio… la paura è l’esatto contrario della fede, come possiamo vedere dall’esperienza dello stesso Pietro in quella notte.
Anche qui il racconto ha qualcosa di particolare: Pietro anziché fidarsi del maestro lo mette alla prova con le stessa parole usate dal tentatore nel deserto “se sei tu”… e pretende un segno straordinario: poter camminare verso di Lui sulle acque. Gesù glielo concede, ma qualcosa non va: Pietro non ha dentro le energie della risurrezione, è ancora un figlio della paura e comincia ad andare a fondo… ma proprio in questo momento capisce chi è l’unico che può salvarlo e lo invoca: salvami! Gesù lo prende per mano e lo trae fuori dall’acqua (lo risuscita) rimproverandolo “uomo di poca fede, perché hai dubitato?”, e lo riporta sulla barca, laddove il cessare del vento manifesta la presenza rigenerante di Dio.
Il profeta Elia sul monte Carmelo aveva invocato e ottenuto la discesa del fuoco di Dio sulle proprie offerte… preso dall’impeto aizzò la folla e fece uccidere 400 sacerdoti di Baal… costretto a fuggire si ritirò in un luogo deserto ad aspettare la morte… “non sono migliore dei miei padri” diceva a se stesso ripensando a quella strage. Ma Dio torna a visitarlo (come leggiamo nella prima lettura) e si fa presente non nel vento impetuoso, non nel terremoto devastante, non nel fuoco possente, ma in una brezza leggera… Dio è così, e chi crede in lui non deve desiderare superpoteri, non deve esibirsi in dimostrazioni di bravura, non deve avere la presunzione di fare tutto da solo… deve solo lasciarsi avvolgere dalla brezza leggera di una stretta di mano che strappa alle onde impetuose e fa cessare i venti contrari.
Ho lasciato in ultimo la prima richiesta di Gesù agli apostoli: traversare il lago di notte per andare all’altra riva, la riva est, la riva dei pagani… gli apostoli erano contrari primo per la pericolosità di avventurarsi sul lago di notte e secondo per le troppe incognite che si celavano in quell’andare dai pagani… ma Gesù li “costrinse” a partire. Ecco, mi sembra che anche oggi la paura di partire e di affrontare il nuovo, di muoversi in un terreno che non è familiare, di aprirsi alle sorprese di un viaggio diverso dal solito caratterizzi l’atteggiamento delle nostre comunità, troppo arroccate sulle sicurezze acquisite in secoli e secoli di percorsi comodi e tranquilli e poco propense a rimettersi in discussione di fronte alle sfide del presente. Come ci costringerà il Signore a ripartire? Non c’è fretta di rispondere, ma intanto è urgente abbandonare paure e senso di frustrazione e tornare ad essere persone che si fidano ciecamente del loro Signore, che si lasciano prendere per mano e condurre lontano, che ci mettono il cuore nelle cose che fanno.
Buona domenica, fra’ Mario.