Saluto del Parroco

Il desiderio non si addormenta mai

IL DESIDERIO NON SI ADDORMENTA MAI

   Carissimi fratelli e sorelle,
iniziamo la preparazione al Natale con la lettura di un brano tratto dal “discorso escatologico”, che nelle domeniche precedenti abbiamo letto nella versione di Matteo, e oggi, invece, nella versione di Marco, i quattro versetti finali del capitolo 13, in cui risuona per tre volte la parola: vegliate! Del Vangelo di Matteo avevamo ascoltato le parabole delle vergini sagge e stolte e  dei talenti e l’allegoria del giudizio finale, in questo breve tratto di Marco sentiamo alludere ad una stessa situazione: il ritorno improvviso del padrone e la necessità di farsi trovare svegli e pronti. 1 Avvento copia
   Ancora una volta è necessario tenere presenti le situazioni storiche che fanno da sfondo alla predicazione di Gesù e alla sua trascrizione circa 40 anni dopo: siamo infatti negli ultimi giorni della vita del maestro e si è consumato lo strappo definitivo con le autorità giudaiche che determinerà la sua condanna a morte; giorni vissuti, dunque, nella consapevolezza della possibilità di morire da un momento all’altro, nell’ansia e nella concitazione da una parte, ma dall’altra con una convinta adesione al progetto del Padre che lo porterà a consegnarsi volontariamente ai suoi persecutori. Quando le parole di Gesù, divenute oggetto della predicazione degli Apostoli, dopo una quarantina di anni vengono messe in iscritto, siamo nel pieno della prima guerra tra giudei e romani, che si concluderà nell’anno 70 con la distruzione di Gerusalemme e del Tempio. La predicazione delle comunità e il Vangelo scritto riflettono l’atmosfera drammatica di quel momento e l’attesa della fine del mondo che sarebbe avvenuta con la distruzione del Tempio, secondo alcune credenze giudaiche.
   Questo ci fa comprendere perché il discorso sulle ultime cose che avverranno ha dei toni particolarmente cupi e il travisamento che c’è stato nel corso degli anni, fino ai nostri giorni, a motivo di una predicazione troppo moralistica che lo ha trasformato in un avviso minaccioso per i peccatori. Ma Gesù parlava della sua morte imminente e non della nostra, della fine di quel mondo dominato da poteri avversi al progetto di Dio e non della distruzione del pianeta, di saper accogliere responsabilmente anche in mezzo a tante difficoltà ogni opportunità per costruire il regno di Dio e non di lasciarsi ammaliare dalle previsioni dei profeti di sventura. Così anche la prima comunità, afflitta dalle persecuzioni predette dal Maestro (“se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi” Gv 15,20), e spettatrice della distruzione del mondo giudaico, sentiva che  quello era non  il momento di mollare, ma il tempo propizio per dare tutto pur di portare avanti la missione che Gesù aveva loro affidato, come fa il padrone che partendo per un viaggio affida a ciascun servo il proprio compito per amministrare il patrimonio e far progredire le attività.
   La raccomandazione di vegliare che i testi del Nuovo Testamento ci consegnano, allora, risuona per noi come un invito a cogliere all’interno della nostra situazione storica quanto è di impedimento a continuare la missione di Gesù, ad individuare gli ambiti in cui dovremmo impegnarci con determinazione e che forse ci trovano invece assopiti e distratti, a riscoprire quei valori essenziali sui quali costruire la nostra vita perché sia lievito di quel mondo ‘altro da questo’ che sogniamo in nome di Dio e che magari sono passati in second’ordine, se non sono diventati del tutto assenti. Vegliare, perché quell’incontro con Dio che riaccende dentro di noi la passione e l’impegno proprio perché imprevedibile può avvenire in ogni momento, come un’opportunità che si presenta improvvisa e fugge via veloce, e per questo da cogliere al volo (il Vangelo di Marco per descrivere questo momento usa il termine greco ‘Kairòs’, il nome del dio mitologico dai piedi alati che passava sempre di corsa). Vegliare perché Dio è colui che ci viene incontro, che arriva quando non te l’aspetti, che è già venuto in mezzo a noi in tanti modi, che è venuto di persona in Gesù, e che continuerà a venire ed ad arrivare, pronto a fermarsi ed essere il Dio con noi, a condizione che siamo pronti ad accoglierlo, altrimenti non ci rimarrà che costatare amareggiati che è già passato altrove.
  Vegliare, dunque, continuo a ripeterlo, è diverso da aver paura, dal provare smarrimento di fronte all’imprevisto o dall’essere pronto a fuggire altrove quando il mondo sembra crollarti addosso… è piuttosto saper riconoscere negli avvenimenti le mani di Dio che ti plasmano e  che danno saldezza al cammino di ogni giorno (come ci suggeriscono le prime due letture di oggi), è quell’insonnia salutare che ci prende certe notti quando sappiamo che il giorno dopo ci sono cose particolarmente importanti che ci attendono, è lo sguardo vigile di chi non solo bada a custodire le proprie risorse, come un portiere di notte, ma è sempre alla ricerca di nuovi spazi in cui impiegarle e sa riconoscere quelli in cui ce né più necessità.  
   Credo che questo tempo di pandemia che ci impone brusche frenate e cambiamenti di ritmo, dopo gli anni della presunzione e della frenesia dell’avere tutto e subito, dell’attesa del fine settimana per estraniarsi dal vissuto di ogni giorno, anche solo magari con una notte di sballo o con una gita ‘fuori porta’,  sia in qualche modo un tempo propizio per riassaporare il gusto della veglia e dell’attesa, non solo del giorno in cui ci diranno che tutto è finalmente finito, ma del ritorno di dimensioni dimenticate, del risveglio di passioni assopite, della ripresa del desiderio di costruire un mondo più umano e fraterno, dove anche Dio possa tornare ad essere di casa.
   Buona settimana, fra’ Mario.

