Carissimi fratelli e sorelle,

finito il tempo di Pasqua e celebrate le solennità della Trinità e del Corpo e Sangue del Signore, torniamo al nostro percorso domenicale ordinario accompagnati dal Vangelo di Matteo.

   Riprendiamo con un brano tratto dal capitolo 10, dove nella forma di discorso, vengono offerte alcune indicazioni di Gesù agli Apostoli sulla missione evangelizzatrice tra la gente. I versetti proposti (26-33) lasciano trasparire le situazioni di difficoltà e di opposizione vissute da Gesù, dagli Apostoli e dagli evangelizzatori delle prime generazioni.

   12dom.jpegLa situazione di una persona perseguitata perché ha a cuore il vero bene del prossimo, il rispetto della dignità e dei diritti, la liberazione da forme subdole di male, è molto ricorrente nella Bibbia: basta guardare al destino di molti profeti e, in particolare oggi, a Geremia circondato da nemici, perseguitato, ma non sconfitto, forte della sua fiducia nel Signore.

   Allo stesso modo Gesù, nel farsi carico dei problemi dei marginali, è andato incontro all’opposizione violenta e alla condanna a morte, prevedendo per i suoi discepoli la stessa sorte: sarete odiati da tutti (10,22) se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Gv 15,20).

   Come comportarsi, dunque, quando per portare avanti la propria missione si va incontro a diverse forme di opposizione? Cosa dicono a noi gli insegnamenti di Gesù in un tempo in cui in diverse parti del mondo si può venire uccisi per il solo fatto di essere cristiani, mentre in occidente viene dato sempre meno valore allo spendere la vita per un ideale o al metterla a servizio del bene degli altri? In una società in cui il non appartenere più ad alcuna religione è accompagnato spesso anche dal non assumersi alcuna responsabilità all’interno della casa comune del mondo?

   Alla fine del capitolo precedente Matteo ci aveva presentato un Gesù tutto preso dalla compassione per le persone che lo seguivano perché erano “stanche e sfinite (certamente non dal seguire Gesù, ma dalla vita quotidiana), come pecore senza pastore (allo sbando, diremmo noi)”… una infinità di persone di cui nessuno voleva prendersi cura, per cui Egli invita a pregare il Padre perché provveda “operai”, cioè esseri umani capaci di lasciarsi coinvolgere concretamente dalle sofferenze altrui e di “sporcarsi le mani”, non come la supponente gerarchia giudaica che aveva ridotto la religione a conoscenza intellettuale di ogni genere di precetto e ad un’osservanza meramente legalistica, centrata sulla propria bravura, per la quale si finiva man mano a poter fare a meno di Dio e del prossimo. Una preghiera forse per gli stessi Apostoli, perché liberi dall’ambizione dei primi posti e dal desiderio di ricevere gratifiche e ricompense, divenissero questo genere di operai, mossi solamente dalla compassione, pieni di umanità.

   Mi ha molto colpito la lettura del libro “L’epoca delle passioni tristi”, di due analisti francesi, sul malessere e la tristezza dei giovani di fronte ad un futuro che non è più promessa, ma minaccia, che fa chiudere in se stessi e vivere nell’utilitarismo… mi viene da dire tempo di passioni tristi, di ‘passione zero’ anche nella comunità cristiana, quando non si ha come punto di partenza la compassione. Si, perché missione non significa avere l’obbligo di diffondere le proprie verità, le proprie convinzioni, il proprio modo di essere… ma innanzitutto avere compassione, “avere coraggio di essere umani”, come recita il refrain insistente della canzone di Mengoni, avere il coraggio di dare una mano non perché si è più forti, ma perché è solo insieme che se ne viene fuori.

   Quali, dunque, i pericoli per chi imposta la vita a partire dalla compassione? Quali le indicazioni da seguire a gli atteggiamenti da assumere soprattutto nelle contrarietà?

   Innanzitutto non avere paura degli uomini, dei tenebrosi, dei complottisti, dei distruttivi a tutti i costi, dei pettegoli e dei diffamatori, dei brontoloni ad oltranza (quanti ce ne sono anche nella nostra comunità parrocchiale ?)… la compassione di quelli che operano nella luce, nella parte visibile della casa (la terrazza) sarà sempre più forte di tutti quelli che tramano negli angoli oscuri, intrappolati nella grettezza delle proprie visioni limitate e inconcludenti.   

     E non avere paura di quelli che possono uccidere il corpo, ma che non possono toglierti la vita… Quando noi sentiamo le parole corpo e anima, siamo portati a pensare subito, dopo secoli di riflessione orientata più dalla filosofia che dalle Sacre Scritture, ad un corpo che muore e ad un’anima immortale di cui soltanto Dio è padrone… Gesù in effetti sta parlando di corpo e anima (soma e psiche, in greco), ma come due realtà interconnesse, due dimensioni del vivere dove c’è corrispondenza e interdipendenza tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, come a dire che gli uomini possono ucciderti ma non toglierti quello che hai dentro, le motivazioni del tuo vivere, quel tuo cuore che pulsa per Dio e che senza di Lui cesserebbe di battere e di irrorare il concreto quotidiano di compassione. 

   E non possiamo trascurare il fatto che oggi c’è un modo di uccidere il corpo che è proprio quello di portare le persone a prendersi cura solo o soprattutto del corpo (dall’estetica, all’alimentazione, all’abbigliamento) trascurando l’arricchimento interiore, innescando un processo di banalizzazione che sterilizza la vita e le relazioni umane e le fa diventare ‘geenna’, ‘trash’ diciamo oggi, immondizia, cose senza valore e da scartare. Ma riflettiamoci bene: anche un passero che si vende per pochi soldi è seguito dall’attenzione di Dio nel suo cadere (e non è che cade per volere di Dio…, quanti danni ha fatto questa pessima traduzione, basti citare il fatalismo paralizzante del detto ‘non si muove foglia che Dio non voglia’, a cui occorre contrapporre la splendida espressione del salmo 68 che recitiamo oggi: “voi che cercate Dio, fatevi coraggio, perché il Signore ascolta i miseri”). 

   Ed è proprio il sentirsi attenzionati da Dio, dunque, che mette fine a paure e schiavitù e rende liberi di spendere la vita a partire dalla compassione. E in questo si riconosce il discepolo autentico: se sa aver fiducia in Dio e dedicarsi con tutto il cuore agli altri. Questo è il segno di riconoscimento che accomuna a Gesù e rende la testimonianza non una dimostrazione muscolare o propagandistica, ma tenace e indistruttibile dedizione al bene comune. Questo è il modo in cui Gesù ci riconoscerà davanti al Padre: “Venite benedetti dal Padre mio… perché avevo fame e sete, ero forestiero, nudo, malato…” e avete avuto compassione di me. Non ci dirà: “venite voi che siete stati bravi e coerenti a tutti i costi”, ma: “venite benedetti”, cioè voi che pieni dell’amore di Dio, siete passati in mezzo alle prove della vita, anche a quelle causate dall’ostilità degli altri, senza mai rinnegare tutto quello che di bello il Vangelo ha acceso nel vostro cuore.

   Buona domenica. Fra’ Mario.