Carissimi fratelli e sorelle, 

da circa 60 anni in questa quarta domenica di Pasqua nella Chiesa Cattolica si celebra la giornata mondiale di preghiera per coloro che sono chiamati ad assumere il ministero di pastori, e nella Liturgia si proclama la parabola del Pastore bello (o buono, termini ai quali io annetto anche il valore di autentico) al capitolo 10 di Giovanni. 

   In tutti questi anni, tuttavia, si è passati da una concezione a ‘senso unico’ che faceva coincidere la  “vocazione” con la “chiamata al sacerdozio”, o, tuttalpiù, alla vita religiosa, con il ‘sacerdote’ unico protagonista della missione della Chiesa (certamente una missione intesa prevalentemente come amministrazione di sacramenti), ad una visione sempre più ampia: ogni battezzato è chiamato a diventare discepolo e partecipare in modo attivo alla missione della Chiesa nel mondo (EG 120).  

   Occorre, dunque, da subito abbandonare certe affermazioni tipiche del passato e alquanto retoriche, come: Gesù è il Pastore bello da seguire, un pastore per essere buono deve essere come Gesù, una pecora per essere buona deve obbedire al pastore… per riflettere su cosa volesse effettivamente comunicarci Gesù riguardo alla relazione tra Dio e coloro che Egli cerca e che a loro volta lo cercano, ricorrendo all’uso di una immagine tipica del suo ambiente e tanto diffusa nelle Scritture: il pastore e il gregge.

   Dopo la predicazione in Galilea culminata con il discorso del pane di vita (cap. 6), Giovanni ci racconta un pellegrinaggio di Gesù al Tempio di Gerusalemme per la festa della capanne, durante il quale il contrasto con sacerdoti, scribi e farisei si fa talmente acceso che essi provano a lapidarlo e Gesù è costretto a fuggire dal Tempio (Gv 8,59). Mentre si allontana incontra un cieco dalla nascita e lo guarisce. Riincontrandolo, dopo che anche lui era stato cacciato dal tempio, Gesù definirà i farisei come guide ceche, abitate dal peccato di non saper riconoscere in Gesù l’inviato del Padre.   

   Credo che anche noi, come coloro che erano presenti, ci saremmo chiesti: ma a chi bisogna dar retta di questi due? Agli scribi e farisei arroccati all’interno del recinto sacro del Tempio, guardiani inflessibili della legge e delle sue tradizioni, o all’espulso dal recinto che chiede alle persone di uscirne con lui ? 

   Un bel dilemma, diciamo oggi, per i cercatori di Dio sempre desiderosi di intraprendere i percorsi liberanti della fede e, tuttavia, sempre nel pericolo di rimanere chiusi nei recinti sacri delle religioni. Gesù stesso offre una risposta raccontando una parabola enigmatica, da decifrare immagine per immagine, assumendosi la responsabilità di decidere.

   Al solito, mi assumo la responsabilità di fermarmi ad alcuni aspetti, a ciascuno poi il compito di approfondire e condividere i tanti altri.

   Un pastore autentico passa dalla porta, in Ap 3,20 si dirà: bussa alla porta, e lascia liberi di aprire, a differenza dei ladri e briganti che stanno dentro al recinto illegittimamente e spadroneggiano sulle pecore…

   Un pastore autentico non si limita a fare il guardiano e a tenere le pecore chiuse dentro il recinto, ma fa vivere alle pecore l’esperienza dell’esodo e della liberazione, attraverso percorsi fraterni (conoscersi per nome e riconoscersi dalla voce, non come tra estranei). 

   Un pastore autentico cammina davanti, ci mette le faccia e il cuore, si alza fino a donare la vita sulla croce, si abbassa fino a lavare i piedi e chiede: capite quello che ho fatto per voi? Adesso fatelo anche voi gli uni per gli altri. E le pecore lo seguono.

   Un pastore autentico è una porta sempre aperta: per trovare in lui rifugio e ristoro, non per rimanere li a crogiolarsi, ma sempre per essere sospinti fuori verso nuovi pascoli.  

   Un pastore autentico appassiona, coinvolge, comunica vita, immette energia, fa sognare e desiderare quella dimensione propria di Dio, senza ambire alla quale spesso si finisce per rimanere soltanto dei mediocri, se non dei delusi perennemente insoddisfatti, che è la pienezza, l’abbondanza, che uno pregusta e vive già in quelle situazione alle quali arriva con un cuore libero e ben orientato dalle parole del Maestro. 

   I seguaci più stretti di Gesù furono letteralmente conquistati dagli insegnamenti del loro pastore estromesso dal recinto, e dopo il suo esodo pasquale, quando il suo Spirito frantumò i loro dubbi e paure, saltarono a loro volta tutti i recinti del cenacolo, del tempio, della giudea e del giudaismo, per parteciparli a tutti gli uomini… Gli Apostoli! 

   I loro successori smisero di chiamarsi così, e presero il nome dei funzionari che nel mondo greco svolgevano il ruolo di ispettori, controllori, guardiani delle persone a loro soggette: gli “episcopi”.   

   Evitando polemiche sterili e desuete verso istituzioni o persone con ruoli di responsabilità, potremmo leggere questi mesi della pandemia come una porta aperta per uscire dai recinti degli usi e costumi tradizionali, o anche di abitudini recenti, e andare verso i nuovi pascoli che il Dio Pastore prepara per coloro che lo ascoltano e seguono?    

                                                                                                                Fra’ Mario

   Cari fratelli e sorelle, a tutti voi che leggerete o ascolterete questa riflessione, ancora una volta indico tre domande nella speranza che, prima o poi, si abbia la possibilità e la voglia di scambiarsi le proprie idee per la crescita della nostra comunità.

  • Quali prospettive apre nella tua vita una fede concepita come un uscire dietro a Gesù da vecchi e nuovi recinti, interiori o istituzionali?
  • Come valuti il confronto in atto in questi giorni tra CEI e Stato, e delle varie anime cattoliche tra di loro, per una ripresa celere delle celebrazioni liturgiche all’interno delle chiese, alla luce della parabola del pastore, raccontata da Gesù fuori del recinto del Tempio? 
  • Ai nostri giorni uno dei più bei frutti del Concilio: la partecipazione dei laici alla missione della Chiesa, rischia di rimanere ingabbiato in recinti costituiti da realtà ecclesiali ormai fossilizzatesi nell’unicità della loro esperienza e nella ripetitività di parole e gesti eseguiti a comando. Cosa rimarrà al termine della stagione dei movimenti e quale Chiesa susciterà lo Spirito per il mondo di domani?