 

   
  

Amare, o morire di indifferenza

 
   Carissimi fratelli e sorelle,
siamo arrivati all’ultima domenica dell’Anno Liturgico, in cui celebriamo Gesù con il titolo di “Re dell’universo”, e concludiamo oggi la lettura del capitolo 25 di Matteo con il brano che ci offre la descrizione allegorica della vittoria definitiva del bene sul male che avverrà “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”. 
   Come sappiamo, il o i redattori del Vangelo attribuito a Matteo, hanno raccolto gli insegnamenti di Gesù in cinque grandi discorsi: il primo, quello per così dire programmatico, detto “della montagna”, si apre con la pagina magistrale delle Beatitudini, sullo stile di vita di quanti lasciano regnare Dio sulla loro vita, e l’ultimo si chiude con un insegnamento altrettanto fondamentale sulla vita eterna, che non è quella che ci aspetta dopo la morte, ma è quella che l’Eterno ci comunica giorno per giorno, prendendosi cura di noi e chiedendo a noi di fare come Lui: prenderci cura dei più piccoli della terra.
   Un discorso finale, potremmo dire, veramente “con il botto”, di gran effetto e capace di comunicarci l’essenza dell’insegnamento di Gesù, un po’ come fa anche Giovanni nei discorsi della cena d’addio, in cui il maestro consegna ai discepoli le sue ultime volontà: “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). Il Vangelo dell’”Emmanuele”, del “Dio con noi” (Mt 1,23) “tutti i giorni fino alla fine dei tempi” (Mt 28,20) consiste nel saper riconoscere la presenza di Dio negli uomini, a partire dai più piccoli. In un mondo in cui, soprattutto oggi, si può vivere “come se Dio non ci fosse”, il credere sceglie di vivere “come se Dio ci fosse”, sa cogliere la sua “presenza” nei fratelli e nelle sorelle che ama. Il Dio di Gesù alla fine dirà: non mi hai mai visto, ma tutto quello che hai fatto a uno dei più piccoli lo hai fatto a me, perché io sono presente in loro che desiderano essere amati, perché tu mi rendi presente per loro con la tua capacità di amare.
   Questa essenzializzazione definitiva della fede, oltre la quale non ce n’è una migliore, Gesù ce la presenta con la metafora tipica della predicazione apocalittica, e presente in molte tradizioni religiose, del “Giudizio finale”. Evocando la visione notturna, il sogno, del profeta Daniele sull’atteso trionfo di uno simile a un “Figlio di uomo” sul malvagio dominio babilonese (cosa che al tempo di Matteo la comunità si aspettava fosse compiuta da Gesù nei confronti dei romani), e la predicazione di Ezechiele contro i pastori d’Israele che violentavano le pecore più deboli (le incornano come le capre) e si arricchiscono alle loro spalle (diventando pecore grasse) (Ez 34) per cui Dio interverrà in favore delle pecore più deboli, separandole dalle grasse e dalle capre, Gesù esprime da un lato un giudizio definitivo sui capi politico-religiosi del suo tempo, bramosi di potere e ricchezza, ma indifferenti alle necessità dei più deboli, dall’altro offre ai discepoli l’indicazione sull’unica cosa che essi devono cercare se davvero amano Dio: mettere la vita a servizio degli ultimi. 
   Permettetemi, pertanto, fratelli e sorelle, di invitarvi ancora una volta ad abbandonare quella visione giustizialista del giudizio di Dio, tipica dell’indottrinamento della nostra infanzia, secondo la quale alla fine della vita e della storia ci verrà chiesto conto delle nostre azioni, e verremo premiati o puniti a seconda del bene o del male commessi… L’immagine del giudizio finale, in realtà, non è che uno dei tanti modi per esprimere la radicalità di una scelta di fede, il lasciare a Dio una totale signoria sulla nostra vita, e in suo nome combattere ed estromettere da essa ogni forma di male per lasciarci orientare esclusivamente da quella forma sublime di bene che è l’amore. Non per niente l’elenco delle azioni su cui verterà la verifica offerto da Gesù (che amplifica di poco quello di Ezechiele rivolto ai pastori: prendersi cura delle pecore deboli, inferme, ferite, smarrite…) non contiene nessuno degli insegnamenti dottrinali, dei comandamenti classici, dei precetti morali o delle prescrizioni per il culto, quasi a ribadire che non si tratta di un rendiconto sull’osservanza di tutto questo, ma di una pienezza di vita e di gioia che si raggiunge soltanto attraverso l’amore. “Il Dio di Gesù – scrive A. Maggi - non chiederà mai se si è creduto in lui, ma se si è amato come lui”.
