Carissimi fratelli e sorelle,
celebriamo oggi la sesta domenica del tempo di Pasqua, il trentaseiesimo giorno dalla domenica di Risurrezione, mentre ne mancano ancora 14 alla solennità della Pentecoste, il cinquantesimo giorno che chiude questo lungo ciclo liturgico.
   Credo che l’attenzione che ci mettiamo di questi tempi nel contare i giorni trascorsi dall’inizio della pandemia e quanti ne mancano all’inizio di una nuova fase… debba stimolarci a recuperare il senso del tempo anche dal punto di vista della fede: viviamo sempre in mezzo a grandi cose già avvenute e a grandi cose che avvengono e che avverranno… ‘evoluzione’ è il termine tecnico che descrive questo processo, ‘promessa’ il termine biblico al quale noi credenti decidiamo di dare credito e che ci suggerisce gli atteggiamenti con cui starci dentro.mondo spirituale
   Purtroppo la maggior parte di noi non siamo stati formati a vivere questi 50 giorni della Pasqua come il tempo centrale dell’anno, da gustare, a partire dalla Risurrezione di Cristo, giorno per giorno in un crescendo di conoscenza, di meraviglia e desiderando il dono dello Spirito, nella Pentecoste, ultimo giorno dei cinquanta, ma in senso ampio giorno definitivo, dimensione definitiva di una vita non più soltanto espressione dell’evoluzione di ogni essere dell’universo, ma spazio abitato e orientato da Dio e dalle sue promesse.
   Non essere stati formati significa, purtroppo, a volte anche rinunciare a lasciarci guidare giorno per giorno dalla Parola di Dio predisposta per alimentare il cammino spirituale quotidiano, così da farlo diventare una tappa sempre nuova e sorprendente di questo ‘crescendo’, per rifugiarci nella rassicurante ripetizione di devozioni che finiscono per sovrapporsi e sostituire il cammino liturgico, tipo mese di maggio o tridui e novene varie… o anche un certo modo (‘mondano’, direbbe Papa Francesco) di vivere questo tempo come mese delle prime comunioni, invitati quasi ogni domenica di qua e di la’, più per festeggiare i nostri bambini, che per incontrare realmente il Cristo risorto. 
   Non essere stati formati, in questi tempi di marginalizzazione della vita interiore, significa che nelle domeniche di maggio le chiese cominciano a svuotarsi anche perché il primo assaggio del mare, l’allegria delle sagre primaverili, le escursioni in mezzo alla natura che si risveglia, prendono il sopravvento sul desiderio di un incontro profondo con il Cristo e con la comunità (diciamoci la verità anche a motivo di un modo di celebrare formalistico e monotono). 
   In questa primavera senza prime comunioni, senza escursioni, e, al di fuori di ogni previsione, addirittura senza celebrazioni comunitarie, questa sesta domenica di Pasqua possiamo viverla, allora, come una occasione propizia per ridare a questi giorni il loro senso profondo: innamorarci sempre più di Gesù Cristo per essere pronti ad accogliere il dono da Lui promesso: il suo stesso Spirito, energia divina che può trasfigurare le nostre esistenze.
   Al cuore della proclamazione delle Sacre Scritture c’è anche oggi un brano tratto dal capitolo 14 di Giovanni, da quella sezione letteraria che abbiamo chiamato discorso dell’addio e della continuità. A differenza del brano precedente dove l’intervento di Gesù era motivato dalle domande dei discepoli, questa volta sono le sue affermazioni che suscitano la domanda dell’Apostolo Giuda, non l’iscariota, “come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?”. Quindi gli apostoli avevano ben compreso che le parole dette da Gesù erano rivolte in modo particolare a loro e non a quel ‘mondo’ di scribi e farisei e di pubblici funzionari che qualche giorno dopo ne avrebbero determinato la morte. 
