COMPLICAZIONI E PESANTEZZE… BASTA, GRAZIE!

   Carissimi fratelli e sorelle,
xivil brano del Vangelo di Matteo che proclamiamo in questa quattordicesima domenica del tempo ordinario ci offre un moto di esultanza di Gesù, nella forma di preghiera, per l’agire sorprendente del Padre, di cui fanno esperienza i piccoli, mentre rimane nascosto a coloro che si ritengono saggi ed esperti delle cose di Dio.
   Spesso, pur prestando la massima attenzione alle parole di Gesù e cercando subito di applicarle alla nostra vita, tralasciamo di analizzare il contesto nelle quali esse sono state pronunciate, rischiando di comprenderne il significato solo in parte. Pertanto, anche oggi, dobbiamo, prima di entrare nel testo, richiamare alla nostra mente quello che Gesù stava vivendo. 
   Da tempo Gesù sta predicando in tanti villaggi e città e operando segni prodigiosi che dovrebbero autenticare i suoi insegnamenti sul Padre e dare inizio alle profonde  trasformazioni  nelle persone e nella società generate dall’avvento del Regno di Dio. Un messaggio incoraggiante e portatore di beatitudine che però non viene accolto, anzi del tutto osteggiato proprio dai maestri ebrei e dagli esperti della Legge. Lo stesso Giovanni il Battista comincia a nutrire dubbi sull’operato del maestro nazareno e promuove una sorta di inchiesta nei suoi confronti: sei tu quello che aspettavamo o dobbiamo cominciare a cercarne un altro? 
   La missione rischia di trasformarsi in un fallimento: la predicazione di Gesù è accompagnata da incredulità e da un rifiuto che diviene presto aperta ostilità  e vera e propria persecuzione, così da una parte annuncia ai suoi discepoli che subiranno la stessa sorte, come abbiamo visto nel precedente discorso missionario, dall’altra lancia le proprie invettive contro le città che non l’hanno accolto. 
   Ma ecco che Gesù di fronte a tutte queste difficoltà impreviste, piuttosto che lasciarsi prendere dallo scoramento, intuisce che il Padre non l’ha mandato a fare dispute con gli esperti della Legge, ma a manifestare il suo amore ai piccoli, ai semplici, ai poveri, ai marginali che lo circondano… a tutti coloro per i quali l’insegnamento dei maestri giudei era diventato un peso insopportabile e insostenibile, generatore più di un senso di frustrazione e di stanchezza, piuttosto che un percorso di liberazione e di ingresso in una vita di intimità con Dio e di fraternità umile e gioiosa.
   Dal profondo del proprio cuore Gesù innalza un intenso ringraziamento al Padre, a questo stupendo Papà, che si fa conoscere non per la via di dotti ragionamenti, ma per la vicinanza e l’accompagnamento proprio delle persone più in difficoltà, in uno stato di piccolezza, di penuria e di fragilità e perennemente sull’orlo del fallimento. Da vero credente, e cioè in comunione intima e profonda con il Padre, Gesù si presenta come l’unico che può rivelare e rendere presente e fruibile questo amore per i più semplici e umili, completamente trascurati dagli altri presunti grandi maestri.
   “Venite a me, voi tutti affaticati e oppressi…”, stanchi di portare i “pesanti fardelli”, come li chiama Gesù (Mt 23,2), confezionati dagli esperti della Legge, appassionati di casistica, capaci sempre di collegare le difficoltà a colpe commesse, di sentenziare piuttosto che comprendere e sostenere. In me, sembra dire Gesù, troverete non uno che sta sempre a rinfacciare i vostri sbagli e a chiedervi ulteriori atti di eroismo, ma uno che vi farà provare la rigenerante esperienza del riposo e il sostegno ritemprante del ristoro.
   E’ interessante che Gesù per spiegarsi ricorra all’immagine del giogo, di quello strumento che in genere si usava per guidare il lavoro di una coppia di buoi… se, dunque, gli altri vi impongono pesi insopportabili (il giogo dell’osservanza letterale anche della più piccola regola, in una parola: il legalismo)  io, invece, mi propongo di portare il peso con voi. Prendete il “mio giogo” non sta a significare, dunque, di sottomettersi volenterosamente al peso della volontà di Dio, ma di portare in due il “giogo” della vita, laddove uno dei portatori è Gesù e l’altro ciascuno di noi o le nostre comunità. Ricordiamo qui per comprendere meglio il significato del “portare in due”, che il termine “congiunto” viene dal latino “cum iugus”, e indica appunto due persone legate dal “giogo leggero” dell’amore.  
   E come si fa, dunque, a diventare persone che sanno portare in due il “giogo”? Gesù ci indica due atteggiamenti fondamentali: imparate da me la mitezza e l’umiltà di cuore. Ce l’aveva già offerte come indicazioni essenziali per la vita del credente: beati i poveri in spirito, beati i miti… Ora si tratta di imparare da lui ad essere persone che non impongono agli altri il peso del proprio punto di vista e del proprio modo di comportarsi, a non essere di quelli che stanno sempre a giudicare, dimenticando pazienza e rispetto, a pretendere dagli altri, a volte persino con cinismo e arroganza, la perfezione, ignorando la compassione e la misericordia.   
   Imparare l’umiltà, cioè quel modo sublime di rimettere Dio al centro della propria vita, abbandonando saccenza e supponenza, i veri ostacoli di una conoscenza profonda di Dio e di una vera intimità filiale. Imparare la mitezza, cioè quel modo sublime di dare all’altro un posto centrale nella nostra vita, abbandonando l’arroganza del sentirsi superiori e di farla da padroni. Solo questi due atteggiamenti, accompagnati dall’arte preziosa della semplicità, torneranno a fare delle nostre comunità luoghi in cui, senza tante complicazioni e sproloqui, i piccoli troveranno riposo e ristoro.
   Buona domenica, fra’ Mario.