   E proprio coloro che sono vissuti nell’amore e nel servizio delle persone più deboli, con mitezza e misericordia, Gesù li proclama “beati” all’inizio della sua predicazione e ora “benedetti dal Padre mio”, perché hanno portato a termine il progetto vi vita propostogli. “Benedizione” è una delle parole più belle della Bibbia: essa sta ad indicare che Dio è il bene, è solo bene, un mondo di bene che Egli fa scendere sugli uomini mediante la sua parola rivitalizzante e amandoli uno per uno. Gesù, per chi crede in Lui, è questa parola viva del Padre, l’amore incarnato e portato alla sua pienezza con il dono della vita. Il credente è un benedetto in quanto investito dall’energia di questa parola e conquistato dalla bellezza di questo amore, una luce incontenibile che egli fa splendere sul candelabro della quotidianità: “così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone” (Mt 5,16) e riconoscano che Dio ne è la sorgente. Quando il bene annunciato diviene motivo del proprio agire e comincia a trasfigurare le vite a partire dalle fragilità, lì c’è davvero benedizione e inizia il mondo di Dio.
   Dove, invece, regna l’indifferenza, la malignità e l’incapacità di spendersi per gli altri inizia l’inferno, quel modo di vivere in cui le persone “bruciano” letteralmente la loro esistenza, la rendono sterile e inutile, un ammasso di rifiuti destinati all’incenerimento, come avveniva nella valle di Hinnom a Sud di Gerusalemme, l’inceneritore delle immondizie e delle carcasse animali, dove il fuoco è perennemente acceso, e che già Gesù aveva evocato come destinazione di chi si adira con il proprio fratello o lo disprezza offendendolo o ignorandolo (Mt 5,22), passo che Papa Francesco commentava così in una catechesi: “Per annientare un uomo basta ignorarlo. L'indifferenza uccide. Ogni volta che esprimiamo disinteresse per la vita altrui, ogni volta che non amiamo, in fondo disprezziamo la vita”.
   E’ l’indifferenza la grande maledizione della vita, la grande nemica di Dio e del prossimo, al punto da far dire a Gesù nei confronti degli indifferenti un’espressione che mai avevamo sentito sulle sue labbra: “lontano da me, maledetti”. Credo che, conoscendolo bene, possiamo affermare che Gesù non ce l’avesse affatto con le persone, ma sicuramente si tratta di una maledizione contro l’indifferenza, il grande male capace di determinare il fallimento definitivo dell’uomo.
   E’ bene allora far tornare alla nostra mente le denunce di Papa Francesco contro quel grande male di oggi che è la “Globalizzazione dell’indifferenza”. Ancora prima che scoppiasse questa disastrosa pandemia Egli si esprimeva così: “Non mi stanco di ripetere che l’indifferenza è un virus che contagia pericolosamente i nostri tempi, tempi nei quali siamo sempre più connessi con gli altri, ma sempre meno attenti agli altri”. E anche adesso che conosciamo e sperimentiamo la pericolosità del Covid 19, non dimentichiamocelo che c’è un virus ben peggiore che può annientare e rendere insensata la nostra esistenza. Non c’è umanità ne autentica esperienza di fede laddove non ci si prende cura del prossimo fragile e bisognoso, come ci ricordava ancora Papa Francesco nella giornata del povero lo scorso 15 novembre: “C’è tanta fame, anche nel cuore delle nostre città, e tante volte noi entriamo in quella logica dell’indifferenza: il povero è lì, e guardiamo da un’altra parte. Tendi la tua mano al povero: è Cristo”.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario. 

