14 toB

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno B


LETTURE: Ez 2,2-5; Sal 122; 2 Cor 12,7-10; Mc 6,1-6

MESSALE
Antifona d'Ingresso Sal 47,10-11
Ricordiamo, o Dio, la tua misericordia
in mezzo al tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode
si estende ai confini della terra;
di giustizia è piena la tua destra.


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura Ez 2, 2-5
Sono una genìa di ribelli, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro.

Dal libro del profeta Ezechiele
In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava.
Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”.
Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

Salmo Responsoriale Dal Salmo 122
I nostri occhi sono rivolti al Signore.

A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni.

Come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.

Seconda Lettura 2 Cor 12, 7-10
Mi vanterò delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia.
A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

Canto al Vangelo Cf Lc 4,18
Alleluia, alleluia.
Lo Spirito del Signore è sopra di me:
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.
Alleluia.

Vangelo Mc 6, 1-6
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.


Tutti noi, penso, ci siamo trovati a volte nell’imbarazzo di dare un giudizio, una valutazione, dei comportamenti, del modo di essere di una persona che abbiamo sempre conosciuto e inquadrato in determinati schemi – che non necessariamente sono sempre delle etichettature pregiudiziali – che inaspettatamente si rivela diverso da quello che conoscevamo. Non è più quello. Così siamo costretti a riconfigurare la sua immagine, ma soprattutto la sua personalità.
Tutto questo non ha nulla di strano. I cambiamenti che notiamo nell’evoluzione di una personalità possono provocare o delusione o esaltazione ed entusiasmo, a seconda delle nostre aspettative.

Tutti gli evangelisti, ciascuno sottolineando aspetti particolari, ci narrano il ritorno di Gesù a Nazaret, dove aveva vissuto per trenta anni.
Questo dato è importante, perché poi costituisce come una parete impenetrabile per entrare nel mistero della persona di Gesù.
Il testo di Marco è il più sintetico e succinto; ci presenta l’aspetto problematico di questo confronto tra Gesù e i suoi compaesani. Non fa riferimento ai sentimenti che provano i suoi concittadini nel vederlo ritornare in patria; mette in risalto alcuni giudizi che vanno a toccare la sostanza della fede.

Il suo insegnamento nella sinagoga dà loro l’occasione per esprimere un giudizio. Sicuramente avevano sentito parlare di lui, ma era come quando arrivano notizie frammentarie di fatti lontani, che non coinvolgono. Ora lo hanno di fronte e fanno la differenza: c’è un abisso tra quello che avevano conosciuto per trenta anni e quello che si trovano di fronte. Dice Marco che sono colpiti dal suo insegnamento, come frastornati, ma questo non suscita in loro alcuna domanda. Il loro stupore è come una frustata ad una specie di assuefazione ai tradizionali insegnamenti e al sistema di interpretazione delle Scritture, crea perplessità piuttosto che un interessamento profondo per lui e per le sue parole. Il fenomeno suscita i commenti, le considerazioni, ma presto si traduce in chiacchiericcio. La fede in questo caso non viene tirata in ballo minimamente. Anzi era per loro motivo di scandalo. Bisogna intendere bene questo termine. Lo scandalo è un impedimento, un inciampo. Possiamo inciampare in tanti ostacoli, a volte persino banali, ma, lo sappiamo per esperienza, anche questi possono causare danni notevoli. In questo caso l’ostacolo è serio e decisivo: è Gesù stesso; inciampano proprio su Gesù. La questione diventa tragica.

Mentre facciamo queste considerazioni la nostra attenzione è rivolta a quella sinagoga di Nazaret, ma se proviamo a raffigurarci Gesù che oggi ci interpella con la sua parola ed esige da noi qualcosa di diverso da ciò a cui siamo assuefatti e che spesso costituisce una specie di sonnifero spirituale, non troveremmo differenze tra noi e i nazaretani.

La risposta di Gesù non è un’autodifesa, ma una dichiarazione valutativa, che richiama il problematico confronto tra i profeti e il popolo di Dio che attraversa tutta la storia della salvezza; la storia si ripete; quello che succede a Gesù non contiene novità: Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua».

Sorge spontanea una domanda: come è possibile misconoscere ciò che sembra lampante o non sentirsi chiamati in causa da una parola autorevole, come quella di Gesù, non discernere l’origine non umana di questa comunicazione?
La prima lettura ce lo dice in modo molto esplicito, con un’immagine detta e ridetta dai profeti: la durezza di cuore. La testa dura, impenetrabile, del popolo di Israele è universale; ci appartiene.

Fare il salto risolutivo e determinante per un superamento della superficialità, della banalità e soprattutto, nell’ambito della fede, di una religiosità spesso di comodo, per aderire ad una parola che mette in discussione la nostra vita, che non ci lascia tranquilli, che ci costringe continuamente a domandarci se davvero stiamo adempiendo la volontà di Dio e rispondiamo a ciò che lui esige da noi, non è un’opzione facoltativa, ma di obbligo.
Non ci viene richiesto di fare scelte spettacolari, né di avventurarci in protagonismi inutili, ma di essere docili. Solo la docilità alla parola ci può rendere sensibili alla voce dello Spirito e ci permette di distinguere i veri dai falsi profeti.
I veri profeti sono poco condiscendenti con la nostra pigrizia, le nostre chiusure, le nostre autodifese; sono esigenti.
I falsi profeti favoriscono i nostri pregiudizi, accontentano la nostra mediocrità, ci confermano nelle scelte di cui ci compiacciamo e contribuiscono a rafforzare la nostra durezza di cuore.
Gesù si meravigliava della loro incredulità.
E’ rattristato da una mancanza di accoglienza che teoricamente era facilitata proprio dalla famigliarità acquisita durante tanti anni di convivenza. Gli estranei hanno meno filtri condizionanti e meno pretese.