Carissimi fratelli e sorelle,

perla-preziosa.pngin questa diciassettesima domenica del tempo ordinario concludiamo la lettura del capitolo 13 di Matteo con le ultime tre parabole sul Regno dei cieli: il tesoro nascosto nel campo, la perla più preziosa e la rete che raccoglie ogni genere di pesci.

   E siamo così arrivati a sette, un numero che nel mondo ebraico ha il valore di una realtà perfetta e compiuta, e di cui Matteo si serve per presentarci questa sua raccolta come un qualcosa che può farci intuire l’essenziale del Regno dei cieli e, soprattutto, farci comprendere bene ciò che stava realmente a cuore a Gesù.  Per Lui annunciare il Regno dei cieli non significava parlare di un mondo ultraterreno da raggiungere alla fine della vita, ma che questo stesso mondo può essere pienamente migliorato, se non trasformato radicalmente, se ci si mette sotto la signoria di Dio e si accolgono i suoi progetti.

   In queste ultime tre parabole, a ben vedere, pur se il protagonista rimane il Regno,  presentato con le immagini del tesoro, della perla e della rete, tuttavia entrano in gioco dei co-protagonisti che devono attivarsi per farne parte: trovare, cercare, lasciarsi conquistare, dare tutto… Quindi il Regno ha una sua vitalità e una sua forza, fa lievitare e crescere, ma ha bisogno di essere accolto per fruttificare, come abbiamo visto nella prima parabola circa i diversi terreni, di essere al primo posto nella lista dei desideri, di occupare il centro del cuore. Quindi con queste parabole Gesù oltre a comunicarci un’idea ‘migliore’ di Dio e del suo Regno, rispetto ai maestri del suo tempo, ci consegna anche un modello diverso di fede, non più basata sull’obbedienza alle regole e la ripetizione ossessiva di atti di culto, ma caratterizzata dal desiderio, dalla ricerca di un di più, dalla gioia del trovare e del mettere in gioco tutto se stessi.

   La prima lettura ci presenta Salomone come uno che ha vissuto così la fede. Quando Dio si rende pronto ad esaudire ogni suo desiderio il giovane re avrebbe potuto chiedere potenza, ricchezza, gloria… ma perché sia Dio a regnare attraverso di lui chiede in dono un cuore docile e capacità di discernimento. Dio ne rimane quasi sorpreso che già fosse in grado di chiedere l’essenziale e glielo concede. Oggi ascoltando le parole di Gesù dovremmo essere capaci anche noi di quel discernimento che non ti fa mai perdere di vista l’essenziale e lo stile di vita proprio dei docili di cuore, dei poveri in spirito.

   Cosa, dunque, è necessario per diventare figli del regno? Le prime due parabole del tesoro nascosto e della perla ci dicono che bisogna essere pronti a mettere in gioco tutto pur di avere ciò che si desidera fortemente e che vale più di tutto il resto. Il primo passo da fare non è rinunciare a qualcosa ma mettere bene a fuoco quello che vale di più. Il contadino una volta trovato il tesoro, pieno di gioia per la sua scoperta, si muove per fare il passo decisivo: vendere tutto per acquistare il campo dove esso è nascosto. Allo stesso modo il mercante di perle trovata quella che vale più di tutte compie lo stesso passo. E’ da sottolineare che entrambi si muovono non con la tristezza di dover rinunciare a qualcosa, ma con la gioia e l’entusiasmo di aver trovato ciò che per loro vale più di quanto posseduto fino ad allora.

   Quando mi trovavo a Siena per gli studi liceali, sulla strada del convento, sulla colonna portante del cancello di un villino c’era una lastra di marmo con su inciso: “Non vale la pena di vivere se qualcosa non vale più della vita”. E’ una frase che mi è rimasta sempre nella mente e che bene esprime il senso di queste due parabole: la bellezza e il valore del regno di Dio e l’entusiasmo nel desiderarlo, cercarlo, contribuire a costruirlo, con docilità e apertura di cuore, con saggezza e prontezza, con gioia grande e profonda convinzione. Le grandi cose di Dio, sia che ti ci imbatti all’improvviso, sia che le ricerchi da tempo, sono in grado di cambiare radicalmente e definitivamente l’esistenza, di darle un senso pieno, e di mettere in grado le persone che ne fanno esperienza di contribuire al miglioramento del mondo che le circonda, anche in mezzo a tanto grigiore e mediocrità.

