Carissimi fratelli e sorelle,

celebriamo oggi il quarantatreesimo giorno di Pasqua. Da qualche anno  in questa domenica viene collocato il ricordo dell’evento dell’ascensione al cielo di Gesù, che ci viene narrato solo dall’Evangelista Luca e in due forme diverse: la prima nella finale del Vangelo in un non meglio precisato luogo vicino Betania nello stesso giorno della risurrezione, la seconda all’inizio del libro degli Atti mentre Gesù e gli 11 Apostoli si trovavano a tavola, quaranta giorni dopo la risurrezione, in un luogo di Gerusalemme o dei dintorni del monte degli ulivi. Questo secondo racconto, che oggi proclamiamo come prima lettura, termina con una frase in cui si menziona per tre volte il ‘cielo’: perché state a guardare il cielo?... E’ stato assunto in cielo… verrà dal cielo… Attenzione, dunque, perché dal modo in cui interpretiamo la parola ‘cielo’ dipenderà una comprensione più o meno sostenibile della Risurrezione di Gesù.ascensione_2020.jpg
   Credo che non sfugga a coloro che sono addentro a dei percorsi di approfondimento biblico e, spero, anche a chi si limita all’ascolto della Parola della domenica, come gli annunci della Pasqua (crocifissione e morte, sepoltura e risurrezione, manifestazioni del Risorto - presenze, dono dello Spirito, ascensione -) siano elaborati sulla base di racconti e immagini delle grandi manifestazioni di Dio nella storia del popolo ebraico, con particolare riferimento ai libri della genesi e dell’esodo, alle esperienze mistiche dei profeti, alle rielaborazioni di tipo storico-sapienziale seguenti l’esilio babilonese. Ricordiamone alcuni elementi: il numero 40, la nube, le acque aperte, chiuse, correnti, la fiamma, la montagna, i tuoni, i fulmini, i terremoti, le voci, i rapimenti al cielo, gli squarci, la potenza, la gloria, la maestà…  
   Parliamo di manifestazioni di Dio, fratelli e sorelle, e siamo certamente consapevoli che le parole e immagini che usiamo sono sempre delle indicazioni piuttosto che delle descrizioni esatte, punti di partenza piuttosto che asserzioni inconfutabili… linguaggio simbolico, ossia punto di incontro tra parole e immagini di tutti i giorni è una realtà invisibile e ineffabile, trascendente, diciamo noi, cioè che sta già dentro le nostre cose e nello stesso tempo è del tutto al di là. Per questo è bene piuttosto che tentare di immaginare e descrivere i dettagli concreti di un evento, invocare, come dice Paolo nella seconda lettura, lo “spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui… perfetto compimento di tutte le cose”. 
   Nel mondo di Dio si entra prima di tutto con un atteggiamento di “prostrazione”: quando videro Gesù risorto gli undici, ci racconta Matteo, si prostrarono (così come mentre viene portato su in cielo, nel vangelo di Luca): ne riconobbero la dimensione divina e la sua signoria sulla loro vita. I racconti della risurrezione non sono tentativi maldestri e culturalmente limitati di spiegarne i dettagli, ma espressione di una dedizione fiduciosa e assoluta, di persone (gli 11, come ogni credente) che si sono consegnate completamente a Lui.
   “Essi però dubitavano”, aggiunge Matteo. E’ significativo che in tutti i racconti di incontro con il Risorto affiori in qualche modo un senso di timore e di dubbio. Sembra quasi che per incontrare davvero il Risorto e avere una relazione autentica con Lui dubitare sia una necessità. Il dubbio può risolversi in un nulla di fatto, gli ateniesi quando udirono Paolo parlare della risurrezione di Cristo se ne andarono deridendolo, o può dare inizio all’avventura di lanciarsi in quel cammino in cui l’irraggiungibile diventa possibile, che è la fede.
  Gesù si è trovato anche Lui tante volte a dover scegliere tra l’apparentemente sicura e gratificante logica dell’affermazione di sé (avere visibilità, denaro, leadership politica e religiosa) e la ricerca del completamente altro, e nel momento della prova ha sperimentato anche lui il timore e il dubbio, pensiamo all’angoscia del Getsemani, ma ha preferito consegnarsi completamente a Dio, si è prostrato fino a “perdere la propria vita” per trovare quella Vita che il Padre gli ha partecipato in pienezza e nella quale siamo immersi (battezzati) tutti noi che lo seguiamo. 
   Questo significa affermare che Gesù è stato assunto (portato) in cielo (come scrive Luca), andato al Padre (come scrive Giovanni), fatto sedere alla destra del Padre (come scrive Paolo). Nelle domeniche precedenti avevamo sentito i discepoli chiedere a Gesù quale fosse il luogo dove egli stava andando… oggi sentiamo i discepoli annunciarci che il luogo dove Gesù è andato per sempre non è oltre le nuvole (non è il cielo dei giudei, aggiungerei io, ne il paradiso cattolico così come è stato descritto in tante prediche del passato): questo luogo si chiama “presenza”: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (o della presente era, come traducono molti), è la conclusione solenne del Vangelo di Matteo. 
   Quindi la domanda di oggi non è “dov’è finito Gesù?”, ma “dove è presente Gesù e come possiamo incontrarlo?”
   Dal racconto di Matteo accoglierei tre indicazioni.
   “Sul monte in Galilea”. In realtà Gesù non aveva dato alcun appuntamento di questo tipo agli Apostoli. E’ inutile cercare un luogo preciso. Nel Vangelo di Matteo si parla di due montagne in Galilea: quella delle Beatitudini e quella della trasfigurazione. Potremmo provare a fonderle in un unico monte e raccogliere l’invito a salirvi: Gesù lo incontri nelle Beatitudini che trasfigurano l’esistenza. Rileggiamole spesso e pratichiamole, sono 8 (la cifra della risurrezione), sono la strada maestra per vivere da risorti.
   “In tutti i popoli”. E’ stupendo in questo tempo di migrazioni e convivenza tra popoli di diverse culture e religioni, in questo tempo in cui si aprono nuovi spazi di comunicazione e di scambio, poter offrire a tutti la ricchezza del Vangelo. “Andando” dice Matteo, stando in mezzo agli altri da risorti, persone che non cercano il cielo in prospettiva individualistica, ma come ‘discepoli e missionari’, per vivere, testimoniare e proporre, coscienti che lo Spirito suscita discepoli tra tutti gli uomini.
   “Io sono con voi tutti i giorni”. Chissà quante persone in questi giorni di pandemia si staranno chiedendo se Dio c’è davvero e quanto ci si possa fidare ancora di lui, o quale rapporto c’è tra fiducia in Dio e la necessità delle competenze degli scienziati e dei risultati strabilianti dello sviluppo tecnologico. E’, è stata e sarà sempre una bella questione da affrontare, che necessità certamente di indicazioni né banali, né scontate… Attraversare il mare in tempesta non è mai una piacevole esperienza e stiamo imparando proprio in questi giorni che dai problemi se ne esce solo tutti insieme, se capaci di quella fratellanza e solidarietà, frutto non solo di un indovinato progetto socio-economico, ma anche e soprattutto della presenza in mezzo a noi del Maestro che sa fare del cuore umano un angolo di cielo.

                                                                                                    Fra’ Mario