Carissimi fratelli e sorelle,

celebriamo oggi la “Solennità del Corpo e Sangue di Cristo”, già “Corpus Domini”, che cadeva nel passato il giovedì dopo la solennità della Trinità, rimandando come giorno direttamente al giovedì santo e alla memoria della ‘cena del Signore’, elemento portante del culto cristiano.

   Prima di riflettere sulla Parola di Dio sarà bene richiamare alla nostra mente qualche motivazione storica che ha dato origine a questa festa. Il Papa Urbano IV nella bolla “Transiturus de hoc mundo” del 1264, con la quale estese la  celebrazione del ‘Corpus Domini’, già in corso in alcune diocesi, a tutta la Chiesa,  ribadendo  “La reale presenza… nella propria sostanza… del Cristo” nella commemorazione sacramentale, invitò a farne almeno una volta l’anno, una più onorata e solenne memoria.

   Le espressioni usate riflettono i termini di una questione che allora come oggi appassiona la ricerca teologica: come credere ed esprimere il “mistero” di un pane che diviene segno dell’espressione massima dell’amore di Dio per gli uomini, che rende accessibile per ciascuno la vita donata da Gesù, che unisce in un solo corpo tutti coloro che ne mangiano? E riflettono, inoltre, una ben precisa situazione: in quell’epoca erano diffuse una religiosità di tipo magico/idolatrica che vedeva nel sacro una realtà oscura da temere e onorare, da cui tenersi a debita distanza o a cui ricorrere nelle circostanze sfavorevoli (‘ostia consacrata’ compresa)… e una religiosità emozionale che aveva bisogno di vedere le cose rappresentate realisticamente, sostituendo sempre più la rievocazione sentimental/devozionale, all’ascolto delle Scritture e alla vita liturgica e sacramentale. 

   Il Concilio Lateranense IV, del 1215, per rimediare al fenomeno dell’abbandono della comunione eucaristica e del sacramento della penitenza introdusse l’obbligo di celebrarli almeno una volta l’anno, a Pasqua. Se questo contribuì a rimettere a fuoco l’essenziale, tuttavia poi nei secoli ha generato una mentalità diffusa a tutt’oggi di una religione concentrata sulla ‘pratica’ di un minimo necessario (il cosiddetto ‘precetto pasquale’) e distaccata dall’ascolto della Parola di Dio e dalla vita sacramentale e comunitaria. Da qui la necessità attuale di avviare percorsi che ci aiutino a recuperare una concezione di “Corpo del Signore”, passatemi l’espressione, a 360°: che includa, anzitutto, la fame di Dio, della sua parola e del suo pane, poi il desiderio di vivere in comunione fraterna con gli altri, e, infine, il lasciarsi conquistare dal fascino di Cristo per incarnare il suo stile nella vita quotidiana. Queste sono le tre indicazioni che ci offrono le letture bibliche di questa domenica.

   La prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio, ci offre, nella forma di discorso attribuito a Mosè, la rilettura di una tappa dell’evento dell’Esodo: Il Signore ha fatto fare agli israeliti un cammino di quarant’anni nel deserto per metterli alla prova, per sapere quello che avevano nel cuore e se erano pronti ad osservare i suoi comandi. Gli ha fatto provare la fame e la sete, pur nutrendoli e dissetandoli poi con la manna e con l’acqua sgorgata dalla roccia, per imparare a non vivere solo di pane, ma di quanto esce dalla bocca del Signore, le parole che liberano l’uomo da  ogni schiavitù e disagio.

   Mi viene subito da paragonare questa pandemia a quel cammino nel deserto e da chiedermi: la stiamo vivendo come un tempo di prova che ravviva in noi il desiderio di Dio e la fame della sua parola, accolta come un dono così essenziale da non poterne fare a meno, portata con passione e nuove competenze al cuore della nostra vita, per venire liberati ogni giorno di più dalle mille schiavitù che ne offuscano la bellezza e ci allontano dalla gioia? 

   La seconda lettura di oggi è un brano della lettera di Paolo ai cristiani di Corinto: dopo aver proposto a loro, divisi da tante questioni e mediocri nel comportamento, di confrontarsi con le prove del popolo nel deserto e di evitare di cadere negli stessi errori, in particolare quello dopo aver mangiato e bevuto del cibo di Dio di tornare ad una vita pagana a servizio degli idoli, centrata sulla ricerca esclusiva del proprio piacere, Paolo annuncia il fondamento di un’autentica vita di fede: Bere al calice e condividere il pane spezzato è comunione al sangue e al corpo di Cristo, una comunione così profonda che permette ai credenti di essere conformati al suo corpo e di divenire, pur essendo molti, un solo corpo.   

   Nei nostri territori la frequenza all’Eucaristia è ormai molto bassa e durante il ‘lockdown’ siamo stati privati della possibilità di celebrarla insieme. A tutti, e in particolare a coloro che stanno tornando, chiedo: Quali sono le motivazioni che ci spingono a partecipare di nuovo? Con quali criteri scegliamo la celebrazione a cui partecipare (L’orario più comodo, la durata dell’omelia o della celebrazione, la simpatia e le affinità con chi la presiede, la corrispondenza ai propri gusti, o alle competenze acquisite in particolari percorsi formativi, delle modalità celebrative (tentazione specifica dei movimenti ecclesiali)? Quanto è presente in noi la consapevolezza che il vero Corpo del Signore non è solo l’ostia consacrata e consumata, ma anche la comunione fraterna dei molti che se ne alimentano?

   Infine, nel prologo del suo Vangelo Giovanni annuncia: Il Verbo di Dio si è fatto carne perché chiunque lo accoglie possa diventare figlio di Dio. Nel brano di oggi, tratto dalla catechesi ambientata nella sinagoga di Cafarnao, con un linguaggio particolarmente duro per i giudei (mangiare la carne e bere il sangue), ci viene detto che l’incarnazione del Verbo di Dio non consiste solo nell’aver assunto carne umana, ma nel fatto che essa è diventata carne e sangue, cioè vita, cioè l’esistenza intera, donata per gli altri: questo è l’agnello pasquale, questo è il pane del cielo che dà la vita eterna, intesa non come quella che inizia dopo la morte, ma quella oltre la quale non ce n’è una più bella, più desiderabile e significativa: la vita di Dio: donarsi. E’ questo che Gesù ci comunica, quindi, attraverso il pane e il vino, il suo corpo e il suo sangue: non solo il dono della sua vita, ma anche lo stile da assumere per vivere realmente da figli di Dio, in piena comunione con il maestro.

   Fratelli e sorelle, è proprio questo l’elemento essenziale sul quale noi oggi dobbiamo verificarci, soprattutto di fronte alle sofferenze e alle povertà già in essere e alle nuove generate dalla pandemia, e cioè  sullo “stile eucaristico” della nostra vita, che deve basarsi non tanto sul numero delle volte che andiamo a messa e ‘prendiamo’ la comunione in osservanza ai precetti… ma sull’assimilazione progressiva di questo orientamento di vita: come Cristo si è donato per me, anche io voglio donarmi per gli altri. Tanti torneranno oggi ad avere fame e sete di Dio se incontreranno queste Eucaristie viventi: persone nutrite dalla Parola e dal Corpo e Sangue del Signore e trasformate in dono, per sempre, per tutti, con gioia immensa.

                                                                                                                         Fra’ Mario