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XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C

LETTURE: Zc 12,10-11; 13,1; Sal 62; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

MESSALE

 



LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura Zc 12, 10-11; 13.1
Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37).

Dal libro del profeta Zaccarìa
Così dice il Signore:
«Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto. Ne faranno il lutto come si fa il lutto per un figlio unico, lo piangeranno come si piange il primogenito.
In quel giorno grande sarà il lamento a Gerusalemme, simile al lamento di Adad-Rimmon nella pianura di Meghiddo.
In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità».

 

 


Salmo Responsoriale
Dal Salmo 62
Ha sete di te, Signore, l'anima mia.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.

Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.

Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.

Quando penso a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia:
la tua destra mi sostiene.

Seconda Lettura Gal 3, 26-29
Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Fratelli, tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo.
Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.
Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Canto al Vangelo Gv 10,27
Alleluia, alleluia.

Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia.


Vangelo Lc 9, 18-24
Tu sei il Cristo di Dio. - Il Figlio dell'uomo deve molto soffrire.

Dal vangelo secondo Luca
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

 


 

 

Il discorso che viene affrontato oggi ha una sua logica interna per i credenti, anche se misteriosa. Per i non credenti è un discorso insipiente, proprio come la pensavano sia i giudei che i greci. Sotto questo aspetto non c’è alcuna differenza tra loro anche se partono da presupposti completamente divergenti. S. Paolo dirà: i giudei cercano i miracoli, i greci la sapienza. Nel discorso di Gesù non c’è nell’uno né l’altra opzione. S. Paolo dirà che c’è un’altra sapienza e un’altra potenza di Dio che l’uomo non conosce.

Questa è una pagina ostica anche per la nostra cultura moderna.

Il materialismo, il consumismo, l’albagia del potere della scienza non ammettono che nella sofferenza e nella croce ci sia qualche valore degno di essere preso in considerazione. La sofferenza è una condizione malvagia e riprovevole, è la negazione dell’autoaffermazione dell’uomo, del superuomo di Nietzsche, che sembra riemergere continuamente sotto forme e volti cangianti. E quando l’uomo si sente sconfitto dalla sofferenza e dalla morte preferisce scomparire, annientarsi; è la fuga dalla vita nella sua connotazione tragica, ma anche un modo per riaffermare il proprio potere sulla morte e sulla vita. Tutto il contrario di quanto troviamo nel vangelo di oggi.

 

Vediamo qual è invece il pensiero di Gesù.

S. Luca mette in risalto che Gesù si trova con i discepoli in un luogo deserto a pregare. Un momento, quindi, di pace, di serenità, di pienezza.

In questa atmosfera pone un domanda che i discepoli non si aspettavano avesse dei risvolti così drammatici.

Ci tiene a distinguere l’opinione della gente e quella dei discepoli. La gente ha idee confuse e opinioni differenti, legate più ad un immaginario miracolistico, che reale.

Ma loro, i discepoli, che idea si sono fatta? Pietro coglie nel segno: «Tu sei il Cristo di Dio».

La parola Cristo per noi è troppo legata ad uno sviluppo successivo della riflessione sull’identità di Gesù. Ma nella sua accezione originale dovremmo precisare: Tu sei l’Unto di Jahve, con tutte le sue reminiscenze e allusioni storiche alle sue promesse. Gesù approva, ma anche per i discepoli questa definizione contiene delle aspettative che non vanno nella direzione intesa da Gesù.

Infatti la dichiarazione successiva di Gesù è spiazzante. L’Unto di Jahve non è un personaggio glorioso alla maniera umana; anzi va incontro alla sofferenza e alla morte. Quale smarrimento ha dovuto produrre questa dichiarazione nei discepoli! E’ l’oscurarsi di un avvenire già previsto splendido. Non ci sono più le coordinate necessarie ad uno sviluppo logico razionale, che appare compromesso.

D’altra parte i discepoli non potevano tener conto della conclusione, sempre presente in queste dichiarazione di Gesù, che prevede la risurrezione; una parola senza una concretezza verosimile.

 

Ciò che hanno provato i discepoli è così vicino a noi, alla porta dei nostri giorni. Tutte le domande che noi ci facciamo di fronte ad eventi che stroncano le nostre speranze, esprimono il nostro disappunto e il nostro scetticismo nell’attribuire loro un senso. Non vi troviamo grandi valori da condividere e da esaltare.

Ma davvero hanno un contenuto da valorizzare come un tesoro nascosto?

Vediamo la logica, che sembra andare controcorrente, di Gesù.

 

Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

Sembra davvero deprimente la prospettiva di chi vuol seguire Gesù; l’uomo con tutte le sue aspirazioni ad una vita felice sembra avviato ad un destino poco gratificante.

Però Gesù parla di un perdere e un guadagnare la vita. Si tratta di saper scegliere la strada giusta per non perderla. Tutti e tre i sinottici riportano questo detto di Gesù; anzi Luca lo riporta due volte, in contesti diversi. Giovanni lo modifica nella locuzione, ma rispecchia lo stesso pensiero.

 

Innanzitutto osserviamo che non si tratta di una disposizione generica, ma c’è una specificità, che diventa il criterio centrale che dà un senso alle parole di Gesù. Egli dice: “a causa mia”. L’uomo in ogni modo si gioca la vita in questo mondo; quindi può guadagnarla o perderla. Gesù ci dice in che modo possiamo conservarla integra e viverla con pienezza. Perché si fa riferimento alla croce? Perché è uno spartiacque; seguire Gesù significa condividere tutto con lui, perfino la croce. Chi vuole, quindi, fare una specie di selezione, di divaricazione tra la sequela e la croce non è in sintonia con il pensiero di Gesù.

E’ una specie di riaffermazione, detta con termini molto crudi, della centralità di Gesù nella vita del credente; tutto il resto, persino e la croce e la sofferenza diventano occasioni di riconferma della propria adesione a lui.

Non solo. S. Giovanni, ispirandosi alla prima lettura di oggi, utilizza un verbo molto paradigmatico ed evocativo, che gli sta molto a cuore: il verbo “vedere”, “volgere lo sguardo”, “fissare”. Lo sguardo che procura la salvezza, la consolazione, una fonte di grazia è rivolto a “colui che hanno (abbiamo) trafitto”. Paradossalmente ciò che genera la realizzazione piena della nostra vita è legato a questo evento, che l’uomo guarda con sospetto e spesso con disapprovazione.

 

Gli uomini, oggi soprattutto, pensano di avere il dominio anche sulla propria vita, che possono disporne secondo i propri criteri e i propri gusti; hanno elaborato sofisticati sistemi per renderla più accettabile possibile, spesso scindendola da valori perenni e duraturi e nella maggior parte dei casi non tenendo conto degli insegnamenti evangelici, ritenendoli, come abbiamo detto un controsenso, un insulto. Si è fatto più pressante l’invito di Nietzsche: “Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire!”.  

Il cristianesimo poi è tra tutte le concezioni quella più lontana dalla vita: "schierato dalla parte di tutto ciò che è debole, miserevole e malriuscito" esso ci trasmette la diffidenza verso "la terra" (istinti, sessualità, passioni), svaluta come ingannevole la realtà del divenire e alternativamente addita un fantastico mondo dell’essere.


Coloro che volgono lo sguardo a Colui che hanno trafitto possono rinnovare la propria vita e sperimentare quanto le parole di Gesù sono vere.