   Parole rivolte da Gesù ‘fisicamente’ presente tra quei discepoli riuniti intorno a lui quella sera… da loro accolte con amarezza pensando al suo andarsene al Padre… rielaborate con gioia riuniti intorno a lui ‘spiritualmente’ presente dopo la risurrezione. ‘Fisicamente’, ossia una presenza circoscritta a luoghi e tempi precisi e fruibile solo dai presenti. ‘Spiritualmente’, ossia una presenza altrettanto reale ed efficace, che travalica i limiti di spazio e di tempo, e che diventa una sorgente di quella ‘vita altra’, offerta da Gesù  già prima di e nel morire per noi e ora ancor di più nella sua condizione di risorto, sperimentabile e assimilabile da tutti coloro che vogliono incontrarlo. 
   Cosa chiede e cosa promette, dunque, Gesù ai discepoli, noi compresi ? Mi concentro su tre aspetti, che chiedo a ciascuno di ampliare con la riflessione personale.
   “Se mi amate”, ossia “prima di tutto amatemi” e “amatemi più di tutti gli altri e di tutto il resto”. Può sembrare elementare come richiesta, ma ricordate come vacillò Pietro quando Gesù gli chiese personalmente e con insistenza: “Mi ami?”, “mi ami più degli altri?”. Oggi questa domanda è rivolta a me e a te, fratello e sorella, che facciamo un sacco di cose religiosamente valide (messe, rosari, digiuni e elemosine, attività benefiche e servizi ecclesiali  …), ma che siamo chiamati a passare dal fare cose, a vivere una relazione, dall’essere praticanti ineccepibili all’essere profondamente innamorati e darne testimonianza, non nel senso di una prova di forza e di coerenza, ma di essere conquistati da Gesù, manifestazione suprema dell’amore del Padre, che fa di noi stessi una manifestazione di Lui, nell’amore vicendevole.
   “Osserverete i miei comandamenti”, ossia “avrete a cuore”, “avrete nel cuore le mie parole”… nel cuore, davanti agli occhi, legate alle mani, sugli stipiti delle porte… ripetute di giorno e di notte, come già si chiedeva ad ogni Ebreo nel libro del Deuteronomio. Per capire la via di Gesù non bisogna fare viaggi in chissà quali luoghi misteriosi del mondo, consultare specialisti e frequentare biblioteche, essere dotati di particolari attitudini o competenze: occorre accogliere le sue parole e praticarle (“senza commenti accomodanti”, direbbe San Francesco). Eh si, cari fratelli e sorelle, proprio adesso che stiamo per tornare a celebrare insieme il culto, siamo chiamati a verificare quanto sia stato autentico il nostro percorso di discepoli, spogliati di tante forme di preghiera, ma proprio in questo invitati a tornare alla sorgente: le parole di Gesù che comunicano la vita che viene da Dio, che trasformano dal di dentro, che si traducono in stile.
   “Pregherò il Padre di dare a voi un altro Paràclito, lo Spirito della verità, che sarà sempre con voi”. Si, agli Apostoli servì un altro “consolatore” per superare lo scandalo della morte di Gesù, alle prime chiese un altro “avvocato” per superare le persecuzioni… ad ogni generazione lo Spirito che porta alla verità, che scardina le presunte sicurezze acquisite e gli stili standardizzati, sia di vita che celebrativi, e col suo soffio spalanca le porte all’avvento nel presente del Dio, sempre oltre. Fratelli e sorelle, quanto avvertiamo il desiderio di essere cristiani nel modo richiesto da questi e dai prossimi giorni, e quindi in maniera diversa rispetto a ieri? Cosa ci lasciamo suggerire dallo Spirito?
   I samaritani, ossia ebrei scismatici con poca simpatia per Gesù, avevano fatto dei passi da gigante nella fede: avevano accolto nella predicazione di Filippo la Parola di Dio ed erano stati battezzati nel nome di Gesù… forse potevano star bene già così… ma Pietro e Giovanni andarono per imporre le mani su di loro, alla maniera del Maestro, e fare loro dono di quello Spirito che ti porta sempre più in profondità e, al tempo stesso, sempre più in là di ciò che hai raggiunto.
                                                                                                             Fra’ Mario