XVI TO A Carissimi fratelli e sorelle, 
continuiamo in questa sedicesima domenica del tempo ordinario la lettura di alcune parabole sul regno dei cieli nel capitolo tredicesimo di Matteo: il buon grano e la zizzania, il seme di senape, il lievito.
   Vorrei iniziare la mia riflessione proprio a partire dalla parabola del lievito, perché a volte anche nella preparazione di un’omelia si può correre il rischio di voler dire a tutti i costi qualcosa di completo, di importante, all’altezza di altri commenti… dimenticando che ogni nostro intervento è solo un piccolo contributo alla crescita di tutti, alla stregua di quella piccola quantità di lievito che fermenta tutta la pasta; una riflessione è solo un piccolo tentativo di cogliere una porzione di quella ‘verità’ che si rivelerà alla fine del processo di ricerca e di crescita sempre più ricca e articolata di quanto già intuito.
   Il Regno dei cieli è simile al lievito… non è appariscente, non c’è bisogno di dosi massicce, non si impone… Il Signore dei cieli, il Dio di Gesù, non si manifesta con effetti speciali, pur essendo così potente da poterlo fare… ma, come leggiamo nel libro della Sapienza, giudica con mitezza… governa con molta indulgenza… è giusto perché ama gli uomini e gli concede sempre la possibilità di pentimento. Da Lui i figli del regno imparano a stare al mondo con mitezza e umiltà, senza sottarsi alla responsabilità di offrire il proprio contributo personale al bene di tutti.
   Questo è il buon lievito, mi verrebbe da dire in questi nostri tempi in cui preferiamo il lievito madre ai fermentanti chimici, e controlliamo la durata della fermentazione … Un buon lievito e un tempo di fermentazione prolungato garantiscono alla fine una pasta buona di gusto e ben digeribile. Bontà di fondo e pazienza garantiscono un ottimo risultato, molto più di precise  programmazioni o oscure macchinazioni. Questa è la prospettiva che il brano di oggi ci offre già a partire dalla prima parabola del buon grano e della zizzania.
   Come la precedente del seme caduto sui vari tipi di terreno, anche questa si apre con l’immagine di un uomo che semina del buon grano nel suo campo, certo che porterà frutto. E’ importante notare come in questa raccolta di sette parabole le prime tre si aprano con l’immagine dell’uomo che semina e che questo capitolo si apre con il racconto di Gesù che esce di casa e si reca lungo il mare a seminare la Parola di Dio in chi si raduna per ascoltarlo, così come il papà dei cieli gli ha chiesto di fare. Il Dio di Gesù è, dunque, un instancabile seminatore di seme buono e ha uno sguardo molto lungo che sa tenere insieme le difficoltà della crescita e della maturazione con il risultato finale. 
   La presenza della zizzania in mezzo al grano non è da attribuire, dunque, al buon seminatore, ma ad un secondo agente: il nemico. Anche qui però non c’è da sfasciarsi la testa, né da illudersi: nessuno può vivere una vita priva di difficoltà o evitare il rischio di divenire lui stesso di ostacolo alla crescita del buon seme della Parola. Ai tempi di Gesù, la convivenza di piante buone e  selvatiche, pure se queste fossero presenti per il dispetto di un  nemico,  era un fatto accettabile, sia perché  non era facile separare con gli strumenti a disposizione i semi buoni da altri similari quando si mettevano da parte i semi per la semina della stagione successiva, sia perché molti semi sono diffusi naturalmente dal vento. Questo fa intuire a Gesù che più importante dello sradicamento delle erbacce è l’arrivo al frutto del seme buono, che un nemico potrà anche ostacolare, ma mai impedire del tutto. Al momento della mietitura le erbacce saranno accatastate per essere bruciate, mentre il grano buono riempirà i granai, alla faccia dei dispettosi e dei profeti di sventura.
  Nei decenni che seguono la predicazione di Gesù, la comunità cristiana, a cui probabilmente risale la riflessione/spiegazione della parabola, vive una situazione davvero difficile sia per le persecuzioni esterne e sia per la zizzania interna: le divisioni, le debolezze, le cadute, le defezioni… La parabola del buon seme e della zizzania viene riletta e spiegata servendosi di quel linguaggio che chiamiamo apocalittico (rivelatore attraverso immagini forti delle grandi cose che stanno sotto agli eventi) e escatologico (rivelatore di ciò che avverrà alla fine): nell’ultimo giorno fornace ardente per i figli del maligno, operatori di scandali e iniquità, splendidi come il sole i giusti figli del regno. Lasciando, dunque, al Signore dei cieli di separare definitivamente il bene dal male (questo significa abbandonare atteggiamenti di impazienza e di insofferenza ed evitare la tentazione di esprimere noi giudizi e sentenze sugli altri) i credenti sono implicitamente invitati a crescere e maturare, giorno per giorno,  e a far intravedere pure in mezzo alle tenebre le prime luci dello splendore finale. 
   Il paragone del piccolissimo seme di senape dal quale si svilupperà una pianta in grado di ospitare i nidi degli uccelli, al pari di quello del lievito, invita a riflettere sul fatto che la piccolezza degli inizi non è un condizionamento negativo, perché anche qui la crescita porterà ad un risultato strabiliante. Il regno di Dio, dunque, anche se può sembrare lontano, tuttavia è presente al punto che verrà il momento in cui diventerà incontenibile. Se i figli del regno si preoccupano allora di dimostrare la propria efficienza e il loro valore sbagliano completamente percorso. Umili, ma non marginali, operosi, ma non frenetici, inclusivi, e non operatori di arbitrarie selezioni, essi possono dare un contributo fondamentale alla lievitazione di tutta la pasta, alla crescita di tutta la pianta, e all’abbondanza del raccolto finale.
   Carissimi fratelli e sorelle, riascoltare queste parabole nel difficile tempo della pandemia, ormai fattasi globale, in mezzo alle tante nubi oscure che si addensano sulla vita di gran parte dell’umanità, rappresenta un’occasione quanto mai propizia per recuperare le virtù della pazienza e della lungimiranza, la prospettiva di un futuro buono che includa tutti gli essere umani, quella operosità spicciola per cui l’insistere sulle piccole cose non è mai tempo perso. E’ tempo di non lasciarsi irretire dai seminatori di zizzania e di non diventarlo noi stessi coltivando le nostre limitatissime visioni di parte o stando sempre a palesare la delusione per le cose che non vanno come vorremmo, perennemente alla ricerca di un nemico a cui attribuirne la causa. In mezzo a tante prostrazioni e frustrazioni, anziché abbandonarci al piagnisteo e alla ricerca di facili consolazioni, assumiamoci le nostre piccole personali responsabilità e seminiamo speranza: il piccolo seme di una vita donata, anche aggrovigliandosi con le radici di semi di altro genere, genererà sempre e comunque uno splendido raccolto.
   Buona domenica, fra’ Mario.