Carissimi fratelli e sorelle,


a tutti voi un fraterno, amichevole e cordiale augurio per la festa del nostro patrono San Felice. Ogni anno siamo lieti di poter vivere questo momento di festa, nei suoi aspetti religioso e popolare, e ci sentiamo anche chiamati a fare un piccolo passo avanti nell’assimilare e incarnare i valori evangelici che la testimonianza di San Felice ci trasmette.Tante volte entrando nella chiesetta del convento di Fiuggi mi viene da pensare al tempo che fra’ Felice trascorreva lì ai piedi dell’altare (naturalmente diverso da quello che c’è oggi) all’inizio del suo anno di noviziato (gennaio-febbraio 1544) segnato dalla malattia e da forti stati febbrili, mentre dava l’impressione di non essere adatto ai rigori della for-
ma di vita scelta... eppure il suo maestro, fra’ Bonifacio da Anticoli, insi-
steva: come si può cacciare dall’Ordine una persona che ama passare la
notte in preghiera davanti al Signore?
Sappiamo come è andata a finire: Felice è rimasto tra i Cappuccini fino
alla morte... ma, aldilà della forma di vita abbracciata, credo conti forte-
mente quella che si rivelerà come la motivazione fondamentale del suo
cammino:una ricerca profonda e autentica dell’incontro con Dio. Profonda al punto da dedicarvi non solo il maggior tempo possibile, ma tutto il proprio mondo interiore... autentica perché capace di caratterizzare fortemente la vita come servizio e dono di sé, senza scadere nel sentimentalismo, nel devozionismo, nella fuga dalla realtà. Anche oggi per vivere una autentica esperienza di fede siamo chiamati a cercare e desiderare questo incontro, come ci chiede Papa Francesco all’inizio della Evangelii Gaudium:
Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta (3). E quando questo incontro è avvenuto, quando inizia a cambiare la vita, allora si ha davvero qualcosa da comunicare agli altri: Solo grazie a quest’incontro – o reincontro – con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità. Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice. Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?
(EG 8).Per questo l’augurio è che questa nostra festa, per quanto ripetitiva e usurata in certe manifestazioni, possa essere vissuta, innanzitutto da noi che la proponiamo, come
occasione di un incontro più profondo con Dio, di un avvicinamento più radicale al Vangelo, di una collaborazione più ampia e di una presa in carico più convinta e appassiona-
ta delle sofferenze e dei disagi di chi ci vive accanto. Poche volte, penso, nel quartiere siamo al centro dell’attenzione come nei giorni della festa di San Felice... per questo occorre superare un costante atteggiamento ipercritico (che di fossili spara sentenze ce ne sono davvero troppi) o la tentazione di starsene sempre e comunque in disparte (che di persone che si atteggiano a primi della classe e poi naufragano in atteggiamenti infantili, anche queste ce ne abbiamo fin troppe)... questo nostro territorio ha bisogno di intercettare dentro quello che vede in piazza o per le strade persone ricche interiormente e motivate a intessere relazioni fraterne con tutti. La festa è, dunque, anche un’occasione di verifica di come stiamo diventando quello che ci viene richiesto in questo momento storico:
La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione. Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione. È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario.(EG 28)
La domanda, dunque, alla fine non sarà se la festa è stata bella... ma quanto di evangelico è maturato dentro di noi, quanto ne abbiamo incarnato e partecipato agli altri, come singoli e come comunità...
La prima novità della festa del prossimo anno sta tutta già qui: in un pensare più profondo, in convinzioni radicate nel Vangelo, in motivazioni trasformate in passione, in quell’apertura reciproca dove la fiducia e la stima permettono di allargare il cerchio, di coinvolgere gli altri e renderli protagonisti di un agire comune che non si limita alla ripetizione, ma che sa offrirsi come spazio aperto al nuovo che avanza velocemente in tanti ambiti del nostro territorio.
Vi invito, dunque, a vivere la festa come espressione di “Chiesa in uscita”, senza esibizioni fanatiche (che a questo si riducono troppo spesso certe nostre liturgie e processioni)... che chi ci incontra in questi giorni e si avvicina alla nostra piazza, anche se attirato solo dalle bancarelle o dagli spettacolini, possa intravvedere una Chiesa dalle porte aperte che
sa accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. (EG 46)
Buona festa a tutti!
fra’ Mario