 

AVVISO Prime comunioni: educhiamo da cristiani i nostri figli

Prime comunioni: educhiamo da cristiani i nostri figli
22 NOVEMBRE 2020 – FESTA DI CRISTO, RE DI PACE E DI FRATERNITA’

   Carissimi bambini,
il 22 novembre è l’ultima domenica dell’anno liturgico, la conclusione del lungo cammino che abbiamo fatto seguendo passo dopo passo la vita di Gesù, guidati quest’anno dal Vangelo di Matteo. Chi è davvero Gesù? Oggi noi lo riconosciamo come il “Re dell’universo”. Che significa?
Vi farò una domanda: chi sono, secondo voi, i personaggi più importanti della storia?
   I politici che governano le nazioni? Quelli che hanno tanti soldi? Le autorità religiose? I personaggi famosi dello spettacolo o dello sport? Quelli che hanno tante visualizzazioni su “tik tok”?
   Al tempo di Gesù tra i personaggi più importanti c’erano soprattutto i re, per questo nella sua predicazione Egli paragonerà Dio a un grande re che vuole fare di tutto il mondo il suo regno. Ma a differenza dei re della terra guidati dall’ambizione, dalla bramosia di potere e di ricchezza, e spesso per niente interessati alle necessità dei più poveri e dei più deboli… il Dio di Gesù è un re buono, che ama tutti gli uomini come suoi figli, che assicura a tutti giustizia e pace, che vuole che tutti stiano bene e siano felici.
   Per questo noi oggi paragoniamo Gesù ad un re che non somiglia però a quelli della terra, ma a Dio in persona, perché si è fatto servo di tutti e ha donato la sua vita per noi. Ecco, uno capace di amare così per noi è il personaggio più importante della storia e della nostra vita, perché ci insegna che potremo stare davvero bene ed essere felici quando anche noi saremo, come Gesù, capaci di amare tutti, a cominciare dai più bisognosi ed emarginati. 
   E se io oggi vi dicessi: farete la prima comunione solo quando sarete capaci di amare gli altri come Gesù? E’ molto bello, potreste rispondermi voi, ma anche tanto impegnativo. Beh, allora, potremmo rigirare la frase: noi ci ritroviamo insieme la domenica per ascoltare la Parola di Dio e consumare il pane e il vino, che sono il segno della vita che Gesù ha donato per noi, proprio per imparare, giorno per giorno, ad amare come Gesù ha amato noi, e per essere sempre più consapevoli che amare Dio e il prossimo, hanno la stessa importanza e sono l’unica cosa che ci farà davvero forti e felici.
   Per questo, nonostante le paure e difficoltà che viviamo in questi giorni di pandemia, con i catechisti invitiamo voi bambini e i vostri genitori a incontrarci, nel massimo rispetto delle attuali disposizioni sanitarie (non avere febbre o altri sintomi influenzali o similari, non essere stati in contatto con persone malate di covid né in casa propria né altrove, indossare le mascherine, tenere le distanze e igienizzare le mani…), per celebrare insieme la Messa per l’inizio del nuovo Anno Liturgico la prima domenica di “Avvento” (ricordate? Chiamiamo così le quattro settimane di preparazione al Natale).
   Attenzione: per gli iscritti del 2018 e del 2019 la Messa ci sarà sabato 28 novembre alle ore 16,30; per gli iscritti nel 2020 domenica 29 alle ore 16,00.
   Vi aspettiamo, siate prudenti e prendiamoci cura con affetto fraterno della salute e dei problemi gli uni degli altri. fra’ Mario.
   Vi ricordo che potete seguire ogni giorno gli eventi che si tengono in Chiesa sull’app BELLTRON STREANIMG parrocchia san felice da cantalice o sulla pagina facebook della parrocchia, nonché incontrarvi con gli amici del vostro gruppo sulle piattaforme che i catechisti vi indicheranno: meet, zoom…
      

