Carissimi fratelli e sorelle,
cosa c’è di meglio, in questo caldo mese di agosto, di un’escursione in montagna, in mezzo ai boschi,
presso le sorgenti di un fiume?
Nel brano di Vangelo di questa ventunesima domenica, Matteo ci racconta che la pensò così anche Gesù
quando invitò i suoi discepoli a recarsi a Cesarea di Filippo, alle pendici del monte Hermon, presso una delle
sorgenti del fiume Giordano.
Prima che Erode il grande vi costruisse un tempio in onore di Augusto, e suo figlio Filippo una nuova città
in onore di Tiberio, chiamandola appunto Cesarea, il luogo si chiamava Paneas, in onore di Pan, il dio delle
selve e dei pascoli, a cui era stato dedicato un tempio presso una grande grotta che veniva descritta come
“la porta del regno dei morti”.
Quando Gesù e i suoi discepoli vi si recarono la nuova città in stile romano era in costruzione, forse
ancora senza porte e senza chiavi… possiamo immaginare che essi videro le ‘grandi pietre’ del tempio
erodiano, la grande grotta ‘porta degli inferi’, e che si fermarono a riposare e parlare presso le sorgenti del
paneas, affluente del Giordano.
Quella gita rimase indimenticabile per i discepoli… sia perché fu l’ultima, infatti, da lì attraverso la pianura
di Esdrelon faranno ritorno a Cafarnao, per poi scendere in Giudea per la strada del Giordano, e salire da
Gerico a Gerusalemme, sia perché li ebbero un’intuizione sull’identità di Gesù e Pietro, a nome di tutti, lo
riconoscerà come il Cristo, cioè il Messia atteso, l’inviato, il Figlio del Dio vivente. Soltanto dopo la Pasqua,
in realtà, i discepoli comprenderanno che Gesù non era il Messia nel senso inteso dalla religione giudaica,
ma già in quel momento fu un segno di grande fede il Lui.
Mi piace immaginare Pietro di fronte ad un tribunale romano a confessare la propria fede in Gesù, divenuta
ormai una solida roccia, che renderà l’irruento pescatore galileo pronto a dare la vita alla maniera del
maestro, avvertendo nell’intimo ancora l’eco di quelle domande: “chi sono io per te?”, “mi ami?”.
Vi ricordo sempre, fratelli e sorelle, che non dobbiamo leggere i Vangeli soltanto come il racconto degli
episodi più importanti della vita di Gesù ma soprattutto come la testimonianza di quello che la fede in Lui ha
generato nei discepoli. Ecco, allora, che la domanda: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” non è
buttata lì alla ricerca, come diremmo noi, di uno scoop giornalistico… ma serve a far riflettere la gente di quel
tempo, come di ogni tempo, sulla propria fede in Gesù… senza una risposta e una conoscenza personale
non si diventerà mai discepoli, dalla casa costruita sulla roccia e pronti a vincere le porte della morte con il
dono della propria vita.
L’espressione “figlio dell’uomo” che può indicare la piena umanità di un profeta (vedi Ezechiele), come la
messianicità dell’inviato (vedi Daniele), è comunque un’espressione che deve essere oggetto di ricerca, per
non fermarsi come quel gruppo di giudei soltanto a fare polemica o accademia girando intorno alla questione
“chi è questo figlio dell’uomo?” (Gv 12,34). C’è qualcosa che va oltre le opinioni più diffuse ed è il
coinvolgimento e la risposta personale, unica, “ma voi chi dite che io sia?”. Ecco, qui per ciascuno inizia il
percorso della fede, nel rispondere a queste domande “chi è davvero Gesù?” e “chi è Gesù per te?”. E dalla
risposta dipende se la fede diverrà roccia indistruttibile o un castello di sabbia, se si diverrà un discepolo in
grado di camminare sulle orme del maestro, o se si rimarrà una persona religiosa in preda della proprie
paure e dipendente dei propri ritualismi scaramantici.
“Tu sei il Cristo…”, una risposta attinta al proprio bagaglio religioso, colorata dalle proprie attese
messianiche (che Gesù stesso chiederà di non pubblicizzare)… “il Figlio del Dio vivente…” la risposta frutto
di una scoperta interiore, di un lampo dello Spirito, come di quelli vissuti nella Pentecoste, un fuoco che non
si spegnerà più, come quelli che solo Dio sa accendere, e non le mutabili passioni umane, o le emozioni,
che più sono forti e più fanno presto a passare.