   A farci evitare il rischio della megalomania e della presunzione, così come del disfattismo e della depressione, ci pensa la terza parabola. Quante volte il Vangelo ci racconta l’attività dei pescatori del mare di Galilea, di quelli stessi che diverranno discepoli di Gesù e da lui saranno trasformati in pescatori di uomini. Quante notti di fatica e di paura, quante battute di pesca senza risultati apprezzabili? Eppure Gesù invita a riprendere il largo e gettare di nuovo la rete… Si perché il Regno di Dio è come una rete che, aldilà di inevitabili insuccessi, è destinata ad essere tirata a riva carica di ogni genere di pesci, alcuni marci e da gettare via, ma la maggior parte buoni e da riporre nelle ceste per la vendita al mercato. Anche qui l’accostamento dell’attività di cernita del pesce buono con il giudizio finale (riflesso dell’attesa in quel particolare momento storico di persecuzione e violenza di un intervento decisivo di Dio) ha la funzione di invito alla pazienza e alla lungimiranza: un ottimo risultato sarà comunque inevitabile. Via la tentazione di essere coloro che hanno in mano le redini della storia, cosa che compete solo a Dio, e darsi da fare perché la rete porti a riva sempre tanti buoni pesci.   

   Che cosa abbiamo capito di tutte queste parabole? Che cosa ci rimane nel cuore? Gesù dice che chi le capisce è come uno scriba (persona a lui notoriamente ostile) che diviene discepolo del Regno (aderisce all’insegnamento di Gesù), capace di tirare fuori dal suo tesoro cose antiche e cose nuove, meglio sarebbe dire, migliori. Gli scribi, dotti conoscitori e interpreti della legge, avevano il compito di custodire e tramandare le scritture antiche e gli insegnamenti dei maestri, e di renderli il più possibile intellegibili per il popolo. Al tempo stesso potevano vincolare la vita della gente a regole e schemi sorpassati, a interpretazioni di parte della realtà, ad un moralismo legalistico e sterile: cose antiche, ma che si ripetono, di generazione in generazione.

   Non è forse vero che veniamo da una formazione, se così si può chiamare l’indottrinamento ricevuto, che consisteva nel trasmettere verità di fede formulate su schemi filosofici ormai incomprensibili e basate su una lettura fondamentalista delle sacre scritture che ci hanno fatto credere in mondi immaginari ? La fede che ne è venuta fuori è un’obbedienza non convinta, un’accettazione passiva e rassegnata della conduzione del clero, un’osservanza superficiale di alcuni precetti, un ritmo celebrativo ridotto all’osso, da cui ricevere emozioni più che motivazioni ed entusiasmo per l’impegno quotidiano. Che ne è di quella fede prospettata da questa parabole fatta di desiderio, ricerca, sorpresa, discernimento, scelta, passione, gioia del trovare quel qualcosa di più importante su cui giocarsi tutta la vita?

   Soprattutto in questi giorni strani e difficili è tempo di rivedere le cose antiche (tirare fuori) e discernere con saggezza quelle che hanno in se quel qualcosa che vale di più da quelle fattesi inutili e narcotizzanti, per poi spalancare le porte alle nuove, alle migliori, che sono già a portata di mano quando entri a tu per tu con quel tesoro e quella perla preziosa che sono il Vangelo e te ne lasci conquistare (entrare nella rete). Regno di Dio e il meglio di noi stessi coincidono… perché arrabbattarci ancora in sterili scaramucce intellettuali o legate alla ricerca della propria affermazione e non lasciarci invece folgorare dall’essenziale per cominciare a dare con gioia il meglio di noi stessi e a fare spazio al meglio degli altri, certo, come detto, con pazienza e lungimiranza, ma anche con la certezza che tutte queste parabole ci consegnano: il meglio comunque verrà. 

   Buona domenica, fra’ Mario.