Risorse da non sciupare



Carissimi fratelli e sorelle,
continuiamo in questa trentatreesima domenica del tempo ordinario la lettura del capitolo 25 di Matteo con la lettura di un’altra parabola molto conosciuta, quella dei talenti.33 anno A
Come abbiamo già visto domenica scorsa riflettendo la parabola delle dieci ragazze che partecipano al corteo nuziale, le comunità cristiane nel momento in cui il Vangelo viene redatto stanno vivendo un momento particolare: esse sono in attesa del ritorno glorioso del Signore in mezzo a loro, che però tarda a venire. Così in quella parabola si dice che lo “sposo tardava”, in quella di oggi dei talenti che il padrone ritornò “dopo molto tempo”, e nella descrizione del giudizio finale non c’è accenno al tempo in cui esso avverrà: “quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria”, ma trattandosi appunto del giudizio definitivo questa venuta va di per sé collocata non da un momento all’altro ma in quello conclusivo della storia. Torna allora la domanda: come comportarsi nel frattempo, pur tenendo lo sguardo puntato sulla realtà di un compimento finale sia della propria vita che della storia?
La risposta non è così scontata né risolutiva, tanto è vero che ci viene indicata attraverso parabole, attraverso elementi allusivi e a volte anche paradossali, offerti forse per provocare più un atteggiamento di apertura e di prontezza verso i vari scenari che possono aprirsi, piuttosto che rinchiudersi nella presunzione di avere l’unica risposta valida e non negoziabile. Quando tornerà il Signore e cosa avverrà al suo ritorno? Questa domanda che fa da sfondo ai due testi del Vangelo e della seconda lettura di oggi e che manifesta la speranza di chi aveva vissuto con Gesù di vedere al più presto realizzata la sua promessa di un prossimo ritorno e con esso della trasformazione definitiva del mondo, oggi non desta più lo stesso interesse non solo all’interno di un mondo secolarizzato in cui la fede “non fa più parte dei presupposti del vivere comune” (papa Francesco), ma probabilmente all’interno dello stesso mondo credente, così spesso incapace di una vita all’altezza delle grandi cose attese, ma sempre rimandate, se non addirittura ostacolate.
Eppure, proprio in questo tempo in cui certezze e determinazione ad impegnarsi per qualcosa che vada oltre la dimensione dell’appagamento immediato si liquefanno, è più che mai necessario rimettere a fuoco desideri profondi e necessità reali, definire in base ad essi gli obiettivi da raggiungere, e costruire su di essi le motivazioni che indirizzano il proprio cammino quotidiano, in cui si intrecciano entusiasmo e fatica, impegno e disillusione, realizzazioni e fallimenti. La parabola di oggi può essere di grande aiuto in un percorso del genere a condizione che non vi si approcci con una mentalità moralistica (Dio ti chiederà conto di quello che fai), o persino giustizialista (Dio te la farà pagare per tutti i tuoi sbagli), o con quell’atteggiamento religioso disincarnato per cui tutto è rimandato ad un’altra vita dopo questa. Abitiamo nella storia di tutti i giorni nella consapevolezza, per coloro che ne cercano il senso, che questa non è la ragione ultima della nostra esistenza: come vivere il presente, ciò che è già e fa presto a diventare ciò che è stato, in connessione con il nostro futuro prossimo e remoto, che ancora non è e che spesso arriva molto più tardi di quanto speriamo?
Il Regno di Dio, con i suoi obiettivi e gli stili di vita da assumere, questa realtà, questo sogno, questo principio dinamico che già fermenta l’oggi, ma il cui compimento è sempre oltre il prossimo futuro, Gesù lo paragona ancora ad un ricco signore che partì per un viaggio che sarebbe durato “molto tempo” e che lasciò tutto il suo patrimonio in mano a tre suoi amministratori, a ciascuno secondo la propria capacità. Due di questi contagiati dalla fiducia e la generosità con cui il padrone li aveva coinvolti nel progetto, con spirito di iniziativa raddoppiarono il capitale, meritando la lode del signore al suo ritorno. Il terzo riconsegnando il capitale così come lo aveva ricevuto, senza aver tentato nulla per paura e per pigrizia, venne cacciato via. A chi di questi vale la pena di somigliare?