Nella città di Cesare, davanti al Tempio dedicato ad Augusto, così come anni dopo davanti ad un tribunale
romano Simone afferma che non l’Imperatore, ma solo Gesù ha in se qualcosa di divino, è il Figlio del Dio
vivente, e quindi Colui al quale ci si può affidare per avere in dono la vita, quella autentica e piena di
senso… Gesù riconosce quel lampo di viva fede, apprezza quell’atto di affidamento totale, e, guardandosi
intorno, riconoscerà a Simone qualcosa di unico e speciale: su questa fede forte come una pietra (e non
sulle pietre di quel tempio o di quello di Gerusalemme che cadranno dopo poco) edificherò la mia Chiesa, la
comunità dei chiamati che fonderanno la loro vita sulla roccia della Parola, e sulla quale non avranno potere
le forze del male (fosse il terrificante dio Pan o le potenze degli inferi abitanti del regno dei morti all’interno
della grande caverna); per questa fede, forte come una pietra e di cui porterai il nome, avrai le chiavi non di

questa città in costruzione (e forse mai finita) ma del Regno dei cieli, di questo mondo così come Dio vuole
costruirlo di cui sarai amministratore (a modo di Eliakim nella pagina di Isaia proposta come prima lettura),
avrai le chiavi, penserai cioè al bene dei suoi componenti, e sarai come un legislatore, ne curerai la
disciplina, il rispetto dei diritti e dei doveri (servizio del legare e sciogliere).
E così Simone detto “Pietro” da quel giorno imparerà a capire che quel nomignolo, affibbiatogli dagli amici
o da Gesù stesso, avrebbe dovuto esprimere non una sua qualità o un suo difetto, la forza o la
testardaggine, ma la solidità di quel suo amore per il maestro e per i discepoli, il non venire mai meno della
sua fiducia nelle parole del Cristo, il Figlio del Dio vivente nelle mani del quale stava consegnando tutto se
stesso fino a dare la vita per Lui.
Comprendiamo allora come le espressioni “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” e “Tu sei Pietro” siano
le classiche due facce dell’unica medaglia, due connotati inseparabili: la vera identità del Cristo che si rivela
solo a chi ha questa fede, forte come una grande pietra, a chi ha il desiderio e la convinzione che un’altra
vita è possibile, mettendosi in cammino dietro al proprio amato maestro. La forza del Cristo e la forza della
fede: da questo incontro ha inizio la trasfigurazione della vita delle persone e del mondo operata da Dio.
E’ il momento, dunque, di sentire rivolta a noi la domanda “Ma voi chi dite che io sia?” e di elaborare la
nostra risposta personale. Non vi è dubbio che la pandemia in corso tra i tanti effetti stia producendo anche
quello di mettere in crisi certi modi di intendere e di vivere le religioni… e soprattutto stia mettendo in
maggiore evidenza una delle situazioni più interessanti da riflettere oggi: la religiosità senza fede. Lo stesso
Papa Francesco ci fa osservare tante volte dei fenomeni che manifestano un vuoto di fede: il clericalismo, il
ritualismo, l’intellettualismo e il moralismo (quante volte cita lo gnosticismo e il pelagianesimo), la lontananza
dai poveri… Senza voler giudicare nessuno, è tuttavia fin troppo facile osservare che per molte persone il
cristianesimo è una religione che ha la sua dottrina, le sue tradizioni, i suoi riti, le sue osservanze… che
possa piacere o meno, che si accettano e si tramandano, senza discutere, ma purtroppo senza neanche
rifletterle e esserne convinti. Si continua a frequentare la chiesa (anche se di rado), a chiedere sacramenti, a
praticare devozioni, ma senza una relazione personale e profonda con Gesù Cristo, senza una conoscenza
e un’adesione appassionata al Vangelo… pericolo questo che corrono purtroppo anche quelli che la
frequentano sempre o che assumono ruoli nella comunità, più per sentirsi utili e gratificati che per aver
assimilato lo stile evangelico del servizio e del dono di sé.
In un tempo difficile e nebuloso come quello che stiamo vivendo, tutti allora dobbiamo lasciarci
raggiungere dalle stesse domande che Gesù rivolgeva a coloro che lo seguivano: Chi sono io per te?, a che
punto è la tua fede?, per chi e per quali motivazioni e convinzioni vuoi spendere la tua vita? Solo quando
affioreranno nel profondo di noi stessi risposte come quelle di Pietro a Cesarea: sei il Figlio del Dio vivente, o
a Cafarnao: da chi altro possiamo avere parole che trasfigurano e rendono piena la nostra vita?, solo allora
anche noi sentiremo il Cristo riconoscerci come le pietre vive con le quali Dio costruisce tra gli uomini il suo
Regno.
Buona settimana, fra’ Mario.