Pubblichiamo alcune riflessioni sull'accoglienza nelle famiglie e in parrocchia dei giovani partecipanti all'incontro europeo di Roma (28 dicembre-2 gennaio)


VOLEVO DARE...HO RICEVUTO TANTO

Molto spesso mi sento chiedere da parte di persone che non credono o che credono poco quale differenza ci sia tra chi fa del bene in nome di Cristo e chi lo fa e basta.
La risposta non è mai semplice né univoca ma a me piace rispondere con una delle frasi di cui amo circondarmi e che sono scritte dietro la mia scrivania in ufficio:
“ Chi non crede vede una difficoltà in ogni opportunità, chi crede vede un’ opportunità in ogni difficoltà” .
Proprio pensando a questo, quando i Frères di Taizé attraverso il parroco ci hanno chiesto di impegnarci per organizzare il 35° Incontro Europeo dei Giovani a Roma, nella nostra parrocchia, abbiamo aderito all’invito con gioia e insieme ad un manipolo di giovani anziani abbiamo deciso di impegnarci convinti di poter restituire quello che noi avevamo ricevuto tanti anni fa quando partecipammo, allora giovani giovani, ai vari incontri europei di Parigi Londra e Barcellona.
L’inizio non è stato dei più semplici, specie dopo il primo incontro con i volontari che stavano organizzando l’incontro, eravamo andati per dare la nostra disponibilità a cercare un centinaio di posti nella nostra parrocchia, e tornavamo a casa con quella che loro chiamavano la sfida di trovarne duecento.
Fatti i primi conti ce ne mancavano solo centotrenta per vincere la sfida ma come sempre ci ripetevamo che se il Signore è dalla nostra parte non temiamo nulla e andavamo avanti.
Siamo andati avanti a piccoli passi fino al venerdì precedente l’inizio dell’incontro quando con un colpo di scena degno dei migliori palcoscenici, il miracolo è avvenuto: rifacendo i conti eravamo arrivati a duecentotrentacinque; LA SFIDA ERA VINTA.
Il giorno dell’accoglienza non so se eravamo più eccitati noi che i ragazzi che ci aiutavano ad accogliere i pellegrini, ognuno cercava di fare il massimo in una apparente disorganizzazione totale che risultava però essere una perfetta sincronia. A fine serata facendo i conti il totale era duecentoquarantuno aldilà di ogni più rosea aspettativa. Che gioia!!!!!!
I giorni seguenti sono stati un tripudio di gioia, i sentimenti si accavallavano gli uni con gli altri creando una sinfonia di emozioni che nemmeno il più grande musicista del mondo sarebbe stato in grado di creare, i volti nuovi gli sguardi complici le mani strette gli abbracci ricevuti, probabilmente non ho sentito tante parole di amore così concentrate nel tempo e non sono nemmeno in grado di dire se le persone che mi stavano accanto erano della mia stessa confessione perché eravamo tutti di Cristo e la mia mente andava in continuazione alla lettera ai Corinzi si stava forse realizzando quanto esortato nella lettera da Paolo? “10Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti.”
Ho visto italiani parlare inglese agli ucraini, rumeni parlare italiano ai croati, sembrava che lo Spirito Santo fosse sceso su di noi per quanto era facile comprenderci gli uni con gli altri e allora veniva spontaneo affermare: ma allora non è così difficile andare d’accordo!
Le riflessioni di Frère Alois, i momenti di silenzio nelle preghiere i vecchi canti di trenta anni fa e i nuovi sempre così facili da imparare è inimmaginabile che tutto sia così semplice e improvvisamente come un’onda di calore che viene dal dentro ti pervade e in quel momento ti accorgi quanto sia importante essere lì e quanto ti sta dando questa esperienza improvvisa inaspettata e gratuita.
Mercoledì mattina alla partenza dei gruppi mi assale un pensiero di quanto tutto ciò sia stato improvviso breve ed intenso e mi domando e se non fossi stato pronto? Per un attimo ricordo il brano delle vergini con le lanterne accese, e il paragone mi sembra calzante l’accoglienza non si può dare solo se si ha tempo se non si è stanchi o non si ha nulla di meglio da fare, non bisogna farsi cogliere impreparati per non sentirsi dire un giorno: “ero pellegrino e non mi hai accolto”.
Mentre li vedevo lentamente defluire pensavo a quanto ero stato fortunato nel vivere questa esperienza, e mi ritornava in mente un vecchi canto, Fai un passo avanti e lui ne farà cento, è questo quello che siamo chiamati a vivere fare il primo passo incuranti di chi ti sta intorno, e riceveremo sempre molto di più di quello che abbiamo dato.

Marco