La comunità nella quale il Vangelo di Matteo ha preso forma scritta non ha avuto dubbi nell’avere in avversione il comportamento dell’ultimo amministratore, probabilmente con l’affievolirsi della speranza di un ritorno immediato del Signore, in alcuni dei suoi membri era prevalso un atteggiamento di pigrizia e di disimpegno, paragonabile ad un vero e proprio fallimento e meritevole dell’espulsione dalla comunità. Allo stesso modo le nostre comunità sono chiamate a verificarsi sull’intensità della propria passione e del proprio impegno, consapevoli che si finisce per perdere del tutto quello che non si è capaci di far crescere (a chi non ha verrà tolto anche quello che ha).
Come sempre una parabola offre non soltanto una sua “morale”, ma apre diverse piste di riflessione attraverso l’analisi dei molteplici particolari. Vorrei soffermarmi un attimo sull’immagine del ricco signore che si assenta per molto tempo… Nella parabola essa indica la distanza di tempo (pensata come breve dalle prime comunità) tra la morte/risurrezione e il ritorno glorioso del Signore… Ai nostri giorni essa può stare ad indicare un po’ tutta la storia, vista come lo spazio in cui gli uomini sono chiamati ad amministrare con frutto il patrimonio che il Signore ha messo nelle loro mani, la sua assenza prolungata è infatti un invito esplicito ad agire in suo nome, quindi con responsabilità, e con la stessa creatività e passione. Questa assenza però nel nostro tempo sta generando l’attitudine a vivere come se lui non ci fosse o come se si possa tranquillamente fare a meno di lui… Come possono i credenti affrontare questa nuova sfida e testimoniare che la fiducia nel Signore è molto più costruttiva del lasciarsi guidare solo da emozioni e opinioni?
Anche l’immagine dei talenti merita un ulteriore approfondimento: essi non rappresentano, infatti, le qualità della persona, che essa deve sforzarsi di far fruttificare per avere una ricompensa, ma le risorse immense che Dio mette a disposizione di ciascuno… anche un solo talento era una moneta che la maggior parte degli uomini al tempo di Gesù non potevano permettersi di possedere, corrispondeva alla paga di seimila giornate lavorative, ossia di circa venti anni, una vita… l’uomo che credeva di non avere abbastanza forze per farlo fruttare ha buttato via la sua vita, vittima delle sue frustrazioni (pianto e stridore di denti). Sarebbe bastata la gratitudine, lasciarsi guidare dal criterio offerto da Gesù agli apostoli per poter affrontare la loro missione: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8). E’ solo la gratitudine che permette di valorizzare le risorse per il bene di tutti, senza cedere alla tentazione di appropriarsene. In ogni epoca, in ogni vita, in ogni cultura Dio ha seminato risorse immense… quali sono quelle del nostro tempo che non dobbiamo assolutamente sciupare?
Vorrei concludere questa riflessione, fratelli e sorelle, applicando la parabola a questo tempo particolare di attesa e di rimandi che stiamo vivendo a causa della pandemia. Per la salvaguardia della salute di tutti siamo costretti a fare a meno di tante cose, non si può uscire di casa, non ci si può incontrare, abbracciare… a molti sta mancando persino l’opportunità di lavorare e di assicurarsi il necessario… in ambito ecclesiale ci sono addirittura persone che sono in ansia perché non sanno quando potranno celebrare il battesimo, la cresima o la prima comunione… ma quando a certe impostazioni o certi appuntamenti, la cui scadenza è dovuta più all’abitudinarietà che alle convinzioni, non è possibile dare continuità… quali sono le risorse alternative che stanno sostenendo non tanto l’attesa del ritorno alla normalità, ma la speranza di un passaggio a nuove mentalità e nuovi stili di vita?
Buona settimana a tutti, fra’ Mario.

Svegli con le fiaccole accese

 

   Carissimi fratelli e sorelle,32 annoA
in questa trentaduesima domenica del tempo ordinario leggiamo un brano del Vangelo di Matteo tratto da quella sezione in cui egli ha raccolto gli insegnamenti di Gesù sugli avvenimenti degli ultimi giorni e sugli atteggiamenti da assumere in vista di essi, redatti ancora una volta nella forma di discorso, che viene chiamato “escatologico” (da ‘escaton’, cioè ultimo), esattamente il quinto dei cinque grandi discorsi contenuti nel vangelo (forse come richiamo esplicito ai primi cinque libri della Bibbia, fondamenti della religione ebraica, così come i cinque grandi discorsi di Gesù sono fondamenti del discepolato). In particolare iniziamo la lettura del capitolo 25 contenente le parabole delle dieci vergini e dei talenti e la descrizione profetica del giudizio finale.
    Nel capitolo nove, in una controversia con i farisei sul digiuno, Gesù diceva: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”. Con questa frase Gesù affermava se stesso come lo sposo messianico che realizza la nuova alleanza con Dio, ma anche come lo sposo che verrà tolto di mezzo con un ingiusto processo e la condanna a morte, momento ormai quasi giunto nella pagina di vangelo che stiamo leggendo oggi. 
   Gesù, inoltre, aveva anche annunciato, con la sua risurrezione anche la “parusia”, cioè il suo ritorno glorioso e permanente in mezzo ai suoi, in un giorno conosciuto solo dal Padre, giorno comunque atteso come imminente dai suoi discepoli e dalle comunità da loro fondate, lo stesso Paolo, scrive ai tessalonicesi: “noi che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore” (1Tes 4,15), come leggiamo nella seconda lettura di oggi. Giorno, tuttavia, che al tempo in cui vangelo viene redatto non è ancora arrivato. Aspettare ancora o archiviare il tutto come una splendida ma ormai finita avventura?
   Se la domanda era legittima allora figuriamoci oggi, a circa duemila anni di distanza, immersi in un processo sempre più veloce e irreversibile di marginalizzazione delle religioni o comunque dotati di competenze che ci permettono di demitizzare molti aspetti della nostra vita religiosa: dobbiamo davvero aspettare ancora come imminente un ritorno del Signore e la fine di un mondo a lui ostile? O dobbiamo essere anche noi, come le generazioni precedenti, armati di tanta pazienza nell’attesa di un evento che potrebbe compiersi fra migliaia o milioni di anni? E se riteniamo ancora sostenibile questa attesa, che tipo di rilevanza essa può avere in questo preciso momento storico, che Papa Francesco ci invita a leggere come un “cambiamento di epoca” e di veloci trasformazioni del modo di vivere?
    In altre parole, fratelli e sorelle, pur prestando una compassionevole attenzione a quei pochi psicolabili che anche in questa pandemia intravedono un segno anticipatore dell’imminente fine del mondo, credo che anche qui il discorso porti la nostra attenzione non su eventi terrificanti che ormai sappiamo essere una caratteristica del genere narrativo apocalittico, ma sul senso profondo del nostro modo di stare al mondo, sugli obiettivi che sentiamo possano dare compimento al nostro cammino quotidiano. Non per niente Gesù inizia la parabola delle dieci vergini pronte per partecipare al corteo nuziale ancora una volta (e sarà anche l’ultima) con l’espressione: “il regno dei cieli”, che è lo stesso che dire il “regno di Dio”, e che indica questo stesso mondo in cui tutti viviamo, nel quale i cercatori di Dio, coloro che si mettono sotto la sua signoria, cercano di essere lievito della crescita del bene, sale della fratellanza che insaporisce il vivere insieme, luce che permette la visione e l’armonizzazione di tutti i colori.    
   In ogni tempo, allora, i cercatori di Dio, dai discepoli della prima generazione a noi e a quelli della nuova epoca che sta iniziando, sono paragonabili a quelle ragazze non ancora sposate che, secondo gli usi ebraici, aiutavano la sposa nei preparativi della prima notte di nozze: il rituale bagno di purificazione, l’indossare la veste nuziale, l’adornarsi di gioielli, l’attesa dello sposo che venisse a prenderla verso sera per portarla nella propria casa, accompagnati dal corteo nuziale in cui  esse avevano il compito di illuminare la strada con le loro fiaccole.  Paragonabili, dunque, i credenti a dei soggetti attivi, mobilitati da uno spirito di festa e attenti alla cura di ogni piccolo particolare. Altrimenti, dice Gesù, si rischia di fare la fine di quelle cinque ragazze che fecero la stupidaggine di non prendere con sé abbastanza olio in previsione di un ritardo dello sposo e non solo non fecero in tempo a partecipare al corteo nuziale ma arrivarono a festa finita, con gli sposi ormai chiusi nella loro stanza nuziale a consumare la loro la prima notte d’amore.
   “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora” è la conclusione tirata da Gesù. All’inizio del capitolo successivo Matteo racconta che terminati questi discorsi (tra i quali la parabola delle dieci vergini) Gesù disse: “tra due giorni è Pasqua e il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso”, quindi qualche giorno dopo Egli consapevole dell’arrivo della sua ora chiederà a Pietro e ai due figli di Zebedeo nell’orto degli ulivi “restate qui e vegliate con me”. Allontanatosi per pregare da solo tornerà da loro poco dopo trovandoli addormentati e dirà a Pietro “Così non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?”. E sì, proprio nel momento cruciale, in cui Gesù si abbandonava completamente alla volontà del Padre, essi si erano addormentati, fallendo l’obiettivo di accompagnare il Maestro all’appuntamento decisivo, alle nozze messianiche compiutesi sulla croce, in cui Egli ha offerto la sua vita per l’umanità.
   “Vegliare”, dunque, non significa evitare di farsi trovare impreparati da eventi imprevisti quali potrebbero essere la fine improvvisa della vita o del mondo, ma essere pronti nei momenti decisivi, quelli nei quali bisogna dare prova della propria fedeltà e offrire il meglio di se stessi. Il credente vigilante, allora non è una persona terrorizzata dall’incertezza degli eventi futuri o che si rassegna tristemente di fronte all’inevitabilità dell’evoluzione di talune situazioni, a volte anche drammatiche, o che cade in depressione provando un senso di impotenza di fronte alle grandi sfide della vita… tutt’altro… egli è “vigilante” perché non lascia spegnere le grandi intuizioni che orientano la sua vita, perché non rinuncia ad avventurarsi in quei nuovi spazi di ricerca di Dio e di servizio del prossimo che apre il desiderio, perché sa discernere sempre ciò che conta davvero e sa impegnarci sopra le energie migliori.
   Per vivere questo tipo di “vigilanza”, per essere pronto ad accogliere il Dio che “viene incontro” nei passaggi decisivi della vita, il credente, allora, non deve mai farsi trovare senza olio: l’olio della sapienza e del discernimento, del desiderio e della ricerca, della pazienza e della lungimiranza, della disponibilità e dell’operosità, della passione e della carità. Olio che non va mendicato dagli altri, né acquistato da venditori a buon mercato, ma attinto a quel frantoio inesauribile, a quella luce sempre accesa che è la Parola di Dio, la sola capace di liberare da ansie e paure e di trasformare i tanti imprevisti della vita in liete sorprese.
   Buona settimana a tutti, fra